Mario Pierro – Il manifesto
20 settembre ’18
La zona euro
ha bisogno di un nuovo strumento fiscale e di una maggiore condivisione dei
rischi per combattere le crisi che hanno lasciato cicatrici durature
nell’economia dell’eurozona ha sostenuto il presidente della Banca centrale
europea Mario Draghi in un intervento ieri al Jacques Delors Institute a
Berlino. Lo «strumento di bilancio aggiuntivo per svolgere una funzione di
stabilizzazione» è l’unione bancaria e quella dei mercati di capitale. Per
Draghi «dovrà essere adeguato» nelle sue dimensioni e «progettato in modo da
contenere l’azzardo morale» e per «integrare la politica monetaria garantendo
la stabilità macroeconomica sia a livello dell’area euro che, soprattutto, in
ciascuno dei suoi Stati membri».
La ricetta è
sempre la stessa: monetarismo e libero mercato: «stimolano la crescita del
commercio interno. In un periodo di crescente protezionismo, potrebbero
diventare più cruciali, aumentando «il reddito dell’Ue fino al 14% in 10 anni e
raddoppiando gli scambi intra-Ue». Per il presidente della Bce, «in un contesto
internazionale in cui l’apertura dei commerci non può più essere data per
garantita», i paesi con bassa produttività non dovrebbero pensare di «trovare
altrove un mercato più grande» di quello europeo. Secondo Draghi, «un ampio e
profondo mercato interno può essere ancora più importante per proteggere» i
paesi con bassa produttività e «tutti noi da shock esterni».
Tra le righe
il riferimento all’Italia è sembrato chiaro. Nelle ultime settimane il governo
Cinque Stelle-Lega ha contestato le regole fiscali dell’Ue, discutendo
pubblicamente l’idea di superare i propri limiti di disavanzo e suggerendo
addirittura che la Bce potrebbe fornire un ulteriore sostegno. Draghi ha
apparentemente respinto l’idea, sostenendo che il blocco deve riaccendere la
fiducia nelle «regole fiscali» rendendole più anticicliche e più vincolanti.

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