Alessandro Cardulli - Jobnews
quotidiano
13 settembre 2018
Le interviste si sprecano. Ora
che anche le televisioni riprendono i talk show politici, sempre più comparsate
del Salvini e del Di Maio. I due vicepremier occupano quotidianamente i
teleschermi, le radio, la carta stampata; argomento dominante la messa a punto
del Def, il documento di Economia e Finanza e la preparazione del Bilancio per
il 2019. Scadenze importanti per il futuro del nostro paese. I due vicepremier
fanno a gara a chi arriva prima. Di Maio
vuole subito il reddito di cittadinanza, Salvini la flat tax. In campo anche la
revisione della legge Fornero. Nel contratto di governo siglato fra la Lega e i Cinquestelle, questi sono i punti
cardinali. Si dà il caso che l’attuazione del contratto, base del governo
gialloverde, avrebbe un costo superiore ai cento miliardi. Che non ci sono. I
due vicepremier allora fanno a gara a chi viene prima. Siccome il ministro che
tiene i cordoni della borsa ha fatto sapere che non ci sono soldi per coprire
il costo del contratto di governo, che
gli impegni presi con gli elettori potrebbero essere realizzati
“gradualmente”, nell’arco della
legislatura, cinque anni, i due vicepremier stanno facendo pressione perché sia
data precedenza a ciò che più preme a ognuno. Nessuno dei due, nelle
interviste, si fa per dire, perché gli scriba sono comprensivi e le domande
sono fatte in modo che l’intervistato si trovi a suo agio, fa il minimo cenno
alle difficoltà che sta vivendo l’economia del nostro paese.
Due
indicatori economici segnalati da Istat indicano che non siamo ancora fuori
dalla crisi
Speriamo di essere smentiti nei
prossimi giorni, speriamo che Salvini e Di Maio, ed anche Tria, si rendano
conto che l’Italia sta male, che ben altre sono le politiche da mettere in
campo per affrontare problemi economici e sociali che diventano sempre più
gravi. Non parliamo del presidente del Consiglio che sembra estraneo rispetto a
queste problematiche. Due indicatori economici resi noti dall’Istat indicano un
Paese che non è ancora uscito dalla crisi. Addirittura regredisce, fanalino di
coda in Europa, con indici relativi all’occupazione e alla produzione
industriale che si muovono verso il basso. Istat, come è sua abitudine, per non
turbare il manovratore parla di aumento
dell’occupazione. Ma come al solito è tutta una finta. Dice la nota
dell’Istituto che “nel secondo trimestre 2018 si contano 205 mila occupati in
più rispetto al secondo trimestre 2008″. Non solo, Istat parla di “recupero
dei livelli pre-crisi” e sottolinea che
“si è raggiunto e superato il numero
degli occupati del secondo trimestre 2008 e il tasso di occupazione
15-64 anni non destagionalizzato è tornato allo stesso livello”, ovvero al
59,1% in entrambi i periodi. Istat parla poi della ripresa iniziata prima nel
Centro Nord e poi nel Mezzogiorno dove il calo degli occupati ha riguardato
complessivamente 700 mila unità fino al 2014, il saldo rispetto al pre-crisi è
ancora ampiamente negativo (-258 mila, -3,9%; il relativo tasso -1,6 punti). Poi, insieme ad un mare di numeri arriva il dato vero: “Riguardo
alle caratteristiche dell’occupazione – scrive l’Istituto – il recupero
interessa esclusivamente il lavoro alle dipendenze, specialmente nella
componente a termine”. Rispetto al pre
crisi si parla di un +30,9%, pari a 700 mila lavoratori a tempo determinato. “A
questa crescita – si legge – fa da contraltare la perdita di circa 600 mila
indipendenti (-10,2%). Nel nel secondo trimestre 2018 l’occupazione è cresciuta
rispetto al trimestre precedente (+203 mila, +0,9 punti) a seguito
dell’ulteriore aumento dei dipendenti a termine, della stabilità dei lavoratori
a tempo indeterminato e della ripresa degli indipendenti”. Il tasso di
occupazione aumenta di 0,5 punti, portandosi al 58,7%. In un anno la crescita è stata di 387 mila
occupati (+1,7% ), concentrata tra i dipendenti a termine a fronte del calo
di quelli a tempo indeterminato (+390
mila e -33 mila, rispettivamente) e
della crescita degli indipendenti (+30 mila). Nel secondo trimestre del
2018 l’incidenza dei lavoratori dipendenti a termine sul totale dei dipendenti
raggiunge il 17%.
Industria,
cala la produzione
Sempre Istat ci offre uno spaccato dell’industria italiana di
fatto tutto in negativo. Per la prima volta dal 2016 si parla di una inversione
di rotta e di una brusca discesa della produzione nel mese di luglio. Inutile,
come fanno alcuni scriba parlare di un
“quadro a luci ed ombre” a proposito di quello offerta da Istat e rilanciato
dalle agenzie di stampa. A luglio infatti si stima che l’indice destagionalizzato
della produzione industriale diminuisca dell’1,8% rispetto a giugno. Corretto
per gli effetti di calendario l’indice è diminuito dell’1,3%. Su base annua si
tratta della prima flessione da giugno 2016 e del risultato peggiore da oltre
tre anni (-1,8% a gennaio 2015). Male anche la produzione italiana di
autoveicoli: a luglio scende del 10,9% rispetto a giugno (dato
destagionalizzato). Su base tendenziale la produzione cala del 6,5% (dato
corretto per gli effetti di calendario) e del 4,4% (dato grezzo).

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