Roberto Romano – Rassegna sindacale
20 settembre ’18
Si avvicina
il Def e la sessione di bilancio per il governo e si prefigurano le prime
ipotesi (pensioni, flat tax, reddito di cittadinanza, investimenti). Si
riflette anche sui vincoli europei, ma in realtà non sono mai discussi con la
dovuta credibilità. Sebbene il Fiscal compact sia decaduto e la Commissione
europea abbia avviato una riflessione sul tema, questo governo ha rinunciato
alla discussione per quanto possa sembrare strana la puntualizzazione.
E del resto,
il ministro Tria non ha mai criticato il modello econometrico (ingegneristico)
utilizzato dalla Commissione per stimare l’output gap (crescita potenziale) e,
quindi, il cosiddetto pareggio di bilancio strutturale. Tanto rumore per nulla?
Forse. Innanzitutto, corre l’obbligo di insistere su un punto: la valutazione
dei bilanci nazionali fatta dalla Commissione europea utilizza due parametri,
indebitamento strutturale e debito.
Non solo. La
valutazione si fonda su un modello che con il passare degli anni avvicina il
Pil potenziale a quello reale, ovvero l’indebitamento nominale tende ad
avvicinare quello strutturale (1). Seguendo il ragionamento della Commissione,
non solo l’Italia ha occupato tutto il lavoro potenziale, ma qualsiasi
manovra-misura per incrementare il reddito disponibile genererebbe solo
maggiore inflazione. Tesi ardita e discutibile, ma le più recenti proiezioni
della Commissione per l’Italia sottolineano quanto segue: se nel 2014 il nostro
Paese poteva contare su un Pil potenziale del 4,5%, nel 2018 l’output gap
sarebbe pari a 0,1 punti percentuali; mentre nel 2019 dovrebbe contrarre la
crescita reale dello 0,5 per evitare rischi inflazionistici (2).
L’indebitamento
e il debito pubblico, in questo modo, inseguirebbero gli obbiettivi di
“pareggio” giocando a rugby, ovvero passando la palla sempre all’indietro.
Naturalmente, si può guadagnare terreno, ma alla sola condizione di coinvolgere
tutta la squadra (anche l’Europa). La discussione politica e/o giornalistica
sul possibile superamento del 3% del deficit pubblico, introdotto con il
Trattato di Maastricht, sembra fumo negli occhi per evitare al governo e alla
Commissione di ridisegnare i criteri ingegneristici del Fiscal compact. Pensare
male si fa peccato, ma qualche volta ci si imbrocca.
Le scelte
economiche da fare sono ovviamente difficili; è facile dall’esterno
puntualizzare e criticare, ma è abbastanza strano che il ministro Tria abbia
rinunciato all’elaborazione dell’ex ministro Padoan, che ridiscuteva
(criticava) i criteri di valutazione europei del deficit strutturale. Infatti,
utilizzando modelli diversi (Ocse), l’Italia da tempo non solo avrebbe il
pareggio di bilancio strutturale, ma sarebbe anche in attivo.
Come già
ricordato, l’output gap di crescita dell’Italia per il 2019, ma non solo
dell’Italia, da negativo diventa positivo. Questa proiezione della Commissione
europea condizionerà l’evoluzione della legge di bilancio per il 2019. L’Italia
non potrà contare sulla differenza tra Pil potenziale (3) e Pil reale nella
determinazione del saldo di bilancio strutturale, che, secondo la Commissione
(previsioni), salirebbe al 2% nel 2019. In questo modo, l’obbiettivo di
pareggio di medio termine diventa non solo difficile, ma irraggiungibile. Con
un ulteriore paradosso: l’indebitamento nominale del Paese sarebbe più
contenuto dell’indebitamento strutturale: rispettivamente, per il 2019, 1,7% e
2%.
Se
l’argomento è già complicato di suo, dobbiamo purtroppo introdurre un’altra
variabile: gli obbiettivi tendenziali inseriti nel Def di aprile. Relativamente
al 2019, il deficit nominale indicato nel Def è pari allo 0,8% del Pil, mentre
il deficit strutturale è pari allo 0,6%. Se le previsioni della Commissione
sono corrette e le proiezioni del Def sono la cornice per la legge di bilancio,
senza considerare le potenziali flessibilità che l’Europa potrebbe concedere
(4), la riduzione di spesa o le maggiori entrate per il 2019 non possono essere
inferiori a 20 miliardi, solo per centrare gli obbiettivi concordati con l’Ue.
Il fatto è
che, indipendentemente dagli obbiettivi del contratto di programma, che hanno
un costo, la manovra economica vale almeno 15 miliardi, escludendo per il
momento le clausole di salvaguardia (12,5 miliardi di euro) che il ministro
Tria intende disinnescare. La manovra economica diventa, quindi, estremamente
complicata senza ulteriori margini di flessibilità. Se poi consideriamo le
minori entrate (2,5 miliardi) legate alla minore dinamica del Pil, la maggiore
spesa per il servizio del debito (4 miliardi) e le spese obbligatorie (3,5
miliardi), il quadro di riferimento diventa abbastanza stringente. È evidente
insomma che se non cambia il quadro di riferimento, rischia di scomparire
persino il sentiero stretto dell’ex ministro Padoan.
È
sicuramente possibile rimodulare molte delle spese in essere – il bonus Renzi,
che vale 10 miliardi, i benefici strutturali alle imprese, pari a quasi 9
miliardi, un ridisegno della cosiddetta tax expaditures, che coinvolge 466
sconti fiscali, corrispondenti a minori entrate per 55 miliardi di euro ecc. –.
È un lavoro difficilissimo, ma sarebbe il caso di migliorare almeno
l’allocazione delle risorse pubbliche, affinché sia possibile aumentare
l’effetto della stessa.
(1) L’indebitamento del bilancio pubblico
nominale è valutato (misurato) con il cosiddetto Pil potenziale. Tanto più è
alto il Pil potenziale, tanto più l’indebitamento pubblico sarà contenuto. Sul
tema si veda anche:
http://sbilanciamoci.info/fiscal-compact-un-appuntamento-non-mancare/
(2) European Economic Forecast, luglio 2018,
Institutional Paper 084
(3) Teoricamente dovrebbe essere maggiore di
quella reale, ma il modello di previsione Ue immagina un Pil potenziale minore
di quello reale
(4) Qualcosa in realtà è già avvenuto. La manovra
correttiva aggiuntiva per il 2018 per ridurre il deficit strutturale di 0,6
punti percentuali di Pil, differenza tra il tendenziale e il programmatico
concordato con l’Ue, non sembra far parte della discussione che Italia ed
Europa hanno avviato

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