Andrea Colombo – Il manifesto
6/08/2018
6/08/2018
Dopo Salvini è il turno di Di
Maio. Anche lui getta acqua sul fuoco dello spread e fa capire che gli impegni
con l’Europa saranno rispettati. Al termine del vertice sulla manovra con
Conte, Salvini, Giorgetti e i ministri degli esteri, dell’economia e degli
affari europei il leader del M5S si rimangia i toni ringhiosi e sfodera un
sorrisone conciliante: «La nostra manovra sarà nel segno della crescita e della
stabilità. Sarà coraggiosa, rassicurerà i mercati e le famiglie. Vogliamo
realizzare le misure economiche, non sfidare l’Europa sui conti». Il temuto
spread, che aveva già ingranato una veloce retromarcia dopo la frenata di
Salvini al termine della riunione della Lega sulla manovra di martedì, corre
all’indietro e scivola a 256 punti.
CONFINDUSTRIA festeggiava già da
prima del rincalzo a cinque stelle, con il presidente Boccia soddisfatto perché
«le parole di Salvini fanno ben sperare al nostro mondo. Mi sembra che vadano
verso una dimensione di grande responsabilità e attenzione alle regole
europee». Molto meno convinto l’ex ministro dell’economia Padoan:
«Confindustria è molto preoccupata e quindi si aggrappa ai segnali che sembrano
mitigare le fonti di preoccupazione. Finora abbiamo avuto annunci ogni giorno
diversi. Finché non ci sono i numeri non si può dire nulla».
Chi si avvicina di più alla
verità tra Boccia l’ottimista e Padoan il pessimista? Impossibile dirlo con
certezza ma di certo da giorni il ministro Tria e, con la dovuta discrezione,
il Quirinale insistevano perché il governo si decidesse almeno a rassicurare i mercati
con parole di pace e non di guerra con l’Europa. A Bruxelles la pazienza si
stava esaurendo. Non solo il commissario-colomba Moscovici aveva rilevato i
«toni scortesi» usati dal governo di Roma, ma proprio ieri il duro Oettinger ha
inserito il governo italiano nel novero di quelli che «vogliono distruggere
l’Europa».
L’IMPENNATA dello spread alla
fine della settimana scorsa aveva fatto suonare ovunque l’allarme rosso,
essendo il differenziale pericolosamente vicino a quella quota 300 che segna un
confine varcato il quale tutto può succedere. L’abbassamento dei toni era
dunque un atto quasi dovuto, in mancanza del quale si sarebbe dovuto parlare di
deliberata intenzione di arrivare comunque allo scontro finale con la
commissione europea.
Nel merito le cose sono però
molto meno chiare. «Nella legge di bilancio devono esserci reddito di
cittadinanza, superamento della Fornero e aiuti alle imprese per gli sgravi
fiscali», ripete Di Maio. Salvini, che dopo il vertice della Lega aveva
glissato sulla voce che più sta a cuore agli alleati, appunto il reddito,
concilia: «Parlavo delle priorità della Lega. Quella è invece una battaglia
degli amici del M5S e io non entro nel campo altrui. Ma sarà nella manovra».
Nella riunione della Lega, inoltre, Salvini ha fissato l’asticella del deficit
un po’ sopra il 2%. Di Maio, interrogato in proposito, non si pronuncia: «Non è
stato oggetto della discussione». Ma è un fatto che avviare tutte le riforme,
come ribadito da tutti, restando nei limiti di quell’1,6% che Tria non vorrebbe
oltrepassare sembra una missione impossibile.
SENZA CONTARE il rischio che il
superamento della Fornero possa costituire un problema in sé nei rapporti con
l’Europa, anche indipendentemente dal livello del deficit che verrà indicato
nella Nota aggiuntiva al Def il 27 settembre. Su quel capitolo, infatti, il
semaforo rosso della Bce è stato formalizzato e messo nero su bianco nel
bollettino pubblicato prima dell’estate. Con tanto di minaccia, appena tra le
righe, di negare la flessibilità in caso di intervento sulla riforma delle
pensioni. Dovendo l’Italia chiedere necessariamente nuova flessibilità per
sterilizzare in deficit l’aumento dell’Iva, l’incidente è, se non certo, almeno
possibile.
Prima della legge di bilancio,
comunque, la maggioranza vuole approvare due misure centrali per il M5S, quelle
sulle cosiddette «pensioni d’oro» e sull’anticorruzione. Su entrambi i punti le
distanze tra Lega e M5S sono profonde. Sarà dunque un banco di prova per
testare la solidità della maggioranza alla vigilia della manovra, ma potrebbe
diventare anche un suq in cui scambiarsi cedimenti e favori.
IL CENTRODESTRA, con una certa
incoerenza, italiana, dopo aver bersagliato per mesi il governo accusandolo di
portare allo sfascio i conti pubblici, critica ora insiste perché la Lega
rispetti il programma della destra su fisco e flat tax. Lo slittamento rivela
che nel mirino di Arcore non c’è in realtà la politica economica del governo ma
quella dei 5S. Su altro e ben più ambizioso piano si muove il ministro Savona,
che in una delle sue rare interviste tratteggia l’ipotesi di una riforma
sostanziale dell’Unione, con la Bce portata al livello delle vere banche
centrali e la revisione dei parametri.

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