Lorenzo Marsili – L’Espresso
7/08/2018
Il regista britannico Ken Loach,
82 anni, è una delle voci cinematografiche più celebri del nostro tempo e uno
dei pochi registi a cui è stata assegnata la Palma d’oro due volte. Artista da
sempre impegnato, si occupa spesso di temi sociali e politici. La sua opera ha
abbracciato la guerra civile spagnola (“Terra e libertà”, 1995), lo sciopero
dei bidelli di Los Angeles (“Il pane e le rose”, 2000), l’occupazione dell’Iraq
(“L’altra verità”, 2010), la guerra d’indipendenza irlandese (“Il vento che
accarezza l’erba”, 2006) e il lato coercitivo - quasi disumano - dello stato
sociale che non c’è più (“Io, Daniel Blake”, 2016). Se oggi la “rivolta
populista” ha innescato un ampio dibattito sul ruolo delle disuguaglianze
economiche e dell’esclusione sociale, Ken Loach è stato uno dei più grandi
narratori della coscienza della classe operaia e della sua graduale
trasformazione nei decenni del neoliberismo. Il colloquio è stato registrato
durante le riprese di “Demos” un documentario internazionale di prossima uscita,
girato dal regista italiano Berardo Carboni, in cui l’autore di questa
intervista attraversa l’Europa alla ricerca dei germogli di un’alternativa
politica ed economica in occasione del decimo anniversario dalla crisi
finanziaria del 2008.
Loach,
stiamo attraversando un momento di grande trasformazione geopolitica e di
disorientamento globale. Il suo lavoro è sempre stato considerato politicamente
impegnato: quale pensa possa essere il ruolo che la creatività può svolgere in
un momento come questo?
«In generale penso che nell’arte
si abbia solo la responsabilità di dire la verità. Ogni frase che inizia con
“l’arte dovrebbe” secondo me è sbagliata perché si basa sull’immaginazione o la
percezione delle persone che scrivono o dipingono. Penso ci siano diversi ruoli
che l’arte può svolgere. Uno di questi è affermare i principi fondamentali del
modo in cui le persone possono vivere insieme. Il ruolo di scrittori,
intellettuali e artisti è quello di considerare i principi fondamentali. Si
tratta di portare una visione di lungo periodo della storia, della lotta. E
anche se potrebbe essere necessario fare un ritiro tattico, è importante essere
consapevoli che si tratta pur sempre di un ritiro, mentre i principi
fondamentali sono quelli che dobbiamo tenere a mente. Questo è qualcosa che
possono fare coloro che non sono coinvolti nel logorio della politica
quotidiana».
Nel
suo lavoro l’elemento umano non appare semplicemente come un’illustrazione
della teoria, ma incarna e diventa realmente il politico. L’arte ha il potere
di dimostrare che, alla fine, ci sono persone reali dietro ai grandi processi
economici e politici?
«La politica vive nelle persone,
le idee vivono nelle persone, vivono nelle lotte concrete che le persone fanno.
Determina anche le scelte che abbiamo - e le scelte che abbiamo a nostra volta
determinano il tipo di persona che diventiamo. Il modo in cui interagisce una
famiglia non è un concetto astratto di madre, figlio, padre, figlia, ma ha a
che fare con le circostanze economiche, il lavoro che svolgono, il tempo che
possono trascorrere tra loro. L’economia e la politica sono legate al contesto
in cui le persone vivono, ma i dettagli di quelle vite sono molto umani: spesso
molto divertenti o molto tristi - e in generale pieni di contraddizione e complessità.
Per gli scrittori con cui ho lavorato e per me il rapporto tra la commedia
personale del quotidiano e il contesto economico in cui quella vita si svolge è
sempre stato molto significativo».
È
chiaramente una relazione dialettica: il cambiamento economico trasforma il
comportamento umano e il comportamento umano, soprattutto attraverso l’azione
collettiva, trasforma le relazioni economiche.
«Pensi a un lavoratore. La sua
famiglia funziona o cerca di funzionare, ma individualmente non ha forza perché
non ha potere. È semplicemente una pedina di una determinata situazione. Ma
penso che il senso di forza collettiva sia qualcosa di molto importante. È qui
che diventa difficile. Non è facile raccontare una storia in cui la forza
collettiva è immediatamente evidente. D’altra parte, è spesso rozzo e sciocco
finire ogni film con un pugno nell’aria e un appello militante all’azione.
Questo è un dilemma costante: come si fa a raccontare la storia di una famiglia
operaia, tragicamente distrutta dalle circostanze economiche, ma senza
abbandonarsi alla tristezza e all’impotenza?
C’è
infatti una componente di speranza anche in un film sostanzialmente cupo come
“Io, Daniel Blake”. C’è la resilienza di una solidarietà umana, i poveri che si
aiutano a vicenda, la gente che applaude quando Daniel Blake scrive sul muro
del centro per l’impiego. Insomma, una resistenza verso la mercificazione della
vita umana. Forse è un punto da cui partire.
«Sì e questo è qualcosa che i
commentatori borghesi non comprendono: i lavoratori non smettono di mettere in
questione il sistema, di farsene gioco. Nelle trincee e in guerra c’è una
commedia amara ed è qui che vediamo il senso di resistenza, anche nei luoghi
più bui. E poi c’è la solidarietà, il sostegno reciproco e la generosità di
spirito. Ad esempio, qui in Gran Bretagna abbiamo avuto una crescita
vertiginosa delle “food banks”, i supermercati popolari dove viene fornito cibo
gratuito. In “Io, Daniel Blake”, quando la donna distribuisce il pacco di cibo
a una donna che non ha niente, non dice “ecco il tuo cibo caritatevole”, ma
dice “posso aiutarti con i tuoi acquisti?”. Ma se da un lato c’è questa
generosità, dall’altro c’è lo Stato, che spesso si comporta nel modo più
crudele possibile, sapendo che sta spingendo le persone alla fame. Le nostre
società sembrano un Giano bifronte. La società capitalista si trova in questa
situazione schizofrenica e dipende da noi organizzare la solidarietà».
Spesso
sembra infatti che l’alienazione economica si sia trasformata in un’alienazione
verso il nuovo volto dello Stato: uno Stato che non protegge più, ma che
punisce soltanto. Pensa che questo sia parte di fenomeni come l’ascesa del
nazionalismo, della xenofobia, persino della Brexit?
«Sì, credo che l’umore che il
populismo di destra realmente indica sia un fallimento della sinistra, in modo
simile a quanto avvenuto negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, qui in
Europa. I partiti di destra entrano in scena con una risposta molto semplice:
il problema è il tuo vicino, il tuo vicino è di un colore diverso, il tuo
vicino cucina cibi che hanno un odore diverso, il tuo vicino ti prende il
lavoro, il tuo vicino entra in casa tua. Il pericolo è che questa retorica sia
sostenuta dalla stampa di massa, dalle televisioni, dai media vecchi e nuovi».
Il
suo lavoro ha sempre investigato la solidarietà fra lavoratori. Ma come è
cambiata questa solidarietà di classe? Ha vissuto di persona la transizione dal
capitalismo sociale del dopoguerra all’arrivo e trionfo del neoliberismo. Come
ha visto la solidarietà trasformarsi in questo periodo?
«La cosa più importante è stata
la riduzione del potere dei sindacati. Negli anni Cinquanta e Sessanta erano
forti perché le persone lavoravano in organizzazioni sociali come fabbriche,
miniere o porti e a quel punto era più facile organizzarsi. Ma quelle vecchie
industrie sono scomparse. Oggi le persone lavorano in modo molto più
frammentato. E se è vero che siamo più forti quando siamo in grado di fermare
la produzione, se non siamo organizzati al punto di produzione siamo
sicuramente più deboli. Il problema è che la produzione è ora molto frammentata
e con la globalizzazione la nostra classe operaia è sparsa fra Estremo Oriente
e America Latina».
I lavoratori di Deliveroo o
Foodora su una bicicletta potrebbero non considerarsi nemmeno lavoratori.
«Sì, o aprono un franchising, o
sono cosiddetti lavoratori autonomi. È un problema enorme. È una questione di
organizzazione per la nuova classe operaia».
Pensa
che il concetto di classe abbia ancora senso? Molte persone non si considerano
classe operaia anche se sono poveri...
«Credo che la classe sia
fondamentale. Semplicemente, cambia forma seguendo le richieste di capitale per
un diverso tipo di forza lavoro. Ma ancora di forza lavoro si tratta. E viene
ancor sfruttata, e sta ancora fornendo valore aggiunto, anche più di prima. Se
non capiamo la lotta di classe non capiamo nulla».
È
una delle grandi sfide di oggi: far ripartire una dinamica di conflitto
partendo da un popolo frammentato che non si concepisce come parte dello stesso
gruppo.
«È una sfida per la nostra
intelligenza. Mi ricorda una storia divertente. Recentemente stavo parlando con
alcune persone molto gentili in Giappone e insistevo sulla necessità di capire
la classe e il conflitto. Una donna molto gentile mi ha detto: “Mostreremo il
tuo film ai funzionari del governo giapponese”. Le ho chiesto il perché. E lei:
“Beh, per fargli cambiare idea”. Al che ho risposto: “Ma questo è il punto che
ho appena fatto! Non cambieranno idea, si impegnano a difendere gli interessi
della classe dirigente. Non devono essere persuasi, devono essere rimossi!”. È
un punto molto difficile da affrontare quando l’idea di far funzionare il
sistema è così profondamente radicata. Questa è una delle terribili eredità
della socialdemocrazia che dobbiamo combattere».
Si
tratta di una forma efficace di controllo sociale, quando i tuoi sottoposti credono
di poterti parlare e che tu prenderai in considerazione le loro preoccupazioni.
«Per questo motivo dobbiamo
rilanciare l’intera idea di richieste transitorie. Dobbiamo avanzare richieste
che siano assolutamente ragionevoli ma che siano basate sugli interessi della
classe lavoratrice e che quindi non possano venire accettate. Così si possono
smascherare».
Ad
esempio, chiudere i paradisi fiscali sembrerebbe una richiesta molto
ragionevole
«Esatto, ma non lo possono
fare!».
Una
volta lei si è candidato per le elezioni del Parlamento europeo...
«L’avevo dimenticato».
Qui
in Inghilterra l’Europa non è mai stata molto dibattuta come ora, dopo la
Brexit. Pensa che vi siano ancora speranze di costruire una democrazia
transnazionale o che sia troppo tardi?
«Non conosco la risposta.
Tuttavia, ritengo che la solidarietà internazionale sia chiaramente importante.
Non so se può essere organizzata in Europa. La struttura dell’Unione europea è
davvero così difficile, è difficile capire come introdurre il cambiamento senza
fare tabula rasa. Ogni cambiamento deve essere approvato da ogni governo e
sappiamo tutti quanto sia difficile la fattibilità di tale processo.
Chiaramente, abbiamo bisogno di un’Europa diversa, basata su principi diversi:
sulla proprietà comune, sulla pianificazione, sulla sostenibilità e in generale
sul lavoro per l’uguaglianza. Ma non possiamo farlo mantenendo al centro il
profitto e l’interesse delle grandi aziende. Effettuare tale cambiamento va
oltre le mie capacità. Yanis Varoufakis mi assicura che può essere fatto. Sono
sicuro che ha ragione. Mi fido di lui, ma non so come».

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