Marina Boscaino – Micromega
7/08/2018
Stiamo rientrando a scuola. La
ritualità dell’avvio dell’anno scolastico – esami per i “debiti” (sic!)
contratti dagli studenti e relativi scrutini, collegio dei docenti, riunioni di
dipartimento e per materia – ci conferma in maniera apparentemente rassicurante
che nulla muta, che tutto continua nella sua immobile ciclicità.
Si determina una sorta di
paradosso: la liturgica scansione delle attività, che culmineranno – a metà di
settembre - con la ripresa della didattica, sembra mettere al riparo la scuola dalla
assunzione di responsabilità su quanto sta accadendo fuori e dentro la scuola
stessa. Ribaltando così il ruolo che le è imposto dalla sua funzione
istituzionale e costituzionale: quella di laboratorio di idee per la
democrazia, l’uguaglianza, la parità di genere, la cittadinanza consapevole, la
centralità dell’interesse generale. Questo ribaltamento è certamente stato
determinato dalla costante sostituzione del pensiero divergente ed emancipante
con il Pensiero Unico, vale a dire dalla vittoria del neoliberismo: un fenomeno
subdolo e strisciante - ma costante – che, senza strappi violenti, ma con
puntualità maniacale, ha tessuto la sapiente trama di arretramento sul piano di
quella funzione (riconoscendone con lungimiranza la essenzialità rispetto alla
riuscita del progetto), sostituendo ad essa la visione economicista che
antepone la competizione e il profitto a qualsiasi valore umano, politico,
sociale. Il successo di una scuola non si misura più sulla sua capacità di
fornire strumenti per interpretare la complessità, ma su graduatorie volte ad
incarnare dati apparentemente oggettivi (la grande illusione valutativa!), su
range, su test, sul numero di iscrizioni da collezionare attraverso le
seduzioni di un’offerta formativa i cui punti di forza non sono mai annunciati
in termini di conoscenza e sapere significativi. La scuola si è adeguata,
facendosene parte attiva e non anticorpo, ad un mondo dove sapere, cultura,
riflessione, approfondimento non contano più nulla.
Torniamo: adempiremo ai nostri
compiti senza che la scuola italiana – quale organo “costituzionale”1 - senta
la necessità di esprimersi rispetto allo scempio che si sta facendo della vita
umana. Il mondo ci sta spiegando da tempo – e il nostro Paese ha dato e sta
dando uno zelante contributo - che la legge NON è uguale per tutti; che il
principio di uguaglianza NON è applicabile a tutti incondizionatamente; e che –
persino – l’art. 10 della Costituzione italiana è una mera enunciazione, che
difficilmente trova applicazione completa.
In nome del popolo italiano,
attraverso un ministro della Repubblica che interpreta il proprio mandato come
una spregiudicata e dilettantesca partita di Risiko, con la compiacenza o il
silenzio dei propri pari di Governo, è stato violato il diritto ad un trattamento
umano; si sono adottati provvedimenti arbitrariamente detentivi; si è tenuta in
ostaggio – con il suo carico di disperazione e bisogni - una nave della Guardia
Costiera, il cui compito specifico è salvare vite e il cui suolo è territorio
italiano; ci si è disinteressati di sevizie, torture, stupri che i prigionieri
della nave Diciotti hanno subìto prima di arrivare ad essere inconsapevoli
protagonisti di una delle pagine più nere dell’Italia repubblicana. Si sono
ignorate le malattie contratte da quel centinaio di donne e uomini costretti
per giorni e giorni ad una disumana condizione di attesa. Questa è stata il
momento più basso di un Paese che durante l’estate ha scoperto la propria
passione per il tiro al bersaglio contro il “diverso” - inaugurata dall’uccisione
a fucilate di Soumaila Sacko, bracciante maliano - di qualunque età (ricordiamo
Cirasela, 14 mesi) o condizione (l’operaio originario di Capoverde), mentre gli
incidenti nel foggiano, che sono costati la vita a 16 braccianti migranti,
hanno fatto luce ulteriore – qualora ce ne fosse bisogno – sul lavoro schiavile
cui molti sono sottoposti.
Il danno determinato dalla
assenza di vigilanza rispetto a questi episodi è direttamente proporzionale a
quello causato dal divorzio tra cultura e capacità di esprimere visione del
mondo: ignoranza, grettezza, volgarità al potere. La muscolarità di facciata –
tweet, minacce, celodurismo ostentato, insulti, commenti da bar in bocca alle
istituzioni – incanta gli italiani come l’individuazione del colpevole certo: dell’assenza
di sicurezza, degli stupri, della mancanza di lavoro, della furbizia di
profittatori che vengono qui a fare la “bella vita” sulle nostre spalle,
dell’aumento delle nostre tasse. Ma, per fortuna, “è finita la pacchia”. Questo
incanto non può che essere causato (anche) da un indebolimento della conoscenza
e del sapere; da una scuola che da anni ha smesso di svolgere il proprio ruolo
con responsabilità politica, sociale, culturale.
Che margini può avere, infatti,
in un mondo devastato dalla disumanità e dal sonno di qualunque ragione una
scuola che ha ormai perso i suoi caratteri e la sua funzione costituzionalmente
determinati? Che da deterrente alla massificazione del pensiero, alla
semplificazione e alla velocità superficiale sta diventando strumento
collaborativo al definitivo appiattimento di tutte le coscienze? Se vivessimo
in un Paese che avesse imparato qualcosa dalla storia, ci renderemmo conto – e
se ne renderebbero conto soprattutto coloro che vogliono costruire
un’alternativa reale – che la scuola, se non altro per un dato numerico, sforna
ogni anno giovani donne e uomini cui si può SCEGLIERE cosa e come insegnare (ed
è per questo che il principio costituzionale della libertà di insegnamento deve
essere difeso intransigentemente), determinando in maniera sensibile il futuro
di ciascuno di loro in quanto cittadine/i in grado o meno di elaborare visioni
politiche e sociali. Esattamente come in tutti i processi ideologici violenti,
la lezione è stata perfettamente compresa – viceversa – dai sicofanti del
neoliberismo, che già 40 anni fa avevano intuito che mettere mano alla scuola,
impoverendone impianti culturali, libertà di insegnamento e diritto alla
cultura emancipante, sarebbe stata una mossa vincente. Hanno vinto la partita
su molti fronti: la legge 107 (la massima espressione della visione
aziendalistica della scuola) e le precedenti modifiche alla scuola della
Costituzione, a partire dall’autonomia scolastica, sembrano essere per molti
docenti e studenti un dato acquisito ed incontrovertibile.
Il vicepresidente del Consiglio e
ministro dell’Interno, Matteo Salvini, con l’aria del futuro trionfatore si è
autoproclamato interprete della “voglia di cambiamento di 60 milioni di
italiani”. Io non sono tra questi 60 milioni e aborro il cambiamento cui lui
allude. A scuola nessuno è straniero: “La scuola è aperta a tutti”. Ma per
passare dall’enunciazione, per quanto solenne, ai fatti, occorre scrollarsi di
dosso le incrostazioni dell’inerzia al pensiero unico e riconferire alla scuola
della Repubblica il senso che stiamo smarrendo. Qualcosa si sta muovendo in
termini di avversione al razzismo e alle politiche di questo governo sul fronte
dell’accoglienza ai migranti: dalla manifestazione del 16 giugno a Roma, a
quella di Foggia. A Catania, sabato scorso si è data voce al sentimento di chi
rifiuta di essere conteggiato tra i 60 milioni.
Abbiamo davvero il coraggio di
continuare a rimanere in silenzio?

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