Redazione Rassegna stampa
05 Settembre 201
05 Settembre 201
L'Istat ha recentemente diffuso i
conti economici trimestrali e quelli su occupati e disoccupati in Italia. “E
non mi pare si possa festeggiare alcunché. Perché la variazione del Pil è, come
previsto, appena dello 0,2. Cioè, la crescita nel nostro Paese resta sempre
molto bassa, l'ultima dei grandi paesi industrializzati del mondo e l'ultima in
Europa”. A dirlo, ai microfoni di RadioArticolo1, è Riccardo Sanna coordinatore
dell'area politiche per lo sviluppo della Cgil nazionale.
Il ritmo di crescita
dell'economia italiana, in effetti, è circa la metà della media europea, “anche
in termini tendenziali - spiega Sanna -, si registra un 1,2% che ci allontana
tantissimo dall'Europa”. E pure dagli Stati Uniti, “che hanno segnato oltre il
4%”. Insomma, “restiamo lontanissimi dai livelli pre-crisi, soprattutto nei
termini di domanda interna, cioè di consumi e di investimenti”.
Si potrebbe dire che “pur
crescendo, rallentiamo”. Perché c'è “una sorta di parabola discendente molto
grave”, e “il peggio deve ancora venire”. La ragione sta nelle tensioni
commerciali e geopolitiche in corso: “Non c'è dubbio che il clima
internazionale e le aspettative sul rallentamento delle politiche monetarie non
convenzionali da parte della Bce e della Fed stanno creando delle aspettative
negative sulla crescita futura, che fanno contrarre le esportazioni”.
Quello che il coordinatore
dell'area politiche per lo sviluppo della Cgil nazionale legge nei dati sulla
nostra economia è “un cambiamento strutturale”. Un mutamento che potrebbe
essere anche un'opportunità, senonché “l'unico indicatore che finora era stato
estremamente positivo era proprio quello relativo alle esportazioni”, che però
oggi sono inferiori alle importazioni. Una buona notizia, in ogni caso, c'è:
“Esiste una domanda nazionale inespressa, che le nostre imprese e il nostro
Paese potrebbero cogliere”. Eppure “la spesa pubblica resta zero, e
contribuisce alla crescita zero”, sebbene l'austerità e i tagli abbiano già
dimostrato “la loro impotenza di fronte a questa situazione”.
“I consumi - ha continuato Sanna
- crescono troppo poco in Italia, a causa delle enormi disuguaglianze che
continuano ad aumentare, e che sono state la causa principale della crisi”. A
crescere, anche se di poco, sono infatti i consumi di necessità, alimentando un
po' l'inflazione di fondo che adesso si attesta attorno all'1,5. Non è molto,
ma è più di quanto si è registrato nei mesi precedenti. Ed è dovuto sicuramente
ai redditi da lavoro. È merito dei rinnovi contrattuali, quindi dell'aumento
delle retribuzioni. Purtroppo, pero, la qualità dell'occupazione continua a
peggiorare, e il lavoro è sempre più precario e più povero”.
Intanto la disoccupazione rimane
a due cifre è c'è una perdita netta di posti di lavoro a tempo indeterminato.
“Quantità e qualità del lavoro - ha concluso Sanna - devono stare insieme. È
questo il punto fondamentale. In questi anni di bassa ripresa si è creata un
po' di occupazione, è vero, ma i contratti precari sono esplosi a scapito di quelli
a tempo indeterminato. Non si è quindi aumentato il valore del lavoro. I posti
a tempo pieno indeterminato sono invece l'input per il sistema produttivo e per
la crescita, e su questo fronte siamo ancora un milione al di sotto dei livelli
pre-crisi. Per questo crollano le esportazioni e la domanda non riparte. Stiamo
mancando l'opportunità di ricomporre la nostra crescita, perché continuiamo ad
agire sul mercato del lavoro e non sul versante della struttura produttiva,
l'unico elemento per generare qualità del lavoro”.

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