Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari-
Antimafia 200
10 settembre 2018
“Qui c’è la certificazione che un
organo dello Stato indaga un altro organo dello Stato. Con la differenza che
questo ministro è stato eletto da voi e gli avete chiesto di limitare gli
sbarchi e di espellere i clandestini, quindi vi ritengo miei amici, miei
sostenitori e miei complici. Altri non sono stati eletti da nessuno e non
rispondono a nessuno”.
Ecco l'attacco alla magistratura
per bocca del Ministro degli Interni Matteo Salvini, che ieri ha ricevuto la
notifica dell’avviso di garanzia dalla Procura di Palermo per il caso Diciotti.
In un colpo solo sembra di essere tornati indietro di vent'anni quando a
scatenare la polemica tra politica e magistratura non erano i “leghisti” ma
l'ex premier Silvio Berlusconi.
Anche B. lanciava proclami ed
invettive ricordando di essere eletto dal popolo. Se l'ex Premier usava le
proprie reti televisive, il leader della Lega punta con decisione sui social,
leggendo in diretta ai 25mila utenti collegati la comunicazione del Procuratore
Lo Voi, giunta al Viminale. Nella sua invettiva, come B., anche Salvini se la
prendeva con le “toghe rosse”. Un termine che non usa ma che si legge tra le
righe delle sue parole (“alcuni magistrati che hanno una cultura politica di
sinistra”) offrendo l'assist per un nuovo scontro istituzionale.
Poco importa se il ruolo
istituzionale di Salvini come Ministro degli Interni, per legge (art.92 della
Costituzione), viene assegnato non dal Popolo ma dal Presidente della
Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio. Come Berlusconi, Salvini
va per la sua strada in barba alle inchieste aperte nei suoi confronti.
I reati a lui contestati dalla
Procura di Palermo riguardano gli articoli 81 e 605 del codice di procedura
penale, ovvero il sequestro di persona aggravato e continuato per avere
trattenuto illegalmente per dieci giorni a bordo del pattugliatore Diciotti 177
migranti raccolti nel Canale di Sicilia al largo di Lampedusa il giorno di
Ferragosto. Un reato per cui il Ministro rischia fino a 15 anni.
Non è la prima volta che Salvini
attacca la magistratura. Lo scorso mese aveva puntato il dito contro il
Procuratore Capo di Agrigento Luigi Patronaggio, “colpevole” di aver dato il
via all'indagine per sequestro di persona; ugualmente aveva polemizzato sulla
decisione del tribunale del Riesame che ha dato ragione alla procura di Genova
sul sequestro immediato dei fondi della Lega. Attacchi del tutto
ingiustificati. E non è un mistero che la sua “visione” per una riforma della
giustizia sia tutt'altro che in sintonia con quella grillina, che propone norme
più stringenti contro corruzione ed affini. Non a caso non era presente durante
il Consiglio dei Ministri che ha approvato il disegno di legge anticorruzione.
Dopo l'affondo, oggi, il Ministro
ha cercato di abbassare i toni negando che vi sia “un golpe giudiziario” nei
suoi riguardi e dicendo di aspettare “con totale rispetto, celerità e serenità”
le sentenze che lo riguardano e di essere “disponibile ad andare a Palermo
domani anche a piedi, non sono al di sopra della legge”.
Una mossa necessaria per non
andare incontro ad una crisi di Governo dopo che ieri sia il ministro della
Giustizia Bonafede che l'altro vice-premier Luigi Di Maio avevano preso le
distanze sulla sua posizione. “Non può pensare di far tornare l’Italia alla
Seconda Repubblica” aveva detto il Guardasigilli. Ed anche Di Maio aveva
aggiunto: “Sulla vicenda della nave Diciotti sapevamo che le decisioni erano
decisioni forti ma noi le rivendichiamo come governo e abbiamo dato il nostro
sostegno, detto questo non si può dare sostegno alle accuse ai magistrati”. E'
evidente che il clima tra le due componenti di Governo è tutt'altro che sereno
ma se non si porrà un freno alle azioni del Ministro la convivenza, forzata dal
delicato momento politico-economico del Paese, rischia di diventare una
pericolosa connivenza.

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