Valter Vecellio – Jobnews
21 settembre ’18
Ci
sono notizie di cui non ci si vorrebbe mai occupare, fa male scriverle, fa male
leggerle: come la storia della detenuta del carcere romano di Rebibbia che
uccide i suoi due bambini, un neonato di appena sette mesi; e il fratellino,
due anni. La tragedia all’interno della sezione nido, dove sono ospitati bimbi
fino a tre anni. La donna, Alice S., 30 anni, tedesca, era in carcere dallo
scorso agosto: deve scontare una condanna per detenzione e spaccio di
stupefacenti. Sembra che confidandosi con il suo avvocato, nei giorni scorsi,
la donna avesse fatto presente di soffrire di depressione, di non reggere la
situazione carceraria. La procura di Roma, com’è giusto sia, apre un fascicolo
per accertare fatti e responsabilità. Si attiva anche il ministro della
Giustizia, Alfonso Bonafede. Si reca nel carcere romano, visita i luoghi teatro
della vicenda; fa sapere di aver a sua volta aperto un’inchiesta interna sulla
vicenda: “per verificare le responsabilità”.
Di
fronte a vicende come questa, è bene evitare speculazioni e
strumentalizzazioni. Meglio, molto meglio tacere; lasciare che chi deve accerti
le eventuali responsabilità; e augurarsi che lo si faccia presto e bene, senza
lasciare ombre e dubbi. Non ci si può tuttavia astenere dal chiedersi se sia
normale che in uno stato di diritto una persona con problmemi psichici sia
detenuta in carcere, e non in una struttura in grado di assisterla e curarla; e
le sia impedito di fare del male a se stessa e al prossimo. Ci si deve chiedere
se sia normale che dei bambini di pochi mesi, di pochi anni siano costretti a
vivere in carcere. “Colpevoli” solo di essere figli di chi sono figli. Non è
normale che questo accada; se ci sono norme e leggi che consentano che una
persona con problematiche come Alice S. sia rinchiusa in carcere assieme ai
figli di pochi mesi, evidentemente sono sbagliate: occorre provvedere con
urgenza e rapidità. L’inchiesta del ministro Bonafede non dovrebbe limitarsi al
solo episodio di Rebibbia. Lo spettro di indagine dovrebbe concentrarsi sulle
responsabilità degli inquilini dei “Palazzi” del potere che una simile
situazione hanno creato, consentito, tollerato. Soprattutto la direttrice del
carcere e i suoi collaboratori non devono e non possono essere i capri
espiatori: e una volta puniti, “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato, ha dato”; e
scordiamoci quello che è stato fino alla prossima tragedia.
Sono
anni che i radicali con Marco Pannella quando era vivo, e ora con Rita
Bernardini, e decine di associazioni per i diritti umani e volontariato lottano
perché siano creati appositi istituti di pena per madri detenute (ICAM), e
siano soppressi i “nidi” dentro il carcere; sarebbe il caso di ascoltarli una
buona volta. Sono anni che si denuncia che le sofferenze psichiche non sono curabili
in carcere e sono i prodromi di tragedie come quella accaduta a Rebibbia. Molte
delle lacrime versate in queste ore, insomma, sono di coccodrillo. Quello che è
accaduto si doveva e si poteva evitare.
Al
ministro Bonafede si ricorda che ogni anno si realizza un macabro censimento,
quello dei morti in carcere. Siamo arrivati, dall’inizio dell’anno, a 98; uno,
per la prima volta, è un neonato…
Al
ministro Bonafede si ricorda che continuano le “evasioni” definitive. Due
detenuti suicidi in cella a Civitavecchia in meno di 24 ore, un’altra donna
salvata in tempo ma in gravi condizioni e una situazione di altissima tensione
in atto dei detenuti del carcere testimoniano la drammaticità che caratterizza
le carceri italiane. Negli ultimi vent’anni la Polizia Penitenziaria ha
sventato più di 21mila tentati suicidi ed impedito che quasi 168mila atti di
autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze.
Ministro
Bonafede: questa è la situazione, questi sono i fatti.

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