Piero Innocenti - Antimafia 200
10 settembre 2018
Alcuni giorni fa la Direzione
Investigativa Antimafia (DIA) ha ultimato la redazione, come al solito fatta
meticolosamente, della relazione del secondo semestre del 2017 sull’attività
svolta e i risultati conseguiti nel contrasto alla criminalità mafiosa,
consegnandola nelle mani del Ministro dell’Interno che l’ha presentata in
Parlamento.
Così
vuole la procedura stabilita dalla legge.
Nessuno, credo, può pensare che
il responsabile del Viminale abbia avuto il tempo (e la voglia) di leggere (e
studiare) le 350 pagine che riepilogano in modo chiaro quanto fatto, con
impegno, dal personale della DIA e delle forze di polizia territoriali contro
le mafie (italiane e straniere) delineando anche uno scenario ancora
straordinariamente drammatico della potenza e della pervasiva presenza, non
solo in Italia, delle varie compagni mafiose. Se, dunque, Salvini, avesse avuto
tempo soltanto di sfogliare qualche pagina della relazione, almeno quelle sulla
criminalità organizzata italiana, sulle sue relazioni internazionali, sui
processi evolutivi in atto, anziché affliggere quotidianamente (almeno una
parte dei cittadini) sulla (inesistente) invasione dei migranti africani,
avrebbe dovuto dare qualche indicazione strategica (non in tv) riunendo, per
esempio, il Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza, per contrastare più
efficacemente le mafie. E invece, nulla di nulla, segno che neanche dal suo
staff ha avuto uno straccio di “appunto” (di solito una pagina) in cui
sintetizzare la corposa relazione.
E dire che al Viminale ci sono
fior di esperti che riescono, mirabilmente, a “riepilogare”,”sintetizzare”,
“sdrammatizzare” in un “appunto”, anche le più elaborate e “rognose” relazioni.
E l’ultima della DIA è sicuramente una di queste. Anche stavolta inizia, come
nella precedente relazione, affrontando la mafia calabrese, l’azione di
“colonizzazione” che prosegue in molti paesi. Cosche che “... restano
l’espressione mafiosa maggiormente aggressiva e la minaccia criminale più evidente
alla sicurezza nazionale”. Parole pronunciate, il 6 dicembre 2017, quindi pochi
mesi fa, dallo stesso Presidente del Consiglio pro tempore innanzi alla
Commissione parlamentare Antimafia. Dunque per la c.o. calabrese”,
costantemente proiettata verso la moltiplicazione della ricchezza e l’esercizio
del potere, il traffico internazionale degli stupefacenti “rimane la primaria
fonte di finanziamento”.
Sempre asfissiante la presenza
della ‘ndrangheta nelle macro aree dei tre “mandamenti”, del centro, tirrenico
e ionico con le famiglie Libri, Tegano, Condello, De Stefano, Buda, Imerti,
Zito e Bertuca. L’analisi della DIA è puntuale tanto da indicare persino i
rioni (Modena e Ciccarelli), i quartieri (Santa Caterina) dove sono attivi i
gruppi mafiosi dei Lo Giudice, Borghetto-Zindato-Caridi, Rosmini. Nuove
alleanze anche nella Piana di Gioia Tauro dove, nonostante importanti
operazioni di polizia giudiziaria, sono sempre operative le cosche Piromalli e
Molè, Alvaro, Crea, Pesce-Bellocco. Il porto, poi, “si conferma tra le
destinazioni preferite dai trafficanti internazionali di stupefacenti”, non
solo di cocaina (quasi 2tonnelate sequestrate nel 2017 sul totale di poco più
di 4 ton a livello nazionale), ma anche di altre droghe come testimoniato dal
sequestro, in due circostanze, nel novembre 2017, di circa 27 milioni di
pillole di tramadolo cloridrato, un oppiaceo sintetico conosciuto come la
“droga del combattente”, per un valore stimato di circa 70 milioni di euro. Ma
il controllo del territorio mandamentale è condiviso con le altre “famiglie”
dei Facchineri e Albanese-Raso-Gullace, degli Zappia, i Cianci-Maio-Hanman, le
consorterie Zagari-Viola-Fazzalari, i Larosa, i Longo-Versace, i
Polimeni-Gugliotta. Intere pagine della relazione che riportano anche le principali
operazioni delle forze di polizia e di alcuni processi svolti, tante piccole,
importanti battaglie vinte contro il malaffare, in un contesto criminale
generale che, comunque, è ancora invincibile, con strutture, “gerarchie,
organigrammi e dinamiche associative” in aggiornamento. E’ quanto emerso, per
esempio, nel mandamento ionico dove le indagini hanno consentito di appurare la
vigenza di nuove regole e rituali, l’esistenza di una nuova struttura,
sovraordinata ai “locali” (definita dagli indagati come Corona o Sacra Corona)
per migliorarne l’efficienza operativa, non solo locale ma “extraregionale,
nazionale, estera”.
Un “sistema” che deve funzionare
senza intoppi e violazioni. Per questo sono prontamente convocabili i
“tribunali” della ‘ndrangheta per giudicare gli affiliati sospettati o per
dirimere eventuali conflitti. Anche in questo “mandamento” si segnalano
l’egemonia delle cosche Nirta-Strangio,dei Morabito-Palamara-Bruzzaniti, degli
Acquino-Coluccio, degli Ursino-Ursini, dei Cataldo e Cordì, dei Talia-Rodà,
solo per citarne alcune. Uno scenario criminale che richiederebbe la massima
attenzione e concentrazione di risorse da parte delle massime autorità
politiche e istituzionali se è davvero minacciata “la sicurezza nazionale” di
cui Salvini dovrebbe essere il principale tutore nella sua veste di “Autorità
Nazionale di Pubblica Sicurezza”.
La
criminalità straniera in Italia nelle relazioni della DIA al Parlamento
Se siamo diventati, con il passar
degli anni, “il paese più appetibile per i criminali” (cfr. la relazione
conclusiva della Commissione parlamentare Antimafia, febbraio 2018), è
necessario darsi una regolata in fretta se non si vuole arrivare ad un livello
più drammatico sulla sicurezza nazionale. Quella “sicurezza” che ha richiamato,
per ultimo, appena mesi fa (dicembre 2017) lo stesso Presidente del Consiglio
pro tempore riferendosi alla minaccia della criminalità organizzata calabrese.
Mafia, per lungo tempo, in passato, ignorata, sottovalutata, e diventata, da
anni ormai, un delle più potenti al mondo. Questo atteggiamento politico,
istituzionale, anche sociale, a sottovalutare gruppi criminali e fenomeni
collegati, si può rilevare anche con la criminalità straniera insediatasi nel
nostro Paese.
Emblematico di ciò, lo scarso
rilievo dato nelle relazioni della DIA, una ventina di anni fa, alle “...
organizzazioni delinquenziali di origine straniera” che, comunque, già allora
si andavano stanziando sul territorio nazionale. In effetti, non si può dire
che gli analisti della DIA di quei tempi avessero approfondito tutta la materia
delle mafie se si da un semplice sguardo alla relazione del 1999 (relativa al
secondo semestre), composta di sole 37 pagine di cui 5 dedicate alla c.o.
straniera (in particolare, due pagine e mezza a quella albanese e 14 righe a
quella cinese). Analisi ben diverse, soprattutto da alcuni anni a questa parte,
con relazioni DIA puntuali, più accurate, ben articolate e presentate, come
vuole la legge, dal Ministro dell’Interno al Parlamento (che, in generale, non
vi presta che una modesta attenzione). Così, se ancora nel 2004, la DIA, nella
stringata relazione del secondo semestre, è ancora “parsimoniosa” nei confronti
della “c.o. di matrice straniera” (8 pagine sul totale di 88 della relazione),
già quella del 2008, di fine anno, è particolarmente corposa (395 pagine) con
valutazioni più attente e circostanziate nei confronti di tute le mafie e delle
organizzazioni criminali allogene alle quali sono riservate ben 49 pagine.
Quattro anni dopo, nel 2012,
l’esame dei singoli sodalizi stranieri è corredato da diagrammi e dati che
aiutano a comprendere di più il mondo articolato delle mafie e stavolta alla
criminalità cinese è riservato lo spazio maggiore, quattro pagine e mezza,
mentre quello minore è ancora per quella nigeriana (inspiegabilmente perché già
a livello periferico di organismi di polizia vi erano allarmanti evidenze
significative sulla criminalità nigeriana in alcune zone del Paese). Nelle due
relazioni del 2017 (la seconda presentata alcuni giorni fa), la conferma di
“sinergie”, “interazioni” dei sodalizi di matrice straniera con le mafie di
“casa nostra”, in particolare nelle regioni del sud Italia dove c’è “l’assenso
delle organizzazioni mafiose autoctone” mentre nelle restanti regioni i gruppi
stranieri “... tendono a ritagliarsi spazi di autonomia operativa che sfociano
in forme di collaborazione su piani quasi paritetici”. Così, se “... la
criminalità albanese resta l’organizzazione straniera sicuramente più presente
e ramificata in ambito nazionale... ”, quella cinese ha assunto “... modelli
delinquenziali gerarchicamente strutturati (..) basati su relazioni che
poggiano essenzialmente su un legame familiare solidaristico dove una rete di
assistenza (“guanxi”), assicurando benefici e servizi, rende ancor più impermeabile
il gruppo criminale fino ad assumere i caratteri tipici delle associazioni
mafiose".
Preoccupa, non poco, la
criminalità nigeriana per “... l’alta specializzazione nei traffici di
stupefacenti, nel favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e nella tratta
di esseri umani finalizzata allo sfruttamento della prostituzione”. Lo spaccio
degli stupefacenti è decisamente nelle mani della criminalità nordafricana in
molte città. Il contrasto a queste organizzazioni criminali straniere
richiederebbe il perfezionamento degli strumenti di cooperazione
internazionale, anche di tipo normativo, che sono ancora carenti. Potrebbero,
così, aumentare anche le ricchezze illecite sequestrate e confiscate a queste
organizzazioni criminali che, dal 1992 al 30 giugno 2018, ammontano - secondo
dati della DIA - a oltre 1,2 miliardi di euro sul totale di oltre 15 miliardi,
il valore dei beni sottratti alle quattro mafie italiane. Ancora poco se
pensiamo a tutti gli affari illeciti gestiti in Italia e nel mondo dalle mafie
autoctone

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