Alessandro Volpi – Alteconomia
6/08/2018
Ridurre la questione
dell’appartenenza italiana all’Unione europea in termini di saldo di bilancio è
davvero un grave errore. I benefici, o gli eventuali svantaggi, non si possono
calcolare infatti sulla base della differenza tra quanto il nostro Paese versa
e quanto riceve dal bilancio europeo. Come è ben noto, il bilancio europeo
costituisce soltanto una minuscola parte delle più generali azioni legate
all’appartenenza europea. Peraltro, anche da questo punto di vista, i numeri
parlano chiaro. Il saldo passivo per l’Italia ha oscillato tra il miliardo di
euro del 2006 e i circa quattro miliardi del 2010 per registrare una forbice in
genere intorno ai 2 miliardi nel corso dell’ultimo quindicennio.
Dnque l’Italia versa poco più di
quanto riceve e fornisce un contributo al bilancio dell’Unione che è inferiore
a quello della Germania, impegnata a pagare il 19% del totale, della Francia
che versa il 16,63% e persino del Regno Unito “pre Brexit”, che pur senza
partecipare alla moneta comune, impegnava il 13,45% contro il 12,49% italiano
del 2016. Ma, come accennato, il punto non è questo. I reali vantaggi
dell’adesione all’Unione europea, e all’Eurozona, si misurano su altri piani,
decisamente più rilevanti ai fini della tenuta della nostra economia e dei
nostri conti pubblici. La copertura del debito pubblico italiano è sempre più
affidata alle banche e, soprattutto, alla Banca d’Italia, attraverso il
finanziamento garantitogli dalla Banca centrale europea; lo stock di debito
nelle mani di Via Nazionale è passato infatti in pochissimo tempo da 250 a 360
miliardi di euro. In pratica, ormai, quasi per intero le nuove emissioni di
titoli del debito italiano sono “finanziate” dall’istituto presieduto da Mario
Draghi e ciò evita la lievitazione del costo degli interessi che peserebbero in
maniera insopportabile sulla spesa pubblica italiana, di cui già ora
costituiscono la terza voce. Secondo le stime dell’Ocse, nel 2016 e nel 2017,
il beneficio prodotto dalle strategie monetarie di Mario Draghi è stato pari
per l’Italia a circa due punti di Pil ed è risultato, quindi, assai superiore
di quello goduto dalla Germania che si è fermato all’0,5%.
Senza l’ombrello europeo sarebbe
praticamente impensabile collocare i 400-450 miliardi di euro di titoli di
Stato italiani che devono trovare compratori ogni anno per garantire il normale
funzionamento del Paese; in questo senso, l’appartenenza europea consente di
pagare pensioni, di erogare prestazioni sociali e sanitarie senza dover
aumentare ulteriormente il carico fiscale o procedere a nuovi, pesantissimi,
tagli per coprire la vera e propria esplosione degli interessi imposta da un
eventuale abbandono dell’Europa.
D’altra parte non sarebbe neppure
pensabile che i 2.300 miliardi di euro di debito pubblico italiano finissero
tutti nelle mani dei risparmiatori italiani, chiamati ad uno sforzo
“patriottico” impossibile. Già ora l’Italia è un Paese in cui la percentuale di
debito pubblico in possesso di “non residenti” è tra le più basse, risultando
inferiore rispetto a quelle di Germania e di Francia, dove si attesta al di
sopra del 60%, e a quella della Spagna, realtà in cui oscilla tra il 40 e il
50%; procedere oltre significherebbe riportare in vita disastrose velleità
autarchiche del tutto inconciliabili con il livello di reddito nazionale.
Ma i benefici “europei” non
riguardano solo il debito pubblico; sarebbe assai complesso infatti per le
imprese e le banche italiane trovare compratori a tassi di interesse
sostenibili, se fossero costrette, dalla “rottura” con l’Europa, a emettere sul
mercato obbligazioni, necessarie per il finanziamento delle loro attività
denominandole magari in vecchie lire. In estrema sintesi, le conseguenze
indotte dal mancato versamento della quota italiana, a fronte di un simbolico
risparmio di 2-3 miliardi di euro -cancellato peraltro da un “semplice”
incremento dello spread di meno di un punto che costerebbe circa 3 miliardi
annui-, provocherebbero un vero e proprio blocco delle attività pubbliche e private
del nostro Paese. Occorre aggiungere che l’“Europa matrigna”, in questi anni,
ha concesso ai governi italiani la costante possibilità di derogare alle
condizioni imposte dai Trattati; il caso più eclatante è costituito dalla
mancata applicazione delle clausole “obbligate” di aumento dell’Iva che sono
state regolarmente scongiurate per effetto delle flessibilità concessa
dall’Europa per cui i 10-11 miliardi di euro da reperire nelle manovre
finanziarie per la violazione delle regole sono stati di fatto “condonati” in
virtù di un accordo tra Stati. Non facciamoci del male da soli.

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