Alessandro Cardulli– Jobnews.it
7/08/2018
Hanno vinto i lavoratori, hanno
vinto i sindacati, ha vinto l’unità, a fronte di una situazione di grande
difficoltà come quella dell’Ilva. Non c’era solo da difendere il posto di
lavoro, il salario di quasi 14 mila lavoratori, 14 mila famiglie. La chiusura
dell’Ilva, per Taranto, per il ruolo che gioca nel Mezzogiorno e più in
generale del paese, un grande gruppo che produce acciaio, il più importante a
livello europeo, sarebbe stato un colpo mortale. Non solo, insieme alla difesa
del lavoro, c’era la tutela dell’ambiente, della salute dei cittadini, in
particolare di coloro che abitano vicino alla fabbrica. Le scorie, i fumi,
invadono le case. La polvere si deposita sulle finestre. A tutto questo
aggiungiamo che in campagna elettorale dai grillini, proprio da Grillo, veniva
l’idea di chiudere l’Ilva e trasformare l’area in un grande parco. Aggiungiamo
che proprio mentre si avvicinava la data, il 15 settembre, in cui scadeva il
contratto che Arcelor Mittal, il grande colosso indoeuropeo dell’acciaio aveva
siglato la conclusione della gara. E con il contratto si chiudeva anche la
cassa, pochi milioni 24, se ben ricordiamo, a disposizione.
Quando
il ministro affermò che la gara era un “delitto perfetto”
Non solo, nel frattempo il
ministro Di Maio avanzava l’ipotesi che la gara non avesse avuto un corso
regolare. Si rivolgeva all’Anac e all’Avvocatura dello Stato. Convocava più di
quaranta associazioni e annunciava che stando alla risposta arrivata dall’Avvocato
la gara non si era svolta in modo legittimo. Ma come poi si vedrà la posizione
non deve essere stata proprio quella annunciata da Di Maio. Non leggeva il
testo. Lo riassumeva soltanto. Definiva la gara “un delitto perfetto” ma non si
poteva annullare. Non spiegava perché. Lo avrebbe fatto dopo aver chiuso
l’accordo con i sindacati, confermando che Arcelor Mittal aveva la
disponibilità dell’azienda. Non mancava di avanzare critiche all’operato di
Calenda quando era ministro per lo
sviluppo economico. Nel frattempo mentre alimentava la polemica non trovava il
tempo di convocare i sindacati, di aprire davvero la trattativa, di dar vita al tavolo del confronto. Solo
all’annuncio da parte di Fiom, Fim, Uilm della proclamazione dello sciopero per
l’11 maggio si decideva a convocare i
sindacati, presentando loro un documento che ricalcava vecchie proposte di
Arcelor, fatte proprio dal suo ministero. La risposta dei sindacati era ferma e
netta. In presenza di esuberi non si firma alcun accordo. Era la linea che fin
dall’inizio i sindacati avevano tenuto.
Garanzia
sui salari, i diritti sindacali. Torna l’articolo 18
Garanzia per il posto di lavoro
per tutti, garanzia dei diritti sindacali e salariali. Invece veniva loro
proposta una soluzione che prevedeva esuberi senza garanzie di un rientro nel
posto di lavoro, riduzione dell’orario di lavoro e di salario. Arcelor
annunciava l’aumento della produzione riducendo l’occupazione. I sindacati
chiamavano in causa il governo, non poteva limitarsi ad assistere, con la
presenza dei commissari che gestiscono l’azienda, ad una trattativa tutta in
salita e confermavano lo sciopero. Lo avevano detto ancor prima di sedersi al
tavolo. Il tempo dei rinvii, delle trattative inconcludenti era finito. Come
nella migliore tradizione della contrattazione a livello ministeriale la notte
portava consiglio. Arcelor Mittal fatti i conti rivedeva la sua posizione, non
poteva lasciare campo libero, perdere una occasione come quella dell’Ilva. Le
posizioni si sono progressivamente avvicinate, lo stesso ministro ha capito da
che parte stare. La richiesta fondamentale era di mantenere sugli impianti
quanti ci lavorano, “zero esuberi” hanno ripetuto più e più volte. E zero
esuberi sarà. Così si sbloccava la situazione e punto per punto si formulava
l’accordo conclusivo. A partire dal 15 settembre il ministro Di Maio potrà
consegnare le chiavi ad Arcelor Mittal. Alle 8,10, l’accordo vedeva i suoi natali. Dopo 18 ore di trattativa,
interrotta da pause nel corso delle quali i dirigenti dei sindacati si
consultavano con la delegazione, alle 8,10
si è sentito un applauso. L’annuncio, di fatto, che l’accordo c’era. Ora
sarà sottoposto al referendum dei lavoratori.
“Esprimiamo grande soddisfazione perché abbiamo ottenuto gli obiettivi
che ci eravamo prefissati”. Così in una nota congiunta la segretaria generale
della Fiom, Francesca Re David, e il segretario nazionale della Cgil Maurizio
Landini.
Re
David e Landini: accolte le condizioni
poste dai sindacati per l’accordo
Nella nota sottolineano che sono
state accolte da Arcelor Mittal delle condizioni poste dal sindacato. “Per
quanto riguarda l’occupazione si parte da 10.700 lavoratori assunti subito, che
corrisponde al numero delle persone impiegate attualmente negli stabilimenti.
Una soluzione che prevede inoltre l’impegno di assumere tutti gli altri fino al
2023 senza nessuna penalizzazione sul salario e sui diritti, compreso
l’articolo 18, come abbiamo chiesto fin dall’inizio della trattativa.
Contemporaneamente partirà anche un piano di incentivi alle uscite volontarie”.
Si tratta di centomila euro lorde. “Sono stati anche apportati miglioramenti
importanti al piano ambientale che portano all’accelerazione delle coperture
dei parchi e a porre un limite fortissimo alle emissioni inquinanti. ArcelorMittal
ha l’obiettivo di produrre 9 milioni e mezzo di tonnellate di acciaio, e lo
dovrà fare nel rispetto dell’ambiente, facendo tutte le rilevazioni necessarie
alla valutazione del danno sanitario a tutela della salute dei cittadini di
Taranto. Un altro punto importante su cui abbiamo raggiunto l’intesa è la
conferma dell’accordo di programma di Genova”, sottolineano i sindacalisti.
Camusso:
un gran bel risultato per i lavoratori. Ora il rilancio dell’azienda
Accordo che prevede il
mantenimento dei salari mentre nella prima bozza, che era stata scritta dai
“tecnici” del gruppo Mittal, si parlava di riduzione dell’orario di lavoro e
quindi dei salari per mantenere fermo il costo del lavoro. Dice Susanna Camusso
che “l’accordo una volta approvato dai lavoratori impegnerà la nuova proprietà
a rilanciare l’azienda, a risanare l’ambiente, a salvaguardare professionalità
e lavoro. Un gran bel risultato per i lavoratori”.
Maurizio Landini, segretario
confederale Cgil lancia l’idea di una partecipazione pubblica nella nuova Ilva.
“Continuo a pensare che sarebbe molto importante se nell’assetto societario di
Mittal – dice- si determinassero le condizioni anche per una presenza pubblica
nelle forme che il Governo vuole o può decidere, perché il settore siderurgico
è un settore strategico per il nostro Paese. I grandi gruppi investono
mantenendo i diritti e le condizioni salariali”.
Palombella:
ottenuto ciò che abbiamo chiesto. Bentivogli: sbloccata rigidità aziendale.
Barbagallo: trattativa complessa
Palombella, segretario generale
Uilm Uil: “Il referendum non è una formalità, ma nel testo c’è tutto quello che
i sindacati hanno chiesto per un anno. L’elemento importante è che non ci sono
esuberi perché il piano prevederà il completo assorbimento di tutti i lavoratori
con il mantenimento di tutti i diritti acquisti – spiega Palombella – Bisognava
aumentare il numero di lavoratori. Siamo riusciti a ottenere un numero che
secondo noi è importante: 10.700 compresi quasi 300 delle affiliate”.
Bentivogli, segretario generale Fim Cisl
sottolinea che l’accordo “prevede un piano industriale di 4,2 miliardi
di euro di investimenti di cui 1,8 per il prezzo, 1,25 industriali e 1,15 in
investimenti di carattere ambientale. Nei prossimi giorni inizieremo
l’informazione e il confronto con i lavoratori in tutti gli stabilimenti del
Gruppo”. La caparbietà e la determinazione del sindacato, aggiunge, “ha
sbloccato la rigidità aziendale e ha convinto il Governo attraverso Di Maio a
superare una fase di speculazione politica sulla vertenza e a concentrarsi sul
futuro dei lavoratori, dell’industria e dell’ambiente. La dichiarazione di
condivisione dell’ accordo da parte del ministro è un atto di responsabilità da
noi richiesto. Spero che il confronto anche aspro che c’è stato con il Ministro,
sia utile in futuro ad una interlocuzione più rispettosa e costruttiva anche
con le organizzazioni sindacali”. Barbagallo, segretario generale della Uil,
afferma che è stata la trattativa più lunga e complessa della moderna storia.
Il positivo risultato è merito della lotta dei lavoratori e della
competenza delle organizzazioni al
tavolo del confronto.
Calenda
all’attuale ministro: finalmente hai imboccato la strada giusta
Interviene anche Di Maio ed apre
una polemica con Calenda che non sarebbe riuscito a chiudere la vertenza in
senso positivo, non era riuscito a mettere al tavolo sindacato e Arcelor Mittal. L’ex ministro
risponde per le rime: “Una grande giornata per Ilva, per l’industria italiana e
per Taranto – scrive Calenda poco dopo le 10.30 su Twitter – Finalmente possono
partire gli investimenti ambientali e industriali. Complimenti a aziende e
sindacati e complimenti non formali a Luigi Di Maio che ha saputo cambiare idea
e finalmente imboccare la strada giusta”. Non proprio un complimento per il
vicepremier che avrebbe voluto annullare la gara.
Le
giravolte del vicepremier: gara illegittima ma se Mittal andava al Tar vinceva
Ma Di Maio occupa la scena e a
chi gli chiede come risponde ai cittadini di Taranto che si aspettavano
l’annullamento della gara e la chiusura dello stabilimento dà una risposta
sconcertante. “La questione è molto semplice. Oggi un annullamento della gara
senza le motivazioni di legge, avrebbe determinato una sola cosa: che Mittal
andava al Tar, faceva ricorso, vinceva e il 15 settembre entrava dentro
l’Ilva”. A quel punto continua Di Maio, “ArcelorMittal sarebbe entrata in Ilva
non con 10.700 assunti, l’articolo 18 e le migliorie ambientali, ma con meno
assunti, meno tutele e senza accordo sindacale”. Il tema vero “è che quel
contratto stipulato con Am un anno fa è stato tenuto nascosto per troppo tempo
e noi l’abbiamo, diciamo così, desecretato alla fine di aprile, per poi
iniziare il percorso di accertamento della gara”, ha continuato Di Maio,
concludendo “tutto quello che è stato possibile fare, si è fatto per legge, e
quello che non è stato possibile fare non lo è stato per legge”. Domanda: ma se la gara era illegittima, “il
delitto perfetto”, come poteva pensare che il ricorso al Tar avrebbe dato
ragione ad Arcelor Mittal? Un interrogativo al quale siamo certi non darà mai
risposte. Perché non è in grado di darle. Un bluff? Sarebbe grave anche perché
giocato sulla pelle dei lavoratori.

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