Fulvio Scaglione – Gli occhi sulla guerra
19 settembre ’18
La cronaca degli ultimi eventi in
Siria, dai primi bombardamenti russi sulla provincia di Idlib alle minacce
americane, dal ricognitore russo abbattuto dalla contraerea siriana per colpa
delle manovre dei caccia di Israele ai missili su Latakia alle bombe al fosforo
sganciate dagli americani su Deir Ezzor, è ovviamente drammatica.
Ma il sottofondo politico è più
complesso di quel che sembra e, in un certo senso, anche meno preoccupante. La
partita è la solita: il controllo della Siria. O meglio: il controllo della sua
frammentazione. Da sette anni una coalizione potentissima, che va dall’Arabia
Saudita agli Usa, dalla Francia al Regno Unito, dalla Turchia al Qatar,
passando per una lunga serie di Paesi che sono stati o sono complici “di
fatto”, lavora per disgregare l’unità politica e territoriale della Siria.
Non sempre questi Paesi hanno
mostrato una perfetta unità d’azione o di visione politica. La Turchia, per
esempio, dopo il fallito golpe del 2016, che Recep Tayyip Erdogan considera
ispirato dagli Usa, ha preso una strada autonoma e ha costruito una sorta di
intesa con Russia e Iran. Nondimeno l’obiettivo è sempre stato quello,
all’insegna dello slogan “Assad must go”. Un obiettivo così importante che, per
raggiungerlo, la strana coalizione ha puntato via via su diversi cavalli.
L’Esercito libero siriano,
finanziato dalla Turchia e non a caso finito a fare da corpo mercenario
nell’offensiva di Erdogan contro i curdi del Rojava. L’Isis, finanziato
dall’Arabia Saudita, contro cui si è finto di combattere per un paio d’anni e
che solo con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca e soprattutto con la
vittoria russo-siriana ad Aleppo è stato dismesso. Al Nusra, la milizia
qaedista appoggiata dai Paesi del Golfo. Ultimamente le milizie curdo-arabe
delle Forze ribelli siriane, appoggiate dagli americani e insediate nella zona
a cavallo tra Siria e Iraq nella provincia di Deir Ezzor. In sintesi: chiunque
andava bene purché si dicesse nemico di Assad e riuscisse a occupare un pezzo
di Siria.
Via via la rimonta dell’esercito
siriano, appoggiato dai russi, dagli iraniani e dalle milizie libanesi di
Hezbollah, ha sfogliato la margherita, fino a che non sono rimaste, in altre
mani, l’area controllata dalle milizie curdo-arabe intorno a Deir Ezzor e,
soprattutto, la provincia di Idlib. Poca roba per chi voleva fare a pezzetti la
Siria e adesso deve invece fronteggiare la prospettiva di una sconfitta totale.
Così, e ovviamente non per caso, si sono intensificate le incursioni. Militari
e politiche.
A Deir Ezzor, come si diceva,
sono arrivati a caccia americani con le bombe al fosforo. All’Onu gli
ambasciatori di Usa, Francia e Regno Unito hanno sollevato un gran polverone
sulla “catastrofe umanitaria” che un eventuale attacco russo-siriano avrebbe
provocato. Roba pelosissima, visto che questi stessi Paesi cooperano con
l’Arabia Saudita a far strage di civili e bambini nello Yemen, ma tant’è
E poi sono arrivati i raid di
Israele su Damasco e Latakia, preceduti di poco dall’accordo su Idlib tra
Russia, Iran e Turchia. Sembra una partita sola e invece le partite sono almeno
due, intrecciate ma distinte. Una riguarda l’Iran, l’altra la Siria. Gli
americani: vogliono una base militare da cui controllare (e magari contrastare)
la presenza e l’influenza iraniana in Iraq e in Siria.
A questo servono le milizie
curdo-arabe di Deir Ezzor, che gli Usa proteggono con i loro caccia. È una
strategia per così dire ortodossa, lo sbocco quasi naturale di una serie di
decisioni (a partire dall’arruolamento delle milizie sunnite, chiamate “figli
dell’Iraq”, organizzato dal generale Petraeus nel 2007, quando anche gli
americani avevano capito che l’invasione del 2003 aveva spalancato le porte
dell’Iraq all’influenza iraniana, milizie che nel 2014 hanno guardato con
occhio benevolo all’arrivo dell’Isis) che hanno avuto e hanno un unico scopo:
ridimensionare l’Iran, spezzare la Mezza luna sciita (Iran, Iraq, Siria e
Libano), tranquillizzare gli alleati sunniti della regione.
Riguardano l’Iran, più che la
Siria, anche i bombardamenti israeliani su Damasco e Latakia. Sono stati
centinaia i raid di Israele che in questi anni hanno colpito la Siria, mirando
però agli iraniani. Secondo il famigerato Osservatorio siriano per i diritti
dell’uomo di Coventry, negli ultimi cinque mesi le bombe di Israele avrebbero
ucciso almeno 150 pasdaran iraniani in Siria. Dietro tutto questo c’è
l’alleanza anti-sciita siglata da Israele e Arabia Saudita con la benedizione
degli Usa, ma anche la strategia di Mosca.
Vladimir Putin è riuscito finora
a combattere accanto all’Iran (e prima ancora, a favorire l’accordo del 2015
sul nucleare) senza diventarne fino in fondo amico, e a combattere contro
l’Arabia Saudita, grande finanziatrice dell’Isis e degli altri gruppi
terroristici, senza diventarne nemico e, anzi, coordinando con Riad le
politiche petrolifere. Stesso discorso vale per Israele: Netanyahu e Putin si
incontrano regolarmente e i rapporti tra i due Paesi sono positivi. Nemmeno
Putin, insomma, gradisce un’eccessiva espansione dell’Iran in Siria, tanto che
dalla riconquista di Daraa, vicina al confine con Israele, sono stati tenuti fuori
i miliziani iraniani.
Sembra quasi che il leader del
Cremlino lasci all’aviazione israeliana il compito di riportare nei ranghi gli
iraniani attestati in Siria, avendo in cambio ottenuto che Israele non metta
dito nel rapporto tra Mosca e Damasco. Se avesse voluto andare allo scontro con
Israele e stringere ancor più i rapporti con l’Iran, Putin avrebbe fornito
anche alla Siria il moderno sistema antiaereo S-400, che ha invece da poco
venduto alla Turchia. Infine proprio la Turchia. Erdogan sta ottenendo ciò che
voleva, ovvero una fascia di competenza nel Nord della Siria, come stabilito nell’ultimo
incontro con Putin.
Nella provincia di Idlib verrà
creata una fascia smilitarizzata larga da 15 a 25 chilometri, pattugliata da
soldati turchi e russi. Via le armi pesanti e via, soprattutto, i militanti
islamisti. L’accordo è stato reso possibile dalla situazione nella provincia,
per meglio dire dai rapporti di forza tra i gruppi ribelli. I qaedisti di Hayat
Tahrir al-Sham, finanziati dai Paesi del Golfo e, fino a qualche settimana fa,
anche dagli Usa (Trump ha interrotto un flusso di 250 milioni di dollari
distribuiti a pioggia a presunte organizzazioni umanitarie) controllano circa
il 60% della provincia, contrastati solo dal Fronte di liberazione nazionale, creato
e finanziato dalla Turchia che ha messo insieme i resti dell’Esercito siriano
libero e di gruppi islamisti minori. Se l’accordo siglato con Putin funzionerà,
i qaedisti saranno eliminati e, di fatto, la Turchia avrà un grosso ruolo
(giocato ovviamente in funzione anti-curdo) nella gestione di questa porzione
di Siria. Erdogan ha vinto ma Putin non ha perso. La riconquista manu militari
di Idlib (dove più di 50 mila miliziani si nascondono tra 2,5 milioni di
abitanti e profughi) poteva diventare un’ecatombe e richiedere enormi sacrifici
in vite e mezzi. Se Turchia e Russia riusciranno, insieme, a eliminare i
qaedisti, avranno comunque distrutto la quinta colonna dei più feroci nemici
della Siria, i Paesi del Golfo Persico, e consolidato un’alleanza fondamentale
per entrambi. Ci sarà tempo in futuro per migliorare l’accordo e decidere la
sorte di quella provincia. Visto anche che, nel frattempo, Erdogan ha già
dimenticato di aver militato, qualche anno fa, nel fronte di “Assad must go”.

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