NOURIEL RUBINI– theguardian.com
Da Comedonchisciotte
19 settembre ’18
A dieci anni dal crollo di Lehman
Brothers, ci si chiede se sono state imparate le lezioni necessarie per
prepararsi alla prossima crisi. La domanda più pertinente però sarebbe cosa
effettivamente scatenerà la prossima recessione, e quando.
L’attuale espansione globale
continuerà probabilmente anche nel prossimo anno. Gli Stati Uniti stanno
conducendo ampi deficit di bilancio, la Cina sta perseguendo disinvolte
politiche fiscali e creditizie e l’Europa rimane sulla via della ripresa. Entro
il 2020, le condizioni saranno però mature per una crisi finanziaria, seguita
da una recessione globale.
Ci sono 10 motivi a supporto di
questa tesi. Innanzitutto, le politiche di stimolo fiscale, che stanno
attualmente spingendo il tasso di crescita annuale americano al di sopra del
proprio potenziale del 2%, non sono sostenibili. Entro il 2020, lo stimolo si
esaurirà ed una moderata pressione fiscale porterà la crescita dal 3% a poco
meno del 2%.
In secondo luogo, visto che lo
stimolo ha avuto un cattivo tempismo l’economia americana si sta surriscaldando
e l’inflazione sta salendo al di sopra dell’obiettivo. La Fed continuerà quindi
ad alzare il tasso dei fondi federali dal suo attuale 2% ad almeno il 3,5%
entro il 2020; questo probabilmente farà salire i tassi di interesse a breve ed
a lungo termine, così come il dollaro USA.
L’inflazione nel frattempo sta
aumentando anche in altre importanti economie, e l’aumento dei prezzi del
petrolio sta contribuendo ad acuire tale spinta. Ciò significa che le altre
principali banche centrali seguiranno la Fed verso la normalizzazione della
politica monetaria, che ridurrà la liquidità globale e probabilmente farà
alzare i tassi di interesse.
In terzo luogo, le dispute
commerciali dell’amministrazione Trump con Cina, Europa, Messico, Canada ed
altri paesi aumenteranno quasi sicuramente, portando ad una crescita più lenta
e ad una maggiore inflazione.
In quarto luogo, le altre
politiche statunitensi continueranno ad aggiungere pressione stagflattiva,
spingendo la Fed a rialzare ancora i tassi di interesse. L’amministrazione sta
limitando gli investimenti in entrata ed in uscita ed i trasferimenti in
tecnologia, cosa che sta interrompendo le catene di approvvigionamento. Sta
cercando di bloccare l’arrivo di immigrati, necessari invece per mantenere la
crescita man mano che la popolazione americana invecchia. Sta scoraggiando gli
investimenti nell’economia verde. E non ha una politica infrastrutturale per
affrontare i colli di bottiglia dal lato dell’offerta.
In quinto luogo, la crescita nel resto
del mondo probabilmente rallenterà – ancor più visto che altri paesi ritengono
opportune ritorsioni contro il protezionismo statunitense. La Cina deve
rallentare la propria crescita per far fronte a sovraccapacità ed eccessivo
indebitamento. I già fragili mercati emergenti continueranno a sentire il
contraccolpo del protezionismo e dell’irrigidimento delle condizioni monetarie
americane.
In sesto luogo, anche l’Europa
registrerà una crescita più lenta, a causa della stretta della politica
monetaria e delle frizioni commerciali. Politiche populiste in paesi come
l’Italia possono inoltre portare ad un’insostenibile dinamica del debito
all’interno dell’eurozona. Il “circolo vizioso” ancora irrisolto tra governi e
banche che detengono debito pubblico amplificherà i problemi esistenziali di
un’unione monetaria incompleta, con una condivisione inadeguata del rischio. In
queste condizioni, un’altra crisi globale potrebbe spingere l’Italia ed altri
paesi ad uscire completamente dall’eurozona.
Settimo, i mercati azionari
statunitensi e globali sono sopra media. I rapporti prezzo/utili negli Stati
Uniti sono superiori del 50% rispetto alla media storica, le valutazioni del
private equity sono diventate eccessive, ed i titoli di stato sono troppo
costosi, dati i loro bassi rendimenti ed i premi a termine negativi. Il credito
ad alto rendimento inoltre sta diventando sempre più costoso, ora che il tasso
di leva delle società statunitensi ha raggiunto livelli storici.
La leva finanziaria in molti
mercati emergenti ed in alcune economie avanzate è chiaramente eccessiva. Gli
immobili commerciali e residenziali sono troppo costosi in molte parti del
mondo. La correzione dei mercati emergenti in titoli azionari, materie prime e
titoli a reddito fisso continuerà, visti i problemi globali. E visto che gli
investitori lungimiranti hanno già iniziato ad anticipare un rallentamento
della crescita nel 2020, i mercati riprezzeranno le attività rischiose entro il
2019.
Ottavo, una volta che si verifica
una correzione, il rischio di illiquidità e svendite diventa più grave. Ci sono
ridotte attività di market-making e warehousing da parte di broker e dealer.
Un’eccessiva negoziazione ad alta frequenza/algoritmica aumenterà la
probabilità di “crash fulminei”.
Nel caso di un risk-off, mercati
emergenti e settori finanziari di economie avanzate, con ingenti passività
denominate in dollari, non avranno più accesso alla Fed come prestatore di
ultima istanza. Con l’aumento dell’inflazione e la normalizzazione delle
politiche in corso, non è più possibile contare sul supporto che le banche
centrali hanno fornito durante gli anni successivi alla crisi.
Nono, Trump attaccava già la Fed
quando il tasso di crescita era al 4% di recente. Pensate come si comporterà
nell’anno elettorale del 2020, quando la crescita sarà probabilmente inferiore
all’1% ed aumenteranno le perdite di posti di lavoro. La tentazione di “sviare
l’attenzione” producendo una crisi in politica estera sarà alta, specialmente
se i Democrat quest’anno si riprenderanno la Camera dei Rappresentanti.
Dato che Trump ha già iniziato
una guerra commerciale con la Cina e non oserebbe attaccare la Corea del Nord
con armi nucleari, come obiettivo gli resta l’Iran. Provocando uno scontro
militare, innescherebbe uno shock geopolitico stagflazionario non diverso dai
picchi del prezzo del petrolio del 1973, 1979 e 1990. Inutile dire che ciò
renderebbe la gravissima recessione globale ancor più grave.
Una volta verificatasi la
tempesta perfetta descritta sopra, gli strumenti politici per affrontarla
saranno gravemente carenti. Lo spazio per lo stimolo fiscale è già limitato dal
massiccio debito pubblico. La possibilità per ulteriori politiche monetarie non
convenzionali sarà limitata da bilanci gonfiati e mancanza di spazio per
tagliare i tassi ufficiali. I salvataggi del settore finanziario saranno
inoltre poco tollerati in paesi con governi populisti e quasi insolventi.
Nello specifico negli Stati
Uniti, i legislatori hanno limitato la capacità della Fed di fornire liquidità
ad istituzioni finanziarie, non bancarie e straniere, con passività denominate
in dollari. In Europa, l’ascesa di partiti populisti sta rendendo più difficile
perseguire riforme a livello UE e creare le istituzioni necessarie per
combattere la prossima crisi finanziaria.
A differenza del 2008, quando i
governi avevano gli strumenti politici necessari per prevenire una caduta
libera, i responsabili delle politiche che devono affrontare la prossima
recessione avranno le mani legate, a fronte di livelli complessivi del debito
maggiori. Quando arriverà, la prossima crisi potrebbe essere ancor più severa e
prolungata rispetto alla precedente.
Fonte:
https://amp.theguardian.com
Link:
https://amp.theguardian.com/business/2018/sep/13/recession-2020-financial-crisis-nouriel-roubini?__twitter_impression=true
Traduzione per
www.comedonchisciotte.org a cura di HMG

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