Jennifer Guerra – The Vision
09/08/2018
09/08/2018
Il 30 agosto una ventunenne di
Parma ha denunciato per violenza sessuale due uomini, dopo aver accettato
l’invito a uscire di uno di loro, Federico Pesci, un noto imprenditore della
zona. Secondo la ricostruzione offerta, l’uomo, dopo averla portata nel suo
appartamento, si è fatto raggiungere dal suo pusher nigeriano Wilson Ndu Anihem
e con lui ha stuprato e torturato la ragazza tutta la notte. È l’ennesimo caso
di violenza dell’estate 2018. A Menaggio, sul lago di Como, due diciassettenni
avrebbero subito uno stupro di gruppo da parte di quattro ragazzi, un italiano
e tre stranieri – tre di loro, fermati, sono stati per il momento scarcerati,
in assenza di prove. A Jesolo, una quindicenne sarebbe stata abusata in
spiaggia da un senegalese, mentre a Rimini una donna danese di 26 anni, secondo
la ricostruzione fatta dagli inquirenti, sarebbe stata aggredita da un
venditore ambulante bangladese. Sempre nella località balneare e sempre secondo
le ricostruzioni, una tedesca sarebbe stata violentata da due allievi poliziotti
della Polgai di Brescia.
Non tutti gli stupri, però, hanno
lo stesso peso. Ad esempio, su Libero si parla casualmente solo della “bestia
bengalese” e del “verme senegalese”. Gli altri casi, dove erano coinvolti anche
italiani, non pervenuti. Anche Il primato nazionale ha problemi di memoria e si
concentra solo sulla vicenda di Jesolo, commentando: “Ormai non si contano più
le violenze sessuali perpetrate da immigrati in Italia”. Anche Salvini, tra un
bacio ai rosiconi e una serata al Papeete Beach, si ricorda solo del
senegalese. E tutti gli altri? O meglio, tutte le altre, visto che nella caccia
al mostro dalla pelle scura ci si dimentica che ci sono anche delle vittime di
mezzo.
Nel 1944, la Repubblica Sociale
Italiana promosse un manifesto disegnato da Gino Boccasile che raffigurava un
soldato alleato di colore che afferra con violenza una donna bianca.
“Difendila”, recitava il manifesto, “Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua
sorella, tua figlia”. Nel 2017 Forza Nuova ha ripreso quel disegno di Boccasile
cambiando la didascalia: “Difendila dai nuovi invasori”. A parte il fatto che
nessuna donna ha chiesto di essere difesa e che non c’è alcuna invasione in
atto, il manifesto una cosa giusta la dice: “Potrebbe essere tua moglie”, ma al
posto del soldato di colore avrebbero dovuto metterci un italiano. Come infatti
ha evidenziato il presidente dell’Istat Giorgio Alleva alla Commissione
parlamentare di inchiesta sul femminicidio, gli stupri subiti dalle donne
italiane sono stati commessi da italiani in oltre l’80% dei casi (insomma, 4
volte su 5 l’autore della violenza è italiano) e nel 62,7% dal partner.
Nonostante questo, sembra che a
interessarci siano solo le violenze commesse da immigrati. Quando l’uomo nero
prende la donna bianca, si crea una dinamica perfetta, che non ha bisogno del
solito processo alla vittima o del richiamo alla presunzione di innocenza come
accade se a commettere l’abuso è un rispettabile italiano. Quando a settembre
dello scorso anno due carabinieri di Firenze furono accusati di aver abusato di
due studentesse statunitensi, si scatenò un interminabile j’accuse sulla morale
delle due ragazze – erano ubriache, li avevano provocati e loro si sono solo
comportati da “maschietti”; addirittura le due avrebbero secondo alcuni voluto
incastrarli per intascarsi i soldi dell’assicurazione. Nel caso di uno stupro
commesso da uno straniero, tutto questo inutile teatrino sulla lunghezza
dell’orlo della gonna e la percentuale di alcool nel sangue scompare.
L’idea dell’uomo nero che si
impossessa della donna bianca è ben radicata nel nostro immaginario. Fa parte
dello scenario più ampio, che oggi viene sovente chiamato “invasione” o ancora
peggio “sostituzione etnica”, in cui l’uomo nero viene visto come un ladro
assetato dei beni dei bianchi, come la terra, il lavoro e il Wi-Fi gratis.
Beninteso, fra quei beni bianchi ci sono anche le donne, le “nostre” donne.
Come dice il manifesto di Boccasile ripreso da Forza Nuova, le donne bianche
sono un bene da difendere, soprattutto se madri, mogli e figlie. Non c’è spazio
per le donne che non rientrano nel diritto di proprietà maschile, come le
ragazzine che se la vanno a cercare provocando i carabinieri o le donne
straniere, che tra l’altro sono molto più soggette a stupri e tentati stupri
rispetto alle italiane.
Questo si riflette anche nel
comportamento di denuncia delle donne nel caso di violenza sessuale. Secondo un
rapporto dell’Istat, infatti, nel caso di stupri commessi fuori dalla coppia,
la quota di vittime di stupro subito da parte di un autore straniero che
dichiara di aver denunciato è oltre 6 volte più alta rispetto al caso in cui
l’autore sia italiano. Per il tentato stupro la differenza è addirittura di 10
volte. Uno studio del 2002 dell’Università di Washington e dell’Università
della California ha analizzato il problema della razza come variabile
significativa nel giudicare la gravità dei casi di stupro. In particolare, si è
concentrato sugli stereotipi che riguardano la sessualità delle persone di
colore, sia che si tratti di vittime che di stupratori. Gli uomini neri sono
considerati sessualmente incontentabili, incapaci di controllare i propri
istinti animaleschi e per questo motivo più propensi allo stupro. Le donne
nere, invece, sono viste come troppo promiscue e sessualmente disponibili per
rifiutare un rapporto sessuale. Questi bias influenzano la nostra percezione
dello stupro: l’uomo nero stupra perché è fatto così, l’uomo bianco perché ci
sarà sempre una qualche ragione che lo giustifica. Di conseguenza, anche la
percezione della gravità della violenza cambierà a seconda della nazionalità
dello stupratore e di quella della vittima. Tanto che c’è chi su Twitter,
commentando lo stupro di Parma, accusa di violenza solo il pusher senegalese,
perché in fondo la ragazza era uscita con Pesci volontariamente.
A questo si aggiunge un altro
topos della cultura occidentale, ovvero quello della “Damsel in distress”, la
damigella in pericolo, una donna nubile, graziosa e innocente che deve essere
salvata dalle grinfie del mostro. L’idea della damigella in pericolo è alla
base della cosiddetta “Missing white woman syndrome”, la sindrome da donna
bianca scomparsa. Si tratta di un fenomeno sociale per cui, quando a essere
data per scomparsa è una donna bianca, giovane e di classe medio-alta, la
copertura dei media è sproporzionata alla gravità del caso. Tale copertura è
invece marginale se a scomparire sono un uomo o una donna di colore. I media,
nel trattare i casi di donne bianche scomparse, insistono sulla bellezza e
l’innocenza delle vittime, sui legami affettivi della famiglia e sul loro ruolo
di membri di spicco della società. Lo stesso trattamento si ripete nei casi di
omicidio e di stupro, dove si ricalca il modello della vergine violata da un
uomo socialmente inferiore o di carnagione più scura.
Tale modello è alla base delle
teorie razziste contro la mescolanza delle razze. Lo stupro è più grave se si
mescola la purezza bianca alla bestialità nera, così come prescrive quel
fascismo a cui ci si richiama ogni qualvolta non si riesce a sorpassare la
nazionalità dello stupratore. “Il carattere puramente europeo degli Italiani
viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di
una civiltà diversa da quella millenaria degli ariani,” sosteneva il Manifesto
della razza pubblicato sul Giornale d’Italia del 14 luglio 1938. Che è un po’
quello che sostiene chi pensa che gli immigrati vengano qui a violentare le
“nostre” donne: loro non sanno tenerselo nei pantaloni, non rispettano le
donne, la loro cultura è diversa dalla nostra.
Intanto
la nostra millenaria civiltà è quella che ha commesso oltre 1600 stupri nei
primi sette mesi del 2018, come ha evidenziato il dossier della Polizia
pubblicato sul Corriere della Sera. Senza contare le migliaia di violenze
sommerse, mai denunciate, consumate tra le mura domestiche dai propri partner,
magari gli stessi che inveiscono contro gli immigrati. Le donne non devono
essere difese dalla minaccia straniera, ma disporre degli strumenti che la
legge offre nei riguardi di qualsiasi violenza. Chi usa la cronaca degli stupri
per fare propaganda politica, selezionando accuratamente i casi di cui parlare
in base alla concentrazione di melanina nella pelle del colpevole, non ha
affatto a cuore la sicurezza delle donne. Se la avesse, incentiverebbe
l’educazione sessuale nelle scuole, rafforzerebbe le politiche alla tutela
delle donne maltrattate e, invece che urlare alla castrazione chimica –
operazione anticostituzionale e controproducente – accorcerebbe i tempi del
sistema giudiziario. Ma è molto più semplice sbattere il mostro in prima
pagina, soprattutto se è nero.


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