Antonella Serrecchia - The Vision
14 settembre 2018
L’ex-segretaria
di Stato Hillary Clinton, intervistata da Vox, racconta di quando, negli anni
Ottanta, lesse la risposta di un giornalista a un lettore che chiedeva consigli
su come decorare la sua scrivania. “Non riesco a capire dalle tue iniziali,”
scrisse il responsabile della rubrica,“Se sei un uomo o una donna, ma la
risposta dipende proprio dal tuo genere: se sei un uomo e hai una famiglia,
appendine le foto in ufficio. Così, la gente penserà che sei una persona
affidabile. Se invece sei una donna, non lo fare: crederanno che non riesci a concentrarti
sul tuo lavoro.”
Si
tratta di uno delle decine di esempi che si potrebbero fare per raccontare il
diverso modo in cui la società percepisce gli uomini e le donne, non solo sul
posto di lavoro. Schemi normativi psicologici e sociali lontani dal rimanere
solo appannaggio della nostra mente: hanno effetti concreti, non solo sulla
comunità nel suo insieme, ma anche sulla vita degli individui. La Clinton
racconta un episodio di quarant’anni fa, eppure troppo poco è cambiato nel
concreto, nonostante una certa categoria di uomini e di donne preferisca
fingere di non vedere, bollando qualsiasi fenomeno discriminatorio, anche se
provato statisticamente, come “lamentela da femminista”.
Tra i
tanti aspetti che si potrebbero analizzare, quello del lavoro è uno dei più
esemplificativi: per l’importanza che ricopre nella nostra società e perché il
confronto fra stipendi è fra i più immediati. “Non esiste un solo Paese, né un
solo settore, in cui le donne abbiano gli stessi stipendi degli uomini,” ha
dichiarato lo scorso gennaio Anuradha Seth, la consigliera delle Nazioni unite.
“Si tratta del più grande furto della storia,” ha aggiunto. A questo dato va
poi affiancato quello sull’occupazione femminile, a livello globale di 27 punti
percentuali più bassa rispetto a quella maschile: se questo divario venisse
colmato, ci sarebbero 180 milioni di occupati in più in tutto il mondo. Solo in
Italia, la differenza di genere nell’occupazione è del 20% in meno per le
donne.
Una
relazione del 2017 dell’Istituto europeo per l’equità di genere ha fatto notare
come, nella sola Ue, l’eliminazione del divario nel tasso di attività di uomini
e donne farebbe guadagnare, entro il 2050, tra i 3,5 e i 6 milioni di posti di
lavoro; il Pil aumenterebbe di 1490 miliardi di euro, e il tasso di povertà tra
le donne diminuirebbe, così come le differenze sulla pensione. E non si tratta
solo di “problemi di donne”: secondo l’ Eige esiste infatti un collegamento tra
il divario retributivo di genere e la povertà infantile, oltre che un costo per
l’economia dovuto proprio al sottoutilizzo delle competenze delle donne. Tutte
problematiche che hanno un impatto sull’intera società, e che potrebbero essere
ridotte se fossero messe in atto misure per ridurre le discriminazioni di genere,
arricchendo tutti.
Il
cosiddetto gender pay gap, ovvero il differenziale retributivo che esiste tra
lavoratori e lavoratrici, non è un dato semplice da comprendere e viene spesso
discusso in maniera errata. Si può calcolare in due modi: uno medio, non corretto,
l’altro complessivo. Nel primo caso si tratta della comparazione della
retribuzione oraria lorda media di donne e uomini, a parità di mansione; il
secondo considera invece la differenza salariale annua, un calcolo che può
essere esteso a tutta la carriera per comprendere quanto gli aspetti
politico-sociali influiscano sulle reali possibilità di guadagno di un uomo e
di una donna.
Nella
maggior parte degli Stati democratici, le discriminazioni salariali di genere
sono vietate. Non si tratta di una conquista particolarmente antica, né
ottenuta con tanta facilità quanto è ovvio il principio che ne è a fondamento.
Negli Stati Uniti ad esempio, l’Equal pay act è stato scritto da Esther
Peterson e ratificato da J.F. Kennedy nel 1963, dopo quasi un secolo di
discussioni. Da allora, il divario salariale si è assottigliato di molto,
passando dai 59 centesimi del 1960 (ovvero i soldi percepiti da una donna per
ogni dollaro guadagnato da un uomo), ai 77 del 2011. Ma nonostante la legge, e
nonostante i miglioramenti, la differenza c’è ancora, e in alcuni settori è
spesso molto più alta, complice una serie di eccezioni che permettono, pur
rimanendo nel quadro legale, di mettere più soldi nella busta paga di un uomo a
parità di mansioni e ore lavorate. Non si sta suggerendo l’esistenza di un
complotto globale contro le donne: banalmente, gli uomini sono più richiesti
sul mercato del lavoro, per svariati motivi (primo fra tutti l’assenza del
rischio maternità) e quindi ricevono offerte migliori. A inizio anno, in
Islanda, hanno varato una legge che impone alle compagnie con più di 25
dipendenti di ottenere dal governo una certificazione sulle politiche
retributive. Ma una norma non basta: l’obiettivo dovrebbe essere eliminare
quelle storture socio-culturali che fanno sì che una donna sia percepita
inferiore in termini di produttività, anche a parità di competenze, e quindi le
sia preferito un collega uomo. È piuttosto sterile l’argomentazione che vede
nell’assenza di una discriminazione legislativa la prova dell’assenza di
effettive ingiustizie.
Per di più, siamo davvero sicuri
che tale discriminazione non esista anche sulla carta? La nostra Costituzione,
in tal senso, è esemplare. All’articolo 37 cita: “La donna lavoratrice ha gli
stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.”
Perfetto, nulla da obiettare: già nell’immediato dopoguerra vi era la
consapevolezza che l’equità si misura anche sulla base di eque risorse
economiche. La frase subito successiva però, è la seguente: “Le condizioni di
lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare
e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.” L’idea
che la “funzione essenziale” della donna debba essere la procreazione e la
gestione quasi esclusiva del frutto del miracolo della vita, è impregnata della
cultura patriarcale sessista. Eppure, è ancora scritta nero su bianco sulla
nostra bellissima Carta fondamentale, la quale non si discosta molto dal
sentire comune, ed è rispecchiata perfettamente nella società e nei dati.
Ed è qui che entra in gioco il
secondo tipo di calcolo del gender pay gap. Proprio per quanto riguarda il
nostro Paese, c’era stato un periodo in cui credevamo di essere meglio di
altri: il nostro differenziale sembrava tra i più bassi d’Europa; ma si trattava
di un dato troppo semplificato e, infatti, il calcolo complessivo dà risultati
molto diversi. Ad esempio, si nota come il gap si alzi con il crescere dell’età
e il progredire della carriera: secondo i dati Istat dello scorso gennaio,
nella fascia tra i 18 e i 29 anni è del 6,4%, per poi salire di oltre 10 punti
percentuali tra i 30 e i 39 anni. Sulla base di uno studio rilanciato dal
Sole24Ore, a inizio carriera, una donna guadagna in media 5mila euro in meno
rispetto a un uomo, mentre il divario arriva a una media di 14mila euro annui
verso la fine del percorso lavorativo. Sommando il reddito accumulato, si
arriva a una differenza di oltre 300mila euro al raggiungimento della pensione.
Questo indica che qualcosa impedisce alle lavoratrici di avanzare verso condizioni
e retribuzioni migliori.
Avere un figlio è il primo di
questi ostacoli, in quanto, nella stragrande maggioranza dei casi, le
conseguenze sul piano lavorativo ricadono principalmente sulla madre. Negli
anni Ottanta, l’Islanda fu uno dei primi Paesi a garantire prima tre e poi sei
mesi di maternità pagata alle lavoratrici, ma si resero presto conto che questa
norma, per quanto rivoluzionaria, andava solo rinforzando il divario di genere.
Quindi, nel 2000, hanno introdotto l’aspettativa di paternità: sul totale dei
mesi di congedo presi dalla coppia, metà deve essere presa dal padre, l’altra
metà dalla madre. Se il padre decide non prenderli, vengono persi. In questo
modo, non solo hanno incoraggiato i giovani papà a stare a casa per prendersi cura
e passare del tempo con i propri figli, ma hanno anche eliminato la ragione
della discriminazione: un uomo e una donna hanno la stessa probabilità di
assentarsi per il congedo parentale. Oggi, il gender pay gap in Islanda è di 10
centesimi sul dollaro, tra i più bassi al mondo.
In Italia, così come in molti
altri Paesi, la normativa è ancora influenzata dalle aspettative sociali e
culturali che vedono nella donna l’angelo del focolare, addetta alla cura dei
figli, e nell’uomo colui che provvede alle risorse finanziarie della famiglia.
Il congedo di paternità infatti, può essere usufruito dal padre solo se la
madre vi rinuncia (per morte, infermità mentale, abbandono del figlio, affido
esclusivo al padre e via dicendo). Per i papà è prevista una piccola norma
aggiuntiva, un bonus introdotto in via sperimentale nel 2012, che prevede 4
giorni di assenza retribuita dal lavoro obbligatori e due facoltativi: di certo
non sufficienti a sovvertire i ruoli precostituiti che sono alla base di tante
iniquità per entrambi i sessi. Ma, tornando al salario, secondo uno studio
elaborato a partire da dati Inps, la maternità e il relativo congedo comportano
una perdita di retribuzione media per la donna del 12% a vent’anni dalla
nascita del figlio (che sale al 20% per le lavoratrici che, al momento del
congedo, non avevano un contratto a tempo indeterminato).
Un’altra ragione per cui le
donne, a fine carriera, si ritrovano con molti meno soldi da parte (oltre ai
costi spropositati dei prodotti per l’igiene femminile, ancora considerati in
Italia un bene di lusso) è il fatto che per oltre il 30% dei casi hanno un
contratto di lavoro part-time. Una scelta, certo, ma solo in 4 casi su 10: il
60% è invece involontario e dipende, ancora una volta, dalle conseguenze della
nascita di un figlio e del fatto che le donne spendono più del doppio del tempo
rispetto a un uomo nelle attività di gestione della famiglia e della casa.
Ancora, un fattore rilevante e
spesso ignorato è quello della segregazione occupazionale: le donne tendono a trovare
lavoro in settori meno remunerativi, spesso nonostante siano sovraqualificate
rispetto alla posizione. Un dato interessante viene dalle università: su 100
laureati, 60 sono donne e rispetto ai colleghi maschi hanno conseguito un voto
migliore, nei tempi previsti e svolgendo più tirocini curriculari. Il risultato
è che dopo dieci anni, il 67% delle donne ha un lavoro, contro il 78% degli
uomini, e il 10% di donne in meno ha un contratto a tempo indeterminato.
Inoltre, secondo un interessante studio compiuto da Lavoce.info sui dati Istat
che vanno dal 1991 al 2012, le donne hanno meno probabilità degli uomini di
cambiare lavoro, spostarsi verso posizioni più convenienti e contribuire
all’avanzamento di carriera. Certo, questi numeri sono influenzati dal fatto
che le neo-maturande scelgono con più facilità corsi di laurea in materie
umanistiche, mentre i settori più attivi, come quelli scientifico tecnologici,
restano appannaggio dei ragazzi.
Ma perché? Qual è la spiegazione
di tutti questi numeri? Il motivo per cui le donne non scelgono di fare le
scienziate, o le ingegnere, o non pensano di cambiare lavoro per trovarne uno
migliore; per cui rinunciano più facilmente alla carriera per occuparsi di un
figlio, frutto della scelta di entrambi; per cui se la coppia si divide, il
padre diventa improvvisamente una figura genitoriale di serie B; per cui una
donna che ama il proprio lavoro, ma anche la propria famiglia, non dovrebbe
appenderne le fotografie in ufficio?
Si tratta, in tutti questi casi,
di condizionamenti culturali, schemi psicosociali che dovremmo impegnarci a
superare. Perché l’alternativa, se non si parla di ambiente, è credere nella
genetica dei sessi e tutto ciò che ne consegue. Quindi, gli uomini sono
predisposti alla carriera, le donne ai figli e alla cena; un uomo non sa
cambiare un pannolino e non dovrebbe essere lasciato solo col figlio almeno
fino ai 5 anni; una donna ingegnera, “Ahah, quante risate – e poi è
cacofonico.”
Francamente, penso che nel 2018
potremmo anche superare questa cosa di Eva e della costola di Adamo, e pensare
che forse non si tratta di una lotta tra sessi, ma di una battaglia di tutti
per l’equità della nostra società, che è degli uomini quanto delle donne.

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