Pietro Spataro - La striscia rossa
14 settembre 2018
Sostiene Marco Minniti: “Serve a
ben poco discutere del programma, perché il programma non crea la connessione
sentimentale con il popolo. Quella la può creare soltanto una persona, un
capo”. Per farsi capire meglio fa l’esempio di Matteo Salvini: “Salvini con le
sue idee perverse è un capo politico. Dico di più: è il capo politico di un
partito leninista. Nel suo mondo non si leva mai una voce contraria, non esiste
il dissenso”. Queste parole l’ex ministro del governo Renzi le dice in un
colloquio con Goffredo De Marchis pubblicato ieri su Repubblica, nel quale
ricorda la sua battaglia per fermare gli sbarchi dei migranti e le sue
arrabbiature con l’Europa.
Senza fare troppi giri di parole,
penso che il ragionamento di Minniti sia sbagliato e sia l’ulteriore
dimostrazione di come una parte del Pd non abbia ancora capito la lezione del 4
marzo e, andando più indietro, quella del 4 dicembre. Sono ancora convinti che
un leader può tutto, che il capo risolve ogni problema, che il capitano senza
una squadra e senza uno schema di gioco sia in grado persino di vincere il
campionato. La vicenda di Matteo Renzi – un capo tenace, non c’è dubbio – sta
lì a dimostrare esattamente il contrario. Proprio la convinzione che la
leadership in un partito sia l’unica carta vincente, a dispetto di tutti e
contro tutti, ha portato al disastro in cui oggi si trova il Pd. L’assolutezza
del capo, questa specie di fondamentalismo carismatico e di neo culto della
personalità, sono stati nell’ultimo ventennio gli elementi fondamentali della
cultura della destra italiana. Basti pensare a Berlusconi per capire di che
cosa stiamo parlando. Anche se non bisogna dimenticare che quando ha vinto,
Berlusconi ha vinto con le idee (“padroni a casa propria”, per citare lo slogan
centrale della sua campagna elettorale) e non solo con la sua bella faccia da
magnate tv e con lo scettro del re in un regno proprietario senza avversari
interni.
Lo stesso discorso vale per
Salvini che prima di essere un capo è stato l’ideatore di una linea politica
riassumibile in tre parole: l’Italia agli italiani. E’ con questa che ha
portato la Lega dal 4% del 2013 al 17 del 2018.
Il problema principale del Pd,
caro Minniti, non è il capo. Certo, nessuno nega che la leadership sia
importante, ci mancherebbe, mica si
pensa che un partito di sinistra debba essere autogestito. Ma un capo
senza idee e senza popolo non serve a nulla. Sono cose che nel Pci si
studiavano in sezione, leggendo i Quaderni del carcere di Gramsci, e si pensava
che il leader dovesse essere espressione di un popolo e di un’idea.
Ecco, il problema dei democratici
è proprio un altro. Non hanno idea di quale opposizione fare: quella quasi
goliardica della cerchia renziana mangiando i pop corn, oppure una centrata sui
temi veri e su alternative programmatiche? Non hanno idea di quale strada
imboccare: si torna a sinistra e alle battaglie di sinistra a cominciare da
quelle sul lavoro, oppure si presidia un centro alla Macron? Non hanno idea di
quale strategia adottare: la vocazione maggioritaria o la ricerca di nuove
alleanze? Come si sa, su questi temi dentro il Pd le opzioni sono diverse. Ma
proprio perché sono diverse presuppongono scelte diverse. E proprio perché le
scelte sono diverse si continua a non scegliere.
Colpisce che un uomo politico
come Minniti, che viene dalla storia dei comunisti italiani – abituati a quella
che si chiamava l’analisi reale della situazione reale – non veda quello che
vedono in molti e si pieghi alla cultura del comando. Ma il punto per il Pd è
tutto un altro. Con buona pace del capo-padrone e soprattuto di Lenin che, con
estrema franchezza, con Salvini non c’entra proprio un bel nulla.

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