Eleonora Maglia– Sbilanciamoci
20 settembre ’18
In Italia,
secondo le ultime rilevazioni Istat sulla forza di lavoro, gli under 29 non
occupati e non in formazione, i NEET (Not in Education, Employment or Training)
, sono pari al 24,1 per cento della popolazione giovanile, 2,2 milioni di
individui (prima della crisi economica ammontavano ad 1 milione e 850 mila). Si
tratta di un fenomeno che risente di forti differenze territoriali (al Nord e
al Centro, la percentuale si attesta rispettivamente al 16,7% e al 19,7%,
mentre al Sud supera il 34%) e di genere (è una situazione più diffusa tra le
donne, per il 34,4% dei casi).
In questa
situazione disfunzionale, il cui costo in perdita di produttività raggiunge
quota 21 miliardi di euro (l’1,3% del Pil), è la famiglia a svolgere un
generale ruolo di fattore di protezione per risorse e opportunità e sono
soprattutto le reti informali ad avere un ruolo di rilievo nel processo
(matching function) di ricerca (search) e di collocazione (match), con valori
medi nell’intorno dell’80% e oltre al 90% quando l’età è superiore a 50 anni
(90,3% dei casi), il titolo di studio posseduto è la licenza media (91,5%) e la
cittadinanza è straniera (91,0%). Sono queste le variabili che incidono anche
sulla probabilità di affrancarsi dalla condizione di NEET, che è maggiore (ma
comunque pari solo al 26,7% dei casi) per il segmento di popolazione dei ragazzi
laureati e residenti al Nord (Istat, 2018).
Risulta così
che, tra i giovani, per un verso, vengano accettati impieghi che richiedono
competenze inferiori a quelle possedute (sovra-istruzione), con i susseguenti
rischi di insoddisfazione (“Il 38,5% dei diplomati e dei laureati dichiara che
per svolgere adeguatamente il proprio lavoro sarebbe sufficiente un livello di
istruzione più basso rispetto a quello posseduto: quattro giovani diplomati e
tre giovani laureati su dieci”, Istat, p.113, op.cit.) e di svalutazione
complessiva delle capacità iniziali (Decataldo, 2015). Per un altro verso,
aumenti la propensione alla mobilità internazionale, come dimostra negli ultimi
sei anni il triplicare dei flussi oltre confine rilevato dall’Istat, in
percorsi di emigrazione che hanno inizio dopo i 20 anni di età e raggiungono
picchi massimi dopo i 30 (Balduzzi e Rosina, 2016), per fattori sostanzialmente
economici: all’estero infatti i lavori sono più qualificati nel 6,8% dei casi e
offrono migliori opportunità di carriera per il 21% (Assirelli et al., 2017).
Dato che i nuovi posti di occupazione creati riguardano, l’accompagnamento
all’uscita dal mondo del lavoro e interessano prevalentemente la classe di età
54-65 anni (Viesti, 2016) e visto l’aumento del ricorso a forme di lavoro
flessibili e precarie (Migliavacca M., 2013), infatti, sono i più giovani a
ricevere i trattamenti peggiorativi finalizzati a incentivare le assunzioni e
l’allocazione lavorativa da parte delle imprese: “le imprese quando riducono il
personale innanzitutto non confermano i rapporti a scadenza e quando non
assumono quasi sempre utilizzano rapporti instabili“ (Reyneri, 2017).
A ciò si
aggiunge, nel mercato del lavoro in Italia, la mancanza di dinamismo e di
politiche industriali espansive dei settori competitivi e valorizzanti il
capitale umano, nonché di investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione
(Rosina e Sironi, 2013). In Italia, difatti, “la domanda di lavoro dei tre
settori connotati da forte presenza di professioni intellettuali e tecniche
(Pubblica Amministrazione, Istruzione e Sanità) è scarsa” (Reyneri, op.cit.) e,
secondo l’Ocse, la percentuale di occupazione altamente qualificata italiana è
attualmente il 4,78% del totale (quando in paesi come l’Irlanda supera il 14%).
Considerato
che l’elemento caratterizzante della fase giovane della vita è la transizione
(Scabini e Marta, 2013), attraverso un percorso volto alla conquista
dell’autonomia e dell’assunzione di responsabilità, in Italia l’attuale modello
di passaggio all’età adulta è molto rallentato (Bazzarena e Buzzi, 2015) e,
alle difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro dette sopra, si aggiungono i
problemi di accesso ad una abitazione indipendente (Scabini e Marta, op.cit.)
in un sistema di welfare nazionale complessivamente carente, in cui sono le
famiglie stesse a integrare le politiche di attivazione, di sostegno al reddito
e dei servizi di conciliazione tra lavoro e vita privata (Istat, op.cit). Il
modello di uscita da casa che prevale nell’area europea mediterranea e
continentale vede i giovani affrancarsi dall’abitazione dei genitori al momento
del matrimonio e avere figli in un momento successivo a tale unione e, per la
ricerca di una preventiva stabilità e le difficoltà nel raggiungerla
argomentate, la permanenza dei giovani con i genitori si protrae (Iacovou,
2018).
L’Italia,
relativamente all’occupazione giovanile descritta, si colloca agli ultimi posti
nel panorama europeo, dove il fenomeno NEET è affrontato a livello
sovranazionale con iniziative e strategie per l’occupazione e lo sviluppo
(Europa 2020 e Youth on the Move) e la riduzione per gli inattivi over 15 si è
ridotta di 793 mila unità nell’ultimo biennio (Istat, op.cit.). La situazione
italiana risulta generalmente preoccupante, posto che, al di là delle
specificità dei singoli Paesi, è comune il rischio di esclusione e di
compromissione del benessere sociale (Alfieri et al., 2014).
La
condizione di NEET rappresenta, difatti, un costo sociale, dal momento che lo
spreco di capitale umano altamente qualificato riduce le prospettive di
crescita, genera minori entrate fiscali e alimenta una più alta spesa sociale.
A riguardo, si usa distinguere tra costi diretti, attinenti le spese sostenute
a scopo ripartivo dalle istituzioni pubbliche (come la cassa integrazione), e
costi indiretti, legati alla maggiore probabilità tra i NEET dell’assunzione di
comportamenti deviati con ricadute anche sui livelli di salute e sulla spesa in
protezione sociale.
Per
diminuire i rischi di cronicizzazione di effetti multi-dimensionali
(motivazionali, psicologici e relazionali) evidenti nella condizione di NEET,
posto che “la disoccupazione di lunga durata è certamente la condizione che ha
effetti più negativi sulle persone [..], nella letteratura si parla di effetti
che lasciano cicatrici duratura (scarring effects) [..], le esperienze in età
giovanile di disoccupazione di lunga durata hanno effetti negativi per tutta la
vita sulle prospettive di guadagno, sul sentimento di soddisfazione generale
per la propria vita e aumentano il rischio di esclusione sociale, diminuendo
anche l’ottimismo per il futuro, [..], la vocazione civile” (Vitale, p.165,
2018), occorrono interventi preventivi, sia dal lato del mercato del lavoro,
con un miglioramento della qualità dell’offerta e della domanda di lavoro e del
loro incontro, sia sul lato educativo, con percorsi formativi e di
apprendimento che colgano gli sviluppi tecnologici in atto.
In merito,
in letteratura, una recente analisi sul tema (Corallino, 2018) propone un nuovo
approccio, fondato sul cambiamento generativo e su una visione educativa
ecologica che favorisca “un incontro favorevole e produttivo per tutte le parti
sociali, quali, soprattutto, giovani e adulti, istituzioni e comunità” (p.262),
posto che “i giovani chiedono un approccio che li renda capaci e liberi di
separare e interconnettere, di analizzare e fare discernimento tra le
conoscenze acquisite e davanti a quelle nuove” (p.265). Questo tipo di
prospettiva –basata su “figure professionali disponibili al potenziamento; una
leadership delle possibilità; un cambio di azione dai bisogni alle passioni”
(p.274) –, integrando diverse identità e progettualità che muovano dal basso e
prospettando così un cambiamento nel modo di far fronte a realtà, sembra
particolarmente promettente per delineare una nuova organizzazione sociale
adatta a sostenere processi di innovazione e più in sintonia con la nuove
necessità sociali manifestati dalla fascia più giovane della società.
L’opportunità
di un approccio così strutturato risulta promettente, soprattutto riflettendo
sulla diversificazione operata dalla crisi economica dei rischi e dei bisogni,
anche considerate le evidenze positive documentate in letteratura (Maino e
Ferrera, 2017) del ricorso a integrazioni del sistema di protezione sociale, in
ottica cooperativa, con l’attivazione di una platea ampia e diversificata di
attori sociali (tra cui il sistema imprenditoriale, le fondazioni, gli enti del
Terzo settore e le forme di cittadinanza attiva), la cui spinta può incidere in
modo favorevole anche sulla pesante situazione giovanile i cui contorni sono
stati illustrati in questo articolo.
Propositivamente,
nel tema in esame, si tratterebbe dunque di promuovere l’occupazione giovanile
investendo sulle reti territoriali che promuovono progetti di investimento
sociale, definibili di innovazione sociale (non tanto di prodotto, quanto di
processo) e ritenuti rilevanti ed incoraggiati a livello comunitario (Sabato et
al., 2015), in virtù della funzione fondamentale che svolgono, nei casi di fallimento
del Mercato e dello Stato, per soddisfare bisogni altrimenti insoddisfatti e
creare valore aggiunto altrimenti impossibile (Phils et al., 2008), migliorando
la situazione dei beneficiari in termini di maggiore resilienza (Benneworth et
al., 2014). Questo aspetto risulta, in effetti, particolarmente centrale nei
processi di innovazione sociale, dove la teoria della resilienza,
focalizzandosi sull’importanza di una analisi sistematica delle criticità
emergenti, degli interventi possibili e degli effetti ottenibili, pone
l’accento sulle esigenze di monitoraggio e di valutazione e gli studi correlati
individuano come fattori facilitanti i sistemi di governance poco gerarchici,
la partecipazione e il coinvolgimento in ottica multi-stakeholder, l’attitudine
all’apprendimento e alla sperimentazione e gli elementi di affidabilità,
leadership e capacità relazionali tra gli attori (Westlety, 2013).
Posto che il
passaggio a un paradigma di questo tipo è comunque complesso e richiede la
diffusione di una cultura inclusiva in grado di avvicinare diversi settori e
differenti stakeholder, affinché ciò possa avvenire, è centrale il ricorso alle
reti e alle competenze. Da un lato, infatti, forme di interdipendenza sono leve
strategiche che generano effetti economici indotti e ricadute rilevanti su
tutta la comunità di riferimento, creando valore per il territorio. Da un altro
lato, infine, puntare a conoscenze focalizzate e di elevata differenziazione,
condivise in circuiti per estendere l’ambito di applicazione in settori non
accessibili singolarmente, esplica la funzione di moltiplicatore cognitivo insita
nelle reti (Rullani, 2010).
L’analisi di
un recente progetto territoriale di promozione dell’occupazione under 29
(Maglia, 2018) mostra delle possibili linee di intervento e fornisce
un’indicazione pratica di come si potrebbe agire. Nell’area insubrica, un
partenariato composto da Associazioni datoriali e volontaristiche e Uffici di
piano (grazie al bando promosso da una Fondazione che promuove l’attivazione di
forme di cittadinanza attiva sul territorio nazionale e ad un’attività di
fundraising) ha avviato un’iniziativa, la cui mission è centrata su tre
obiettivi (sviluppo di nuove relazioni tra attori per facilitare l’incontro tra
i giovani e il mondo del lavoro; creazione di una visione condivisa sul futuro
produttivo e lavorativo territoriale; aumento dell’imprenditorialità e
dell’occupazione giovanile grazie allo sviluppo di nuove collaborazioni
multi-stakeholder). Operativamente, le opportunità si snodano lungo cinque
direttive, afferenti a (a) sviluppo del talento, (b) co-working, (c) start-up,
(d) one to one e (e) capitale futuro; attraverso iniziative formative, eventi
premiali, opportunità di tirocinio, consulenze in materia fiscale e societaria
e attivazione di luoghi fisici in cui i ragazzi possano condividere gli ambienti
di lavoro e creare comunità.
L’azione può
essere considerata di successo (e dunque una best practices meritevole di
interesse e di venire replicata in altri contesti, una volta adattata alle singole
specificità locali) posto che, in un anno dall’avvio (realizzato nel 2016), la
disoccupazione giovanile dell’area è diminuita dall’iniziale quota di 23,8% a
valori pari a 16,9% (dati I.stat, 2018). E’ soprattutto rilevante, per gli
effetti positivi realizzati, la spinta alla creazione di start-up e imprese
sociali di giovani o donne che viene avviata nei co-working che, ad ora, ha
portato alla localizzazione nell’area di progetti di alto contenuto
tecnologico, impiegati nei settori smart home, smart grid e smart city e
realizzati grazie a percorsi di rientro di “cervelli in fuga”. Inoltre, va
citato come indicatore di successo, l’avvio e l’adesione a percorsi avviati per
il reinserimento lavorativo di donne che hanno abbandonato il lavoro per adempiere
a carichi di cura familiare e l’investimento nella creazione di community
all’interno dei co-working che realizzano sostegni motivazionali e sinergie. I
co-working hanno trovato, così, nuove applicazioni e si stanno rivelando anche
interessanti strumenti di work-life balance.

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