Andrea Aloi – La striscia Rossa
20 settembre ’18
L’aspetto
peggiore del modello di sviluppo italiano fu probabilmente l’incontrollata
speculazione edilizia. Dal 1950 al 1980 si verificarono mutamenti catastrofici
nel paesaggio urbano e rurale della penisola; molti centri storici di città
furono trasformati irreversibilmente, mentre i sobborghi crebbero come caotiche
giungle di cemento. Migliaia di chilometri di costa furono rovinati per sempre
da speculatori che si arricchirono nel soddisfare la domanda di alberghi e
seconde case. Boschi, valli alpine, villaggi di pescatori, lagune e isole
furono inquinati, distrutti o resi irriconoscibili. L’Italia urbana si ampliava
disordinatamente, senza controlli e senza piani regolatori.
Questa
situazione tristissima non era inevitabile, ma fu il frutto di precise scelte
politiche. I governi degli anni ’50 e ’60 lasciarono la massima libertà
all’iniziativa privata nel settore edilizio, così come in ogni altro settore
del “miracolo”, ad eccezione di quello radiotelevisivo che invece mantennero
sotto rigido controllo. Un primo momento cruciale di questo processo fu la
mancata attuazione della legge urbanistica del 1942, che dava disposizioni ai
comuni di preparare e far rispettare dei piani regolatori particolareggiati;
tali piani sarebbero stati un importante passo avanti nella gestione del
territorio se agli enti locali fossero state garantite le risorse e il potere
necessari per tradurli in atto.
Con
l’accantonamento della legge, gli speculatori edili che avevano denaro per
investire – e corrompere – poterono così approfittare impunemente della
situazione per oltre trent’anni. Le case furono costruite e anche in fretta:
73.400 nel 1950, 273.500 nel 1957 e 450.000 nel 1964. Come e dove, erano però
gli interessi dei costruttori a deciderlo. Non fu preso alcun provvedimento di
pianificazione urbanistica per i parchi, i giardini e i parcheggi necessari;
spesso i palazzi erano costruiti senza riguardo per le norme edilizie o le
misure di sicurezza, e i quotidiani dell’epoca dovettero più volte raccontare
ai propri lettori le tragiche vicende di intere famiglie distrutte nel crollo
di palazzi e di ospedali costruiti senza tener conto delle norme antisismiche.
Anche gli
altri aspetti della politica abitativa riflettevano il privilegio accordato
all’iniziativa privata rispetto a quella pubblica. Diversamente dalla Gran
Bretagna, dall’Olanda e dalla Germania occidentale, si fece assai poco per
venire incontro ai bisogni dei settori più poveri della comunità mediante lo
sviluppo di un’edilizia pubblica e municipale. Tra il 1946 e il 1963 solo il 16
per cento degli investimenti complessivi nell’edilizia venne destinato a progetti
di edilizia abitativa pubblica. Il più importante di questi fu l’iniziativa
Ina-casa, lanciata da Fanfani nel 1949: per essa furono spesi, nei primi
quattordici anni dalla sua creazione, mille miliardi di lire, un piccolo ma
significativo esempio di quello che si sarebbe potuto ottenere con una diversa
politica governativa. Nel 1963 l’ina-casa fu sostituita dalla Gescal, un ente
presto divenuto famoso per l’uso corrotto e clientelare dei suoi fondi
piuttosto che per la costruzione di edifici.
Durante il grande
boom edilizio del 1953-1963 vi fu spesso aperta collusione tra autorità
municipali e speculatori. Il cosiddetto “sacco di Roma” ne fu una testimonianza
drammatica: ai più grandi proprietari immobiliari, come la gigantesca Società
generale immobiliare il cui principale azionista era il Vaticano, fu permesso
di costruire su tutti gli spazi disponibili nella città, e di coprire
successivamente la periferia con interi isolati costruiti al risparmio ed
esteticamente assai brutti. Nel 1956 L’Espresso pubblicò i risultati di una
famosa inchiesta intitolata Capitale corrotta: nazione infetta. Manlio Cancogni
così descrisse una visita all’assessorato all’Edilizia: “Nelle stanze ci sono i
tavoli, gli armadi pieni di pratiche, ma non gli impiegati. I funzionari sono
quasi sempre fuori; al loro posto, lavorano privati cittadini che sono entrati
per vedere a che punto stanno le loro pratiche. Siedono ai tavoli, frugano
negli incartamenti, prendono, tolgono, fanno come se fossero a casa loro”.

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