Roberta Carlini – L’Espresso
7/08/2018
Esiste un record negativo
italiano che non è misurabile in debito pubblico, deficit, giovani Neet,
evasione fiscale. Ma a guardarlo da vicino fa paura almeno quanto i primi. È
l’immobilità sociale, o meglio: quanto della tua vita dipende dalla famiglia in
cui sei nato.
Si può misurare in tanti modi ma,
comunque la contiamo, l’Italia svetta in Europa, e di gran lunga. Lo rivelano i
dati del più grande database sulla mobilità sociale nel mondo, costruito dalla
Banca mondiale e illustrato nel rapporto “Fair Progress?”. Tra i quali, una
buona parte viene dal progetto-partner a guida italiana di Equalchances.org:
sul sito, creato dal Dipartimento di economia e finanza dell’università di
Bari, ciascuno può divertirsi - diciamo così - a controllare, per il proprio e
per gli altri Paesi, il funzionamento dell’ascensore sociale, scorrendo gli
indici della diseguaglianza di opportunità, trasmissione del reddito e dello
status tra generazioni, mobilità nell’istruzione.
E una cosa è certa: qualcosa si è
inceppato, servirebbe un ascensorista. Con particolare urgenza per l’Italia,
dove quasi la metà del reddito dei figli è determinata dal livello di quello
dei padri: condizione unica nell’Europa continentale, paragonabile solo a
quella di Regno Unito e Stati Uniti, per i Paesi sviluppati. Ma, quanto a
diseguaglianza delle opportunità, superiamo anche i regni di Brexit e Trump.
Di
padre in figlio
«Ogni giorno nel mondo nascono
400 mila bambini. Nessuno di loro sceglie il genere, l’appartenenza etnica, il
luogo in cui si è venuti al mondo. Né le condizioni economiche e sociali della
famiglia. Il punto di partenza della vita è una lotteria».
Così la Banca mondiale introduce
il suo rapporto, che punta a dare il primo set di numeri a copertura mondiale
sulla mobilità tra generazioni. Espressione con la quale si intendono due cose:
quanto, nella media, il livello di vita e benessere di una generazione è
migliorato rispetto a quella precedente; e quanto la posizione di ciascuna
persona sulla scala economica dipende da quella dei suoi genitori. Normalmente,
le due cose vanno insieme: periodi di forte crescita economica fanno fare salti
di benessere da una generazione all’altra e rendono anche più facile ai figli
emanciparsi dallo status dei genitori. È quello che è successo nel mondo
occidentale negli anni Cinquanta, e sta succedendo ora in paesi come Cina e
India. Ma attenzione, dice la Banca mondiale: non è automatico che questo
succeda, e infatti anche in molti paesi in via di sviluppo la mobilità sociale
da genitori a figli oggi è bloccata.
E poi c’è il contrappasso, quando
la crescita si ferma e la marea che portava avanti tutte le barchette si
ritira. Come è successo in tutti i paesi sviluppati e con particolare evidenza
in Italia. «Per un certo numero di anni la crescita ha consentito a tutti di
migliorare le proprie posizioni, sono stati fatti molti passi avanti
soprattutto nel rapporto tra titoli di studio», spiega Vito Peragine,
professore di economia politica all’università di Bari e collaboratore del
progetto della Banca mondiale. I cui numeri permettono anche di confrontare la
mobilità tra generazioni di oggi con quella di ieri, e ci dicono che «negli
ultimi venti anni, da quando si è fermata la pur debole crescita economica, si
è evidenziato il blocco dell’ascensore sociale».
Anzi, a dirla tutta lo stop ha
evidenziato che quell’ascensore non ha mai funzionato bene: per esempio,
l’Italia è uno di quei paesi nei quali non c’è uno stretto rapporto tra i
progressi nel settore dell’istruzione e quelli nel reddito. In altre parole, il
titolo di studio dei genitori è meno importante di prima nel definire quello
che avranno i figli - l’operaio può bene avere il figlio dottore, si è avverato
l’incubo della contessa di Paolo Pietrangeli - ma è anche poco rilevante nel
determinare le opportunità relative di lavoro, reddito, benessere.
L’aumento del divario tra ricchi
e poveri non è un fenomeno inevitabile, ma la conseguenza di scelte politiche
il cui scopo era proprio quello: l'analisi dell'economista Joseph Stiglitz
In effetti, se si vanno a
guardare i numeri di equalchances.org, e si confronta la generazione nata nel
’40 con quella dell’80 - l’ultima di cui si abbiano dati completi – si vede che
a scuola l’ascensore ha funzionato. L’indice che misura la mobilità tra
generazioni nell’istruzione - più alto il numero, più bassa la mobilità - è
sceso da 0,57 a 0,33. È successo lo stesso in Francia, Germania, persino nel
Regno Unito, mentre lo stesso indice è sceso di pochissimo, da 0,34 a 0,32,
negli Stati Uniti dell’istruzione privatizzata. Eppure, questo buon andamento
in Italia non ha migliorato sostanzialmente la mobilità tra generazioni nel
reddito, e non ha ridotto le diseguaglianze di opportunità. L’indice che misura
la mobilità intergenerazionale dei redditi è in Italia a quota 0,48, contro lo
0,35 della Francia e lo 0,23 della Germania. Vuol dire che da noi quasi la metà
del reddito dei figli dipende da quello dei genitori. È il più alto d’Europa -
vicino a quello inglese - e nel mondo sviluppato inferiore solo a quello degli
Stati Uniti, paesi dai quali siamo tuttavia molto distanti nella struttura
sociale ed economica.
Le
diseguali opportunità
Da cosa dipende questa eccezione
italiana in Europa? E perché il grande balzo in avanti nell’istruzione non ha
avuto grandi effetti di reddito e benessere? La stessa Banca mondiale ci aiuta
a rispondere, ridimensionando un po’ il peso del fattore “istruzione”: anche se
tutto il rapporto è dedicato proprio alla mobilità educativa (sia come dati che
come politiche auspicate), vi si spiega anche che ci sono altre motivazioni
della persistenza del reddito e del benessere da una generazione all’altra.
A parità di istruzione il peso
della famiglia di origine - fatto di status sociale, conoscenze, relazioni
amicali - torna prepotente e si fa sentire di più in contesti più fermi, con
maggiore disoccupazione, minore apertura. Tutto ciò può spiegare il più
scioccante dei numeri che si possono scoprire navigando nei dati: quelli della
diseguaglianza di opportunità.
Qui superiamo anche Gran Bretagna
e Stati Uniti, e per trovare paesi più in alto dobbiamo confrontarci con il
Brasile, il Sud Africa, la Bulgaria. In particolare, spiega Vito Peragine,
abbiamo un livello molto alto di diseguaglianza “relativa” delle opportunità,
ossia di quella parte delle diseguaglianze spiegato esclusivamente dalla
propria origine, dalla lotteria della nascita. Numeri che ne introducono altri,
stavolta più soggettivi: quelli sulla percezione della propria posizione e quella
dei propri figli. Secondo una indagine citata dalla Banca mondiale, gli
italiano sono al penultimo posto - seguiti solo dalla Slovenia in pessimismo -
nella previsione “i bambini che nascono oggi staranno meglio di noi”: otto su
dieci non la pensano così. Mentre quasi 4 su 10 ritengono comunque di stare
meglio dei propri genitori.
Tutto ciò, dice il rapporto,
condiziona il futuro, il benessere, la tenuta sociale. Non a caso lo stesso
gruppo di esperti della Banca Mondiale sfornerà a breve un altro rapporto
sull’impatto delle diseguaglianze sul contratto sociale europeo, mettendo direttamente
la mole dei numeri dell’ingiustizia sociale in correlazione con i rivolgimenti
politici europei e l’ascesa dei nazional-populismi. raggio di continuare a
rimanere in silenzio?

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