Andrea Baranes– Sbilanciamoci
20 settembre ’18
Rischiamo di
tornare al 2008, alla casella di partenza. Al fallimento della Lehman Brothers,
momento più emblematico della peggiore crisi della storia recente. A dirlo non
sono voci fuori dal coro, ma alcune delle principali istituzioni
internazionali.
Prima
dell’estate era stato il Fmi a segnalare i crescenti rischi per il sistema
finanziario globale. Nei giorni scorsi gli ha fatto eco l’Ocse, lanciando
l’allarme per una possibile nuova crisi.
I motivi
sono diversi. Il primo e principale è che la finanza non è cambiata.
Rispetto
alle promesse fatte 10 anni fa di chiudere una volta per tutte il casinò
finanziario, la montagna non ha partorito nemmeno il proverbiale topolino. Non
solo nessuno dei responsabili è stato condannato, ma le grandi banche sono oggi
ancora più «too big to fail». Ugualmente i derivati e altri strumenti
speculativi sono ai massimi, così come le retribuzioni dei top manager.
In Europa
non si vede nemmeno l’ombra di una separazione tra banche commerciali e di
investimento o di una tassa sulle transazioni finanziarie. Non va meglio negli
Usa, dove quel poco che era stato fatto dall’amministrazione Obama è già stato
in buona parte smantellato.
Se il
sistema finanziario nel suo insieme è sempre più votato alla speculazione e a
orizzonti di brevissimo termine, rispetto al 2008 ci sono almeno due differenze,
tutt’altro che positive.
La prima è
legata alla montagna di liquidità immessa prima per salvare le banche e poi per
fare ripartire l’economia. Oltre 11mila miliardi di dollari dalle banche
centrali di Usa, Giappone ed Europa. Risorse in massima parte incastrate in
circuiti finanziari se non speculativi, che non arrivano all’economia reale. La
seconda differenza è che, malgrado la debole ripresa, conti pubblici ed
economia portano ancora le cicatrici dell’ultimo disastro. Basta guardare
all’inaccettabile aumento delle diseguaglianze per capire l’insostenibilità
della situazione attuale. Eccesso di liquidità e mancanza di regole per la
speculazione da una parte, fragilità dell’economia dall’altra, non possono che
tradursi in uno scollamento sempre più profondo tra finanza e fondamentali
economici, identificandosi nella definizione stessa di una nuova bolla
finanziaria. Se possibile, l’aspetto più preoccupante non è però nei numeri,
quanto culturale.
È tornata di
moda l’idea che solo una finanza libera da lacci e laccioli possa trainare
l’economia.
Le lobby finanziarie
rialzano la testa e tornano senza vergogna a chiedere l’abbattimento di regole
e controlli. In un quadro a dir poco desolante, c’è però un elemento di
speranza. In questi 10 anni qualcosa è cambiato.
È la
consapevolezza e l’attenzione di fasce sempre più ampie della popolazione.
Persone che si interrogano sull’uso del loro denaro una volta depositato in
banca o affidato a un gestore; che si rivolgono alla finanza etica, che in
questi 10 anni è cresciuta sostenendo l’economia reale, la creazione di posti
di lavoro e la tutela ambientale; che partecipano in prima persona, cercando di
capire i meccanismi del sistema finanziario e cosa possono fare per cambiare le
cose. È da qui che dobbiamo ripartire per un radicale cambio di rotta. Mettere
in campo una contro-lobby di cittadini, società civile e imprese, riprendendo
il famoso slogan di Occupy Wall Street «siamo il 99%». Realizzare un lavoro
culturale e di informazione per pretendere dalla politica un cambio delle
regole del gioco.
È su queste
basi che è nata la campagna Change Finance, che verrà lanciata proprio in
occasione dei 10 anni dal fallimento della Lehman Brothers. Sono già oltre
ottanta le iniziative organizzate in tutta Europa, oltre ad altre su scala
internazionale. In Italia – a settembre – Valori e la Fondazione Finanza Etica,
della rete di Banca Etica, hanno organizzato Borsopoly. Un gigantesco gioco
dell’oca davanti a Piazza Affari a Milano, dove chi più specula più va veloce
verso il traguardo. Si guadagnano caselle scommettendo con i derivati o
sfruttando i paradisi fiscali, per poi farsi salvare dal paracadute pubblico
quando le cose vanno male.
Un modo per
ricordare che nella vita reale la finanza non è un gioco, e che non possiamo
aspettare passivamente la prossima crisi e i conseguenti disastri; che non
vogliamo accettare un sistema che privatizza i profitti e socializza le
perdite; che pretendiamo una finanza che sia al servizio dell’economia e delle
persone, e non viceversa. E che vogliamo farci sentire per ottenerlo.

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