Joseph Stiglitz – L’Espresso
7/08/2018
Il mondo è sempre più diseguale
ed è ormai evidente che non solo esistono elevati livelli di disuguaglianza
nella maggior parte dei paesi, ma che queste disparità sono in aumento. Oggi,
esse sono molto più pronunciate di quanto non lo fossero 30 o 40 anni fa. È
anche chiaro che non esistono eguali opportunità per tutti: le prospettive di
vita dei figli di genitori ricchi e istruiti sono molto migliori di quelle di
chi ha genitori poveri e meno istruiti. Negli Stati Uniti, ad esempio, le
prospettive di un giovane, pur figlio di una famiglia svantaggiata, che va bene
a scuola sono molto meno promettenti di quelle di un figlio di famiglia
benestante che, però, trascura lo studio. Fino a qualche tempo fa, gli
economisti e gli altri studiosi delle scienze sociali cercavano di giustificare
queste disuguaglianze con la teoria della «produttività marginale», secondo cui
i redditi degli individui corrispondono al loro contributo dato alla società.
Tuttavia, se guardiamo anche solo superficialmente all’evidenza dei fatti,
vediamo che nessuno degli individui che hanno dato i maggiori contributi alla
nostra società - per esempio, attraverso le invenzioni del laser o del
transistor o della scoperta del Dna - sono tra i più ricchi. Viceversa, vediamo
che tra i più ricchi vi sono molti che hanno ottenuto il loro denaro grazie allo
sfruttamento del loro potere di mercato e delle loro connessioni politiche.
La situazione attuale degli Stati
Uniti è un buon esempio per illustrare le questioni fondamentali di cui stiamo
parlando. Il reddito medio, al netto dell’inflazione, del 90 per cento meno
ricco della popolazione è stato sostanzialmente stagnante negli ultimi 42 anni.
Allo stesso tempo, il reddito medio dell’1 per cento più ricco della
popolazione è aumentato di 4,3 volte. Questo stesso andamento si è verificato
nella maggior parte degli altri paesi, anche se in misura meno accentuata.
Francia, Paesi Bassi e Svezia sono tre paesi in cui l’aumento della quota
dell’1 per cento più ricco è stato più limitato, laddove la Gran Bretagna ha
invece visto un aumento quasi uguale a quello degli Stati Uniti. L’Italia si
trova in mezzo.
Il reddito mediano - il valore
centrale della distribuzione - negli Stati Uniti è rimasto sostanzialmente
stagnante nell’ultimo quarto di secolo. Ancor più impressionante (come si è
visto di riflesso nella politica americana) è che il reddito mediano di un
lavoratore maschio, con un lavoro a tempo pieno, è allo stesso livello di più
di quattro decenni fa. Ed è sempre più difficile per questi lavoratori «nel mezzo»
ottenere posti di lavoro a tempo pieno ben remunerati. Ciò è vero anche per
l’Europa, come ad esempio in Spagna e in altri Paesi, dove il reddito mediano
oggi è inferiore a quello prima dell’inizio della recente crisi economica.
Peggiore è poi quanto è successo negli Stati Uniti ai lavoratori con i redditi
più bassi, per i quali il salario reale è ancora oggi al livello di sessanta
anni fa. Per questi lavoratori, però, va detto, le cose vanno un po’ meglio in
Europa, dove il salario minimo è invece più alto di quello di un tempo.
Nella maggior parte dei paesi
avanzati, negli ultimi decenni sono avvenuti diversi grandi cambiamenti nella
distribuzione del reddito: più reddito afferisce ai più ricchi; più persone
sono in povertà; la classe media si è impoverita, vedendo ridurre la sua
importanza relativa; il reddito mediano è rimasto stagnante e la quota di
individui con un reddito attorno a quel valore è andata diminuendo. La classe
media sta sparendo e un numero sempre maggiore di persone finisce nelle «code»
della distribuzione.
La distribuzione del reddito
viene di solito riassunta con una misura chiamata “coefficiente di Gini”:
questa, nella maggior parte dei paesi, è stata costantemente in aumento negli
ultimi anni, indicando un aumento della disuguaglianza. È vero che ci sono
alcuni paesi che hanno resistito a questa tendenza, come la Francia e la
Norvegia mentre altri, soprattutto in America Latina, hanno visto una
diminuzione della disuguaglianza.
C’è quindi una lezione importante
che si può trarre da tutto questo: le forze economiche in gioco in tutti i
paesi avanzati sono simili, ma i risultati sono notevolmente diversi. La
spiegazione di tali differenze è che Paesi diversi hanno perseguito politiche
diverse. Possiamo quindi dire che la disuguaglianza è stata una scelta. Se i
paesi avessero perseguito altre politiche, i risultati sarebbero stati diversi.
Quelli che hanno seguito il modello anglo-americano sono finiti con più
disparità.
Vi sono, poi, altre dimensioni
della disuguaglianza, oltre a quella del reddito. Tuttavia, voglio sottolineare
che i paesi che hanno scelto di avere più disuguaglianza non hanno avuto
migliori performance economiche complessive. Come ho sottolineato nel mio libro
“Il prezzo della disuguaglianza”, una società paga un prezzo elevato per la
disuguaglianza, compresa una prestazione economica peggiore.
Il reddito è solo una dimensione
della disuguaglianza. Altre dimensioni sono molto importanti, come ad esempio
l’accesso alla giustizia, che non è uguale per tutti, o la partecipazione alle
decisioni politiche, che non è la stessa per tutti. Tali dimensioni, però, sono
difficili da quantificare. Ci sono invece almeno altre due dimensioni che sono
facili da misurare. Una è la disuguaglianza nella salute, come risulta dalle differenze
nell’aspettativa di vita. La natura stessa porta alcuni individui a vivere più
a lungo di altri. Ma se alcuni individui non hanno accesso all’assistenza
sanitaria o non riescono ad ottenere un’alimentazione adeguata, allora ci
saranno ancora maggiori disparità nella salute. Di grande preoccupazione, ad
esempio, è che una delle principali fonti di morbilità sono le “malattie
sociali”, come l’alcolismo, la droga e il suicidio.
Una dimensione importantissima è
l’uguaglianza nelle opportunità e qui, bisogna dire, i Paesi avanzati si
differenziano notevolmente tra loro. La relazione tra uguaglianza nelle
opportunità e uguaglianza mostra che i paesi con più disparità di reddito
(misurata dal coefficiente Gini) hanno meno mobilità tra le generazioni - il
che implica che i figli hanno meno opportunità dei genitori. I paesi con meno
opportunità includono Stati Uniti, Regno Unito e Italia; mentre quelli con
migliori opportunità sono i paesi scandinavi e il Canada.
Le dinamiche della disuguaglianza
possono essere spiegate e non è vero che le disuguaglianze non abbiano
spiegazione e che siano un risultato ineluttabile dell’operare delle forze del
mercato. I cambiamenti in tali dinamiche possono essere descritti in modo
semplice in termini delle forze che determinano la distribuzione del reddito e
della ricchezza.
Negli Stati Uniti, ad esempio, il
sistema educativo vede una crescente segregazione economica geografica che
genera disuguaglianza nelle opportunità educative. Gli studi mostrano anche
l’elevata correlazione tra opportunità educative e reddito. La riduzione della
progressività del sistema delle imposte sul reddito (anzi, ora è regressivo)
aumenta anche la disuguaglianza del reddito e della ricchezza. Una riduzione
del tasso di risparmio riduce la disuguaglianza; una riduzione della dimensione
familiare (media) aumenta la disuguaglianza. Un aumento della dispersione in
una delle variabili rilevanti, inclusi i rendimenti a favore del lavoro o del
capitale, aumenta il livello di disuguaglianza. Alcuni studiosi hanno anche
sostenuto che il cambiamento tecnologico premia di più il lavoro qualificato,
aumentando il rendimento dell’istruzione (più si studia, più si guadagna) e quindi
la dispersione dei salari.
Sempre più importanti sono poi le
rendite, incluse le rendite monopolistiche derivanti dalla crescente
concentrazione in molte industrie. L’indebolimento delle norme anti-trust e i
cambiamenti nella tecnologia, nonché i cambiamenti nella struttura
dell’economia verso settori che sono naturalmente meno competitivi - pensiamo
ai giganti dell’high tech - hanno sicuramente contribuito ad un aumento del
“potere di mercato” medio nell’economia e quindi delle rendite monopolistiche.
Altre forze, poi, hanno portato
ad un aumento dei redditi più alti: i cambiamenti nelle pratiche della
corporate governance di molte società hanno permesso ai dirigenti di tenere per
sé quote crescenti del reddito delle società. L’aumento della finanziarizzazione
dell’economia, combinata con una governance aziendale più debole e una vera e
propria diffusa turpitudine morale, hanno portato ad una situazione in cui
molti, nel settore finanziario, sfruttano il resto dell’economia.
Allo stesso modo, l’indebolimento
del potere contrattuale dei lavoratori - risultato sia di sindacati più deboli,
che di cambiamento del quadro giuridico che della globalizzazione - hanno
portato ad una riduzione del reddito dei lavoratori.
Più in generale, le regole del
gioco sono state cambiate a vantaggio di quelli in alto e a svantaggio di
quelli in basso, aumentando la disuguaglianza. I mercati non esistono in un
vuoto astratto. Vanno strutturati, regolati. Negli ultimi 30/40 anni, le regole
del gioco sono state riscritte in modi che aumentano la disuguaglianza e
contemporaneamente indeboliscono l’economia.
L’effetto di tutto questo è che
si è aperto un enorme divario tra la crescita della produttività e la crescita
delle remunerazioni del lavoro (portando ad una marcata diminuzione della quota
del reddito da lavoro sul reddito nazionale). Prima della metà degli anni ‘70,
produttività e remunerazioni si muovevano insieme, e ciò è stato vero per molti
Paesi e settori per lunghi periodi di tempo, fino ad essere visto quasi come una
“legge” in economia. Poi, improvvisamente, le cose sono cambiate e non per via
del cambiamento nella tecnologia o nella qualità della forza lavoro. Ci sono
stati cambiamenti rapidi nelle regole del gioco. Questo è ciò che è successo,
non altro: le regole del gioco sono cambiate a favore di alcuni e a danno di
molti.
Quali rimedi possiamo invocare?
Dobbiamo riscrivere le regole dell’economia di mercato, ancora una volta, fare
di meglio per ridurre il potere di mercato monopolistico, l’esclusione e la
discriminazione; garantendo una minore trasmissione intergenerazionale dei
vantaggi acquisiti, inclusa una minore trasmissione intergenerazionale del
capitale umano e finanziario, in parte migliorando l’istruzione pubblica,
aumentando la tassazione sull’eredità e reintroducendo una progressività maggiore
nelle imposte sul reddito.
Non è un caso che abbiamo il
sistema che abbiamo, con le regole che ha. Agli “interessi particolari” piace
che sia così. Potrei avere esagerato un po’, in passato, quando ho detto che gli
Stati Uniti avevano un governo dell’uno per cento, per l’uno per cento e fatto
dall’uno per cento, o quando ho suggerito che siamo passati da una democrazia
con una-persona-un-voto ad una con un-dollaro-un-voto. Ma è chiaro che alcune
delle politiche che sono state perseguite sono state fortemente svantaggiose
per l’economia nel suo complesso e hanno creato, allo stesso tempo, più
disuguaglianze: ci sono stati solo pochi vincitori e molti vinti.
Ampi
stralci della lecture che l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz ha tenuto a
Bologna nel corso della Conferenza
Internazionale sulle Diseguaglianze (2-4 novembre) promossa dalla Fondazione di ricerca dell’Istituto Cattaneo
.

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