Jolanda Bufalini– La striscia rossa
22settembre ’18
Gianni
per il momento è salvo, è stato nominato custode dello scantinato di proprietà
comunale che occupa dal 1978 e lo sfratto esecutivo è rinviato, ha 80 anni e vi
abita con la moglie. Se ne riparla fra sei mesi, quell’occupazione di 40 anni
fa gli è costata una condanna penale contraddittoria fin nelle parole della
sentenza: lo scantinato, infatti, non è destinato a uso abitativo ma per il
giudice l’occupazione abusiva ha danneggiato chi è in attesa di un alloggio
sociale. A Roma, in via Carlo Felice l’immobile è occupato da 24 famiglie,
circa 90 persone. Si sta trattando, grazie all’impegno dell’assessore regionale
Massimiliano Valeriani che vorrebbe mettere a punto un modello che eviti di
lasciare la gente per strada: proprietà, comune, regione, dovrebbero mettere
ciascuno alcuni alloggi del patrimonio disponibile per dare ricovero temporaneo
agli occupanti del palazzo di Banca d’Italia, una occupazione vecchia di 14
anni. L’80 per cento degli occupanti ha diritto alla casa popolare, un diritto
certificato dalla domanda accolta. Le assegnazioni, però, vanno a rilento, a
Roma 500 l’anno a fronte di 12mila in lista di attesa. Un numero insufficiente
ma il dato è migliore rispetto a qualche anno fa.
Nelle
occupazioni si sommano fragilità diverse, L. che sta lì con la figlia ha il
marito in carcere, R. è una bellissima persona, un poeta, ma ha problemi con
l’alcol, F. è disoccupato. Poi ci sono i separati, italiani e immigrati, che
hanno lasciato a moglie e figli la casa e non riescono a pagare un’altra pigione.
E gli sfrattati: si calcola che circa il 40 per cento delle morosità
incolpevoli finiscano nelle occupazioni. Non tutte le occupazioni sono uguali,
in alcune si accumula disperazione, in altre si organizza la progettualità.
L’esempio progettuale più famoso a Roma è quello di Santa Croce, un enorme
palazzo dell’Inpdap (ora Inps), 130 nuclei familiari, roba da far tremare le
vene ai polsi ma c’è la sorveglianza fatta dagli stessi abitanti, i turni per
le pulizie, lo sportello dei medici senza camice, le vaccinazioni, lo sportello
della tutela sociale, la distribuzione dei pacchi alimentari ai poveri,
soprattutto c’è Spin time labs: l’attività culturale nell’auditorium, gli
street artist, i concerti, la redazione di Scomodo, la scuola popolare e
doposcuola, c’è l’osteria e c’è il birrificio, la biblioteca e la palestra. È
allo studio un progetto di rigenerazione, dare casa senza consumare suolo,
dell’università Roma Tre e il coinvolgimento degli abitanti.
La
stretta di Salvini sugli sgomberi plana su realtà diverse, su domande diverse
di diritto all’abitare. Ma, se in alcune realtà si esprime progettualità, cassa
comune per le utenze, fondo extra per le riparazioni, apertura al quartiere con
le attività culturali, e in altre c’è tanta problematicità, come nella
baraccopoli della ex fabbrica di penicillina – sulla via Tiburtina – l’umanità
che incontri, migranti o autoctoni, è un’umanità in difficoltà vera, ovunque.
Un’emergenza
che dura da quasi vent’anni, dice l’architetto Enrico Puccini, che è un
appassionato specialista in materia (vedi osservatoriocasa.com) non è emergenza
sociale ma emergenza politica e amministrativa.
Emiliano
Monteverde, assessore al sociale del Municipio I riflette sull’ambiguità delle campagne di
sgombero: “Si gioca sull’equivoco, quelli di cui stiamo parlando non sono
immobili residenziali, mentre si deve essere rigorosi con chi occupa senza
titolo una casa residenziale del patrimonio pubblico, in questi casi si tratta
di trovare una soluzione”. Ci sono stati casi di assegnazione della casa
popolare per gli occupanti che hanno trovato nell’appartamento assegnato degli
abusivi. Noto quello di una signora molto anziana proveniente da un’occupazione
che, ottenuta la casa popolare, ha fatto arrestare gli abusivi trovati a casa
sua.
Emiliano
Guarnieri, del Sunia Roma, mette in evidenza un’altra ambiguità: “A Roma ci
sono 7mila sfratti esecutivi l’anno – 10mila gli sfratti esecutivi pendenti – e
la componente di gran lunga più numerosa deriva da morosità incolpevole: una
malattia, la morte di un coniuge, la perdita del lavoro, sono tutti fattori che
possono far precipitare la situazione di una famiglia che precedentemente non
stava male”.
Se
si raffrontano i dati italiani con quelli di altri paesi europei si vedrà che
in Germania, ad esempio, la percentuale di case agevolate è superiore. Ma in
questi paesi, spiega Guarnieri, nel calcolo c’è anche l’housing sociale che da
noi non riesce a decollare. “Una volta questo segmento degli affitti a prezzi
calmierati era coperto dagli immobili degli Enti e delle Casse. Con le
cartolarizzazioni questa copertura è sostanzialmente venuto meno”. Un deficit
che impedisce di prevenire gli sfratti e quindi le occupazioni.
Il
paradosso, spiega Enrico Puccini, è che in teoria ci sono gli immobili e ci
sono abbastanza soldi (non quanto necessario ma non si riesce a spendere
nemmeno quello che c’è) per affrontare i numeri non elevatissimi del disagio
abitativo. Ma una serie di rigidità legislative e burocratiche impedisce di
mettere insieme i pezzi del puzzle. Sono 71mila gli immobili Erp (edilizia
residenziale popolare) a Roma fra proprietà Ater e Campidoglio, può sembrare poco
rispetto al patrimonio immobiliare complessivo della città ma si tratta di
quasi un terzo del mercato degli affitti, 250mila circa. Purtroppo una parte
del patrimonio delle case popolari – 15mila circa – è occupato da abusivi e,
soprattutto, da decaduti: persone che per reddito non avrebbero più diritto
alla casa popolare.
Un
segnale della volontà di aggredire il fenomeno degli abusivi è dato
dall’inchiesta della magistratura che ha portato all’arresto di sei persone che
prendevano mazzette nel mercato illegale di abitazioni e negozi, un’inchiesta
partita nel 2015 su impulso dell’assessora Francesca Danese della giunta
Marino.
Più
complesso il fenomeno dei decaduti, la maggior parte di coloro che abitano
senza diritto nelle case popolari. A sfrattarli si aggraverebbe il problema
sociale. Soprattutto, l’Ater ha concordato con loro un canone maggiorato.
Questo canone costituisce il 48 per cento del bilancio dell’ente che è un ente
economico e di cui sono note le difficoltà finanziarie, determinate soprattutto
dal fatto che deve pagare l’Imu come multiproprietario al comune di Roma per
immobili che affitta a 7 euro al mese. In che modo un ente che ha come finalità
sociale quella di dare un tetto a chi non se lo può permettere possa essere un
ente economico è questione che andrebbe studiata a fondo, forse anche, pensano
al Sunia, riconoscendogli la funzione di una quota di affitti calmierati da
housing sociale, per prevenire anziché rimediare la caduta all’inferno che
comporta la morosità, lo sfratto, la perdita della casa.
Restando
al tema degli immobili popolari, l’altro problema è la loro dimensione. La gran
parte degli immobili edificati secondo la legge 167 rispecchia lo standard
degli anni settanta di 5,5 componenti. Oggi la media è di 2,2 componenti per
nucleo familiare. Se si ristrutturassero le abitazioni con un programma di
frazionamenti, la disponibilità di alloggi raddoppierebbe e, fra l’altro, si
eviterebbero episodi di guerra fra poveri. Recentemente a Corviale è stato
assegnato un appartamento a una numerosa famiglia rom. C’è stato un levarsi di
grida tipiche dei tempi che viviamo: “Date le case prima a loro che a noi”. Ma
non è vero, semplicemente la legge non consente di assegnare a un pensionato
solo o a una mamma single un appartamento sovradimensionato.
Veniamo
alla questione dei soldi, nel 2015 la regione Lazio vara una legge per le
politiche abitative a Roma, finanziata con 197 milioni di cui 40 sono la prima
tranche. Soldi che il Campidoglio a 5stelle rispedisce al mittente perché
considera il provvedimento illegittimo, in quanto fra i beneficiari ci sono gli
occupanti dei movimenti per la casa (ma solo quelli che hanno fatto domanda e
sono in graduatoria per le assegnazioni, circa l’80 per cento), ci sono 14
milioni risparmiati dalla dismissione dei residence durante la giunta Marino,
12 milioni da delibera comunale, 47 milioni per i frazionamenti nel patrimonio
Erp in base alla legge Lupi del 2014. Ci sono anche una serie di sussidi per la
morosità incolpevole o buoni casa ma i sussidi sono erogati da dipartimenti
diversi del comune di Roma che fra loro non comunicano, sono rigidi e spesso
non cumulabili. Queste rigidità non aiutano a risolvere i problemi concreti.
Per esempio, la sacrosanta dismissione dei residence, che costano con le utenze
circa 2mila euro al mese per nucleo familiare, è ostacolata dalle rigidità
delle leggi per l’erogazione dei sussidi: i piccoli proprietari privati non si
fidano a dare in affitto a chi esce dai residence, nonostante il vantaggio che
potrebbe derivare dalla redistribuzione del reddito dai grandi immobiliaristi
proprietari dei residence ai piccoli. Chi pagherà, infatti, il condominio, le
utenze o l’avvocato se i patti non vengono rispettati?
Di
qui la convinzione di Enrico Puccini che l’emergenza è politica e
amministrativa visto che i numeri del disagio abitativo sono costanti e stabili
da molti anni. L’ipotesi a cui diversi soggetti, dalla Regione Lazio ai
sindacati degli inquilini, lavorano, è quella di uno sportello unico che possa
modulare gli interventi sulle necessità diverse che scaturiscono da diverse
fragilità.

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