Redazione economica - La
Repoubblica
13 settembre 2018
MILANO - Meno investimenti
stranieri nel Paese e meno occupazione. E in definitiva meno sviluppo e
crescita per il Paese. È il costo che il nostro Paese è costretto a pagare ogni
anno a causa dell'alto livello di corruzione nel Paese. È quanto mette in
evidenza uno studio realizzato curato da curato da Riparte il Futuro e I-Com,
presentato oggi a Roma.
Il punto di partenza sono i dati
non incoraggianti che arrivano dai principali indicatori internazionali su
questo fronte. Primo fra tutti il Corruption Perception Index (CPI) elaborato
da Transparency che colloca l'Italia al 54° posto su 180 come livello di
corruzione percepita dai propri cittadini, ma anche l'European Quality of
Government Index (EQI), sviluppato dal Quality of Government Institute
dell'Università di Göteborg che invece fornisce una panoramica più completa
sulla qualità delle istituzioni di un Paese. Indicatori, questi, la cui
correlazione è molto alta: maggiore è il punteggio di CPI (quindi minore è la
corruzione percepita), maggiore è la qualità delle istituzioni di un Paese.
Lo studio prova quindi a mettere
in correlazione questi indicatori con alcuni indicatori macroeconomici. Il
primo dato rilevato è che la corruzione contribuisce ad arginare sensibilmente
gli investimenti stranieri nel Paese. A Livello europeo, una crescita del 10%
del CPI corrisponde a una crescita degli investimenti esteri stranieri del
28,1%. Bassi liveli di corruzione contribuiscono poi ad una maggiore attività
delle multinazionali anche a livello locale, più presenti dove gli indicatori
hanno punteggi più alti.
Lo studio evidenzia poi una
correlazione anche sul fronte del mercato del lavoro. L'aumento di un solo
punto nell'indice della qualità delle istituzioni è infatti associato a una
riduzione del tasso di disoccupazione di 5 punti percentuali. Un dato che se
preso singolarmente sarebbe quasi sensazionale se si pensa che attualmente il
tasso di disoccupazione in Italia si attesta al 10,4%. Lo studio aggiunge
quindi un dato importante: se si integra l'analisi con il dato sul Pil
pro-capite si evidenzia come l'impatto sul calo dei senza lavoro sia molto più
determinante. In altre parole - conclude lo studio - "sebbene la qualità
delle istituzioni incida sul tasso di disoccupazione regionale, buona parte
dell’impatto precedentemente stimato (..) è in realtà legato alla ricchezza
economica della regione".
Alta è quindi la correlazione tra
scarsa digitalizzazione e corruzione. Lo studio evidenzia come "un forte
sviluppo in questo senso si a associato ad una migliore capacità di arginare
certi fenomeni di natura corruttiva". Quanto? Il dato è promettente: un incremento del 10% nello sviluppo digitale
comporterebbe un a minore corruzione dello stesso livello, pari al 14% circa.
Al contrario il report analizza anche il fenomeno inverso: un aumento del 10%
nel livello qualitativo delle istituzioni è associato a un incremento dell'8,5%
nella domanda dei servizi pubblici digitali.
Come provare ad invertire la
rotta? Il rapporto indica alcune ricette per i vari filoni di ricerca. Sul
fronte della maggiore attrattività degli investimenti stranieri s suggerisce la
stipula di un accordo tra la Cabina di regia Ice-Invitalia e l'Anac, ma anche
la creazione di un canale diretto per denunce di corruzione da parte di imprese
estere. Sulla sponda dell'occupazione, tra le proposte citate, il maggiore ricorso candidature pubbliche, il ricorso più
frequente a piattaforme elettroniche per incrociare competenze e domanda del
mercato, e il divieto per le amministrazioni pubbliche di assumere personale
per chiamata diretta nei sei mesi che precedono la scadenze elettorali nonché nei
sei mesi successivi. Per promuovere una maggiore digitalizzazione infine,
diverse le strade indicate. Da una maggiore tracciabilità delle attività svolte
dalle P.A. all'introduzione di "sistemi di rating delle amministrazioni
pubbliche, basati sui giudizi dei cittadini e imprese sull'efficienza ma anche
sul livello di correttezza e trasparenza amministrativa".

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