Andrea Aloi - Striscia
rossa
13 settembre 2018
In un regime di libertà
scolastica, non solo i contributi dello Stato dovranno ingigantire; ma gli
istituti, liberi dalla pretesa di governi e parlamenti di tenere basse le tasse
scolastiche, potranno fissarne l’ammontare, a seconda delle proprie esigenze.
La necessità di fornire un insegnamento elevato li costringerà ad aumentare le
tasse al di sopra delle risibili tariffe odierne, sebbene sempre e di gran
lunga al di sotto del costo dell’insegnamento, dei laboratori, dei gabinetti,
delle biblioteche, degli ospedali ed in generale dell’attrezzatura necessaria
ad un insegnamento degno.
La scuola dovrà dai mezzi
raccolti porsi in grado di concedere esenzioni e sussidi in denaro, in alloggi
e in vitto agli studenti meritevoli e male provveduti di mezzi propri. Perciò
essa chiederà molto allo Stato ed in regime di libertà. Chiederà molto e non
concederà nulla, nel senso che essa non consentirà allo Stato di influire nella
scelta degli insegnamenti, degli assistenti, degli assistiti di borse di
studio. La mèta delle università, le quali seguiteranno per tradizione a dirsi
di Stato, perché mantenute soprattutto grazie al concorso finanziario dello
Stato, è quella che sinora è stata tenacemente difesa dalle università inglesi,
da quelle tradizionali di Oxford e Cambridge alle ben più numerose, e crescenti
di numero, provinciali: il parlamento fissa la somma complessiva che lo Stato
destina all’insegnamento universitario; e della ripartizione della somma fra le
università e fra i vari scopi che le università si propongono, dalla
costruzione degli edifici all’acquisto dei macchinari, dalla determinazione
degli onorari dei professori, dei lettori, degli assistenti, diversi da luogo a
luogo e da persona a persona, alla dotazione delle biblioteche, sono arbitri un
comitato elettivo di delegati delle università per quel che attiene al riparto
fra di esse e i consigli accademici per la ripetizione interna.
Nonostante le querele della
Camera dei Comuni, le università hanno tenuto fermo nel diniego di consentire
ad un qualsiasi controllo della tesoreria (da noi si direbbe il ministero del
Tesoro, con la sua Ragioneria generale dello Stato) e, s’intende, del ministero
dell’Educazione, il quale non ha nessuna ingerenza nella gestione, sia
scientifica come finanziaria, di corpi tenacemente gelosi della loro autonomia.
Se la libertà del credere
(rapporti tra lo Stato e la Chiesa) e del pensare (ordinamento della scuola)
attengono ai puri valori dello spirito, la libertà del vivere indipendenti da
dominazioni straniere è parimenti un valore spirituale. Gli italiani vogliono
essere sovrani in casa propria; ma sanno che non è possibile vivere isolati.
Noi facciamo parte di una società di Stati sovrani, tutti legati gli uni agli
altri in modo così stretto che se non ci associassimo ad altri, l’indipendenza
e la libertà sarebbero morte.
Solo gli Stati colossi – e se ne
conosco due soli, gli Stati Uniti e la Russia, ai quali domani potrà, ma non è
ancora sicuro, diventar pari la Cina e più in là forse anche l’India – possono
sfidare chi volesse assorbirli. Gli altri Stati, se non vogliono essere
dominati dai colossi, debbono giocoforza allearsi; e presto le alleanze, sempre
precarie e deboli, non basteranno e converrà federarsi in una unità superiore.
La scelta delle alleanze non è
dubbia. Noi apparteniamo al tipo di civiltà occidentale, quello di cui fanno
parte l’Inghilterra, i paesi scandinavi, la Svizzera, la Germania occidentale,
la Francia, l’Austria, il Belgio, l’Olanda, gli Stati Uniti; retti con liberi
ordinamenti politici, forniti di libertà di parola e di stampa. Noi non
possiamo uscire dalla società politica occidentale senza rinunciare alle nostre
medesime ragioni di vita.
(Luigi Einaudi, “Prediche
inutili”, dicembre 1955 – gennaio 1959)

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