Alessandro Cardulli– JOBnews
22settembre ’18
Da
quando Di Maio è diventato vicepremier, oltre a ricoprire l’incarico di
ministro per lo Sviluppo economico e di ministro del Lavoro, giorno per giorno
cresce in arroganza. Guai a contraddire Giggetto, lui se ne sta con il sorriso
stampato sulla faccia, pare che sorrida anche quando dorme, padrone dei mille
saperi, dell’Italia e del mondo. In particolare il suo forte non è certo
l’economia ma guai a contraddirlo. Salta su come una tarantola, Salvini al suo
confronto sembra un buontempone. In particolare, in questo periodo, mentre si
avvicina il giorno fatale in cui il governo dovrà presentare l’aggiustamento al
documento di economia e finanza, quello predisposto dal governo Gentiloni, e
poi a metà ottobre il Bilancio di cui il ministro Tria ha discusso con i
Commissari Ue le linee generali, diventa sempre più irritabile.
Brexit
e Italia possono impedire all’Europa di prosperare
Per
non parlare dell’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo che
si è permessa di rivedere le stime della crescita prevista all’1,2% per
quest’anno e all’1,1% per il prossimo con un calo di 0,2 punti percentuali.
Subito bacchetta Boone, capo economista
dell’organizzazione, il quale affermava che “Brexit e l’Italia sono tra i
principali rischi che potrebbero impedire all’Europa di prosperare”. L’avesse
mai detto. Il Di Maio salta su come un grillo con la g minuscola perché non si
permetterebbe mai di fare un torto al suo capo anche se ora sembra un po’ a
riposo avendo lasciato a Casaleggio il compito di gestire la baracca. Il
vicepremier strilla: “L’Ocse non deve intromettersi nelle scelte del governo
democraticamente eletto dai cittadini”. Ci permettiamo di far presente che il
governo è il frutto di un accrocchio fra
due partiti, o come li vogliamo chiamare, che in campagna elettorale si
erano fatti la guerra e poi hanno siglato un contratto su alcuni problemi, flat
tax, reddito e pensione di cittadinanza, revisione della legge Fornero.
Poi il Di Maio tira fuori il ritornello
preferito: “I due terzi degli italiani sono con noi. I burocrati (gli
economisti dell’Ocse ndr) se ne facciano una ragione. Siamo stati eletti anche
per questo e manterremo l’impegno con la legge di Bilancio”.
Il
vicepremier: che sarà mai far salire il deficit oltre il 2%
Dato
un colpo ai burocrati il Di Maio prende di mira il ministro dell’Economia e
Finanza, il Tria. Parte da lontano. Ti fa sapere che con lui c’è perfetta
sintonia. Ma mentre il Tria ha posto dei paletti per quanto riguarda il debito
pubblico, il deficit, lui ormai si muove a ruota libera in concorrenza con
Salvini. “Che sarà mai”, dice parlando dalla Cina, dove si vanta di aver
concluso affari d’oro, ora pare diventato anche il ministro del Commercio estero,
“far salire il deficit oltre la soglia del 2%”. Mentre faceva questa
affermazione, il ministro Giovanni Tria in audizione al Senato confermava la linea di apertura su pensioni e
reddito di cittadinanza ma nel rispetto degli equilibri di bilancio all’Europa.
Per lui l’argine di sicurezza si situa all’1,6% del rapporto tra deficit e
Prodotto interno lordo. Affermava infatti: “Si conferma che l’obiettivo
dell’esecutivo è quello di assicurare la graduale realizzazione degli
interventi di politica economica” contenuti “nel contratto di governo,
compatibilmente con le esigenze di mantenere l’equilibrio dei saldi strutturali
di finanza pubblica”. Molto chiaro il ministro. Entro la fine di settembre con
il Def “si provvederà a definire il quadro delle diverse misure volte ad
assicurare l’attuazione del contratto di governo che troveranno concreta
attuazione nella legge di Bilancio”. In merito all’ipotesi di far salire l’Iva
per reperire risorse necessarie per la realizzazione del contratto si limitava
a dire che “rispetteremo le risoluzioni del Parlamento” che impegnavano il
governo a sterilizzare gli aumenti.
La
possibilità di aumentare l’Iva, ipotesi sul tavolo del governo
Ma
un altro esponente del governo, il viceministro Garavaglia sottosegretario
all’Economia ha continuato a parlare della possibilità di aumentare l’Iva
definendola una “ipotesi sul tavolo seppure non ufficiale del governo”. Sulle
misure che interessano i pentastellati, reddito di cittadinanza, Tria ha
sottolineato che sono “in corso da tempo approfondimenti tecnici tra le
amministrazioni coinvolte sia per la configurazione delle diverse misure sia
per la definizione della platea dei beneficiari in linea con le indicazioni del
contratto di governo”. Per quanto riguarda la pace fiscale, un condono
mascherato, voluto dalla Lega, Tria ha menato il can per l’aia nel tentativo di
schivare i colpi a pallettoni lanciati dal Salvini: “Parlare di pace fiscale
non significa varare un nuovo condono”, ma piuttosto significa “fisco amico” e
“incremento della tax compliance”, con “iniziative di aiuto ai cittadini in
difficoltà”. Ha definito “impossibili” allo stato attuale le stime di gettito
della misura. Di Maio non ha gradito gli
“approfondimenti tecnici”. Circolano voci negli ambienti ministeriali che il vicepremier
sarebbe intenzionato a far fuori funzionari e tecnici amministrativi che non si
dimostrerebbero “amici del governo”. Si parla addirittura del Ragioniere
generale dello Stato. Il vicepremier, sempre dalla Cina, ha ribadito che
“questo è un governo compatto”, ma subito dopo una minaccia non troppe velata
rivolta al ministro Tria: “Un governo serio trova le risorse, perché sennò è
meglio tornare a casa, è inutile tirare a campare”. Si fa il caso che a trovare
le risorse dovrebbe essere proprio il ministro Tria. E che il Di Maio a tornare
a casa non ci pensa proprio.
Quando
i numeri diventeranno Def. Bilancio: si gioca a carte scoperte
È
in questo quadro, molto mobile, che ci si avvicina sempre più al momento della
verità, quando il governo dovrà scoprire le carte e i numeri che oggi si
rincorrono negli articoli dei giornali, nelle dichiarazioni di ministri,
sottosegretari, economisti autonominatisi tali, diventeranno Def, Bilancio
dello Stato. Impressiona anche la leggerezza, per non dire di peggio, con cui i
media ogni giorno raccontano una storia, i numeri rimbalzano, perdono di
valore. Non si pensa che a quell’uno per
cento, i vincoli di bilancio, la crescita, che non c’è sono legate condizioni di vita e di lavoro di
milioni di persone. Non è un caso che la parola “investimenti”, unica
possibilità di creare nuovi posti di lavoro stabile, non venga mai pronunciata
dai Di Maio e i Salvini. Non solo. Da tener presente che solo per centrare gli
obiettivi concordati con la Ue la riduzione di spesa o le maggiori entrate per
il 2019 non possono essere inferiori a 20 miliardi. Altro che le panzane di Di
Maio e Salvini con l’aggregato Conte che ogni tanto fa sapere che c’è.
“Se
l’argomento è già complicato di suo – scrive su
Rassegna sindacale, Roberto Romano, dipartimento economia università di
Bergamo – dobbiamo purtroppo introdurre un’altra variabile: gli obbiettivi
tendenziali inseriti nel Def di aprile. Relativamente al 2019, il deficit
nominale indicato nel Def è pari allo 0,8% del Pil, mentre il deficit
strutturale è pari allo 0,6%. Se le previsioni della Commissione sono corrette
e le proiezioni del Def sono la cornice per la legge di bilancio, senza
considerare le potenziali flessibilità che l’Europa potrebbe concedere (4), la
riduzione di spesa o le maggiori entrate per il 2019 non possono essere
inferiori a 20 miliardi, solo per centrare gli obbiettivi concordati con l’Ue”.
Sarebbe
il caso di migliorare perlomeno l’allocazione delle risorse pubbliche
“Il
fatto è – prosegue Romano – che
indipendentemente dagli obbiettivi del contratto di programma, che hanno
un costo, la manovra economica vale almeno 15 miliardi, escludendo per il
momento le clausole di salvaguardia (12,5 miliardi di euro) che il ministro
Tria intende disinnescare. La manovra economica diventa, quindi, estremamente
complicata senza ulteriori margini di flessibilità. Se poi consideriamo le
minori entrate (2,5 miliardi) legate alla minore dinamica del Pil, la maggiore
spesa per il servizio del debito (4 miliardi) e le spese obbligatorie (3,5
miliardi), il quadro di riferimento diventa abbastanza stringente”. Afferma
l’economista: “È sicuramente possibile
rimodulare molte delle spese in essere – il bonus Renzi, che vale 10 miliardi,
i benefici strutturali alle imprese, pari a quasi 9 miliardi, un ridisegno
della cosiddetta tax expenditures, che coinvolge 466 sconti fiscali,
corrispondenti a minori entrate per 55 miliardi di euro ecc. È un lavoro
difficilissimo, ma sarebbe il caso di migliorare almeno l’allocazione delle
risorse pubbliche, affinché sia possibile aumentare l’effetto della stessa”.
Già, le risorse pubbliche. E pensare che il governo con un voto di fiducia al
Senato ha perfino bloccato i fondi destinati alle periferie. Ed ha rotto con le
amministrazioni comunali.

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