Fabio Ciconte – La striscia Rossa
20 settembre ’18
Sono
trascorsi due anni dall’approvazione della legge sul caporalato, un decreto
voluto e promosso dagli ex Ministri Martina e Orlando per porre un argine al
fenomeno dello sfruttamento in agricoltura. Sindacati e organizzazioni della
società civile hanno esultato quando, quel 19 ottobre 2016, l’Italia si è
dotata di uno strumento legislativo più avanzato per combattere le migliaia di
vessazioni che ogni anno si consumano sui terreni agricoli del Bel Paese, ai
danni di una moltitudine di braccianti senza diritti e tutele.
Nonostante
questo passo importante, tuttavia, alcuni problemi storici continuano ad
affliggere il settore primario. Sono ancora centinaia di migliaia i braccianti
irregolari in Italia, molti dei quali immigrati dall’Africa o dall’est Europa.
Si tratta spesso di uomini e donne in condizioni di vulnerabilità, scarso
accesso ai servizi e poca o nessuna conoscenza dei propri diritti. Un esercito
di marginali che si sposta per la penisola inseguendo la stagionalità dei
prodotti, con turni massacranti e alloggi di fortuna lontani dai centri
abitati. Un simile contesto è aggravato dalla scarsa disponibilità dei servizi
più elementari che dovrebbero favorire lo sviluppo di un mercato del lavoro
dignitoso: mancano politiche abitative, trasporti pubblici tra città e
campagna, sistemi di collocamento efficaci. In questo vuoto dello Stato si
inserisce da sempre il caporalato, quella forma di intermediazione più o meno
informale tra agricoltori e braccianti per mettere in connessione la domanda e
l’offerta di lavoro.
È così che
decine di persone stipate in piccoli furgoncini si trovano a percorrere
chilometri e chilometri lungo le strade delle regioni a forte vocazione
agricola, per lavorare giornate intere sotto il sole cocente e tornare nei
ghetti con un misero compenso. Alcuni di loro non tornano mai: è successo nel
foggiano lo scorso 4 e 6 agosto, quando due incidenti hanno causato la morte di
16 lavoratori immigrati e infiammato il dibattito sul caporalato e lo
sfruttamento della manodopera in agricoltura. Migliaia di persone sono scese in
piazza a Foggia per chiedere al governo
un atto concreto contro le condizioni insostenibili del lavoro nel settore
primario. La risposta è stata flebile: il Ministro dell’Agricoltura, Gian Marco
Centinaio, ha criticato la legge sul caporalato, annunciando di volerla
rivoluzionare. Ma il timore delle organizzazioni della società civile è che
l’esecutivo, almeno nella sua componente leghista, stia pensando di indebolirne
la parte più progressiva, che estende per la prima volta la responsabilità del
reato all’azienda agricola che ricorre alla figura del caporale.
Lo
sfruttamento del lavoro non si consuma infatti nel rapporto tra bracciante e
caposquadra, ma coinvolge per natura anche l’imprenditore che beneficia di
questo sistema. La legge Martina-Orlando del 2016 è uno spartiacque da questo
punto di vista. Eppure si può fare di più. Ad esempio intervenendo con un
approccio di filiera, che prenda in esame lo squilibrio dei rapporti di potere
tra parte agricola, parte industriale e Grande distribuzione organizzata (GDO).
Non si può
più pensare, nel mondo iperconnesso di oggi, che le condizioni di deprivazione
sofferte sui campi non trovino le loro cause anche nel prezzo finale dei
prodotti alimentari in vendita al supermercato. Un prezzo che molto spesso
rasenta numeri da prefisso telefonico. La ragione è che oggi la GDO in Italia
assorbe i due terzi degli acquisti alimentari: pochi grandi gruppi di
distribuzione si trovano quindi in posizione di forza rispetto alle centinaia
di migliaia di aziende agricole che coltivano i prodotti destinati ai loro
scaffali. Emblematico è il caso di Eurospin, che abbiamo denunciato
pubblicamente per aver acquistato un milione di bottiglie di passata di
pomodoro ad appena 31,5 centesimi l’una. Il tutto grazie ad un’asta al doppio
ribasso tra i suoi fornitori, costretti a rischiare la vendita sottocosto pur
di assicurarsi una commessa di tali proporzioni. È inevitabile che sistemi come
questo inneschino poi dinamiche a cascata lungo la filiera: l’industria di
trasformazione, infatti, dovrà rivalersi sui coltivatori di pomodoro per
recuperare margini di guadagno. E se dalla vendita di un chilo di materia prima
il produttore incassa 8-9 centesimi, è chiaro che a rimetterci sarà l’ultimo
anello di questa catena insana, ossia il bracciante. Comprimere il costo della
manodopera, talvolta, diventa l’unico sistema per restare sul mercato. Ma
questo è inaccettabile, e per invertire la tendenza diventa necessario
riequilibrare i rapporti economici all’interno della filiera. Da questo punto
di vista, qualcosa sta cambiando: le richieste per una piena trasparenza del
processo produttivo trovano maggiore ascolto nelle istituzioni, così come le
pressioni per ottenere un blocco delle pratiche commerciali sleali che
determinano uno schiacciamento dei prezzi all’origine. L’Unione europea
dovrebbe approvare entro l’anno una direttiva in merito, e sarà necessario che
l’Italia la recepisca immediatamente, aumentandone l’ambizione in alcune sue
parti. Alla grande distribuzione, infatti, dev’essere vietato tassativamente di
acquisire prodotti alimentari tramite aste al doppio ribasso.
Ma serve
accelerare un’operazione normativa che è anche culturale, e che ha a che fare
con il valore che diamo al cibo e al lavoro agricolo. Un sistema di trasparenza
e tracciabilità dei prodotti alimentari potrebbe mettere il consumatore in
condizione di verificare la provenienza e la sostenibilità di ciò che acquista,
uscendo da un mondo unidimensionale dove l’unica coordinata è il prezzo.
Soltanto così avremo creato le basi per mettere in connessione più stretta
consumatori e produttori, ciascuno più consapevole del destino dell’altro e del
nesso invisibile, ma forte, connaturato ad ogni pratica di acquisto.

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