Giuseppe Caliceti - Striscia
rossa
13 settembre 2018
Ricomincia un nuovo anno
scolastico. I problemi sono tanti e gravosi, come sempre. Ma il nuovo governo
in carica ci risparmia almeno una nuova riforma epocale della scuola – negli
ultimi vent’anni se ne sono succedute una mezza dozzina, e hanno sempre voluto
dire tagli al personale e ai fondi.
C’è la mancanza di un preside
ogni quattro istituti scolastici. C’è carenza di segretari e bidelli. Ci sono
in cattedra ottantamila precari. C’è il caro libri. C’è una offerta formativa
sempre più impoverita e standardizzata. C’è un problema gravissimo: solo il 5
per cento delle scuole italiane sono adeguate in caso di terremoto e solo il 42
per cento è a norma riguardo la normativa antincendio.
Poi? Ci sono sempre più genitori
che si rimboccano le maniche e pitturano aule e si prendono cura della scuola:
di solito se ne parla come di qualcosa di bello, di altamente civico. E lo è,
per carità, ma sottolinea anche come la scuola pubblica sia allo sbando. Anche
perché dovrebbe, anche se non lo è più da anni, la scuola di cui si parla nella
nostra Costituzione: gratuita. Invece si calcola che siano ormai oltre un
miliardo gli euro che ogni anno i genitori degli studenti della scuola pubblica
italiana versano “in nero” attraverso feste di fine anno, lotterie, tombole, mercatini,
lavoro più o meno volontario.
Nulla di buono o bello, dunque?
Be’, ci sono i ragazzi e le
ragazze. L’abnegazione, il buon senso e la pazienza di tanti docenti. Ma anche
la consapevolezza che proprio all’interno della scuola, oggi più che mai, resiste
ancora una idea forte di comunità e batte saldo il cuore della nostra
democrazia. In completa controtendenza con il resto della società italiana in
cui, nel bene e nel male, è immersa.
Ed è giusto che sia così, per
carità.
Non so se l’avete mai notato:
quando accadano dei disastri o degli atti criminali, da tutte le parti della
società civile si alzano cori che parlano di valori come solidarietà, cura,
mutuo aiuto, benevolenza, fratellanza, bene comune. Quegli stessi valori che,
senza disastri ed emergenze in atto, vengono beffardamente e inspiegabilmente
sostituiti con altri valori che sono spesso il loro esatto opposto:
individualismo esasperato, competitività e meritocrazia fratricide, egoismo,
massimo profitto, eccetera. Ottenendo un risultato negativo che ogni ragazzo,
ogni bambino può cogliere: sono solo parole, sono valori di cui si parla ma
sono utilizzati da chi ne parla solo in modo strumentale e insomma, in una
parola, utilizzati così non sono più credibili neppure per chi ha sei anni.
Le vere domande da porsi allora
sono altre.
Quali sono i nostri veri valori?
Quali esempi e quali valori cerchiamo e desideriamo veramente trasmettere,
anche attraverso la scuola, ai nostri figli e ai nostri studenti? Cioè a chi
verrà dopo di noi?
Ecco, oggi la scuola pubblica
italiana vive a pieno questa insanabile contraddizione. Non a caso siamo stati
frastornati con l’idea sbagliata di una scuola azienda dove le famiglie degli
studenti e degli alunni sarebbero semplici clienti che hanno sempre ragione,
anche quando non ce l’hanno affatto.
E all’interno di questa
contraddizione, in tante scuole, specie nella nostra città e nella nostra
regione, si cerca ancora di parlare dei valori che reggono una comunità non
solo quando le cose vanno male e ci sono disgrazie di fronte a cui fare fronte
comune, ma anche nei giorni normali. Insomma, ogni giorno. Forse anche perché
siamo ormai in un periodo di continua emergenza civile e valoriale.

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