Giorgio Bongiovanni ed Aaron Pettinari – Antimafia 2000
21 settembre ’18
Intervista
al Procuratore capo di Catanzaro
“Quello della droga è un mercato che non
conosce crisi e la ‘Ndrangheta controlla l’80% del traffico di cocaina che
arriva in Europa. Tradotto significa un guadagno di quarantasei miliardi di
euro l’anno. Quanto una finanziaria di uno Stato medio Europeo”. Le parole di
Nicola Gratteri rendono efficacemente l’idea del potere, non solo economico, che
la mafia calabrese ha acquisito nel corso della sua storia. Sotto scorta
dall’aprile del 1989 è considerato, tanto in Italia quanto all’estero, tra i
massimi esperti nel contrasto al traffico di stupefacenti. E’ stato pm in
numerosissime inchieste che hanno riguardato la criminalità organizzata
calabrese, dal 2009 al 2016 come procuratore aggiunto presso la Dda di Reggio
Calabria, ed oggi è Procuratore capo a Catanzaro, un’area in cui la ‘Ndrangheta
è forte e presente. Ed è proprio a Catanzaro che lo abbiamo incontrato.
Procuratore, come è riuscita la
‘Ndrangheta a diventare monopolista del traffico di droga nel mondo
occidentale?
Questo
dato si ha nel momento in cui, nel mondo occidentale, cambiano usi, costumi e
consumi nel campo dello stupefacente. Questo è avvenuto verso la fine degli
anni Ottanta quando la cocaina perde la sua connotazione sociale diventando una
droga di massa. Il risultato è che oggi l’80% dei tossicodipendenti in Italia
ed in Europa sono cocainomani anche se negli ultimi anni si sta registrando una
ripresa del consumo di eroina (si è passati dal 5 al 7%) grazie agli effetti
della guerra in Afghanistan.
Si è aperto un nuovo canale?
I
talebani si sono rafforzati e nel deserto Afghano ci sono tonnellate e
tonnellate di eroina. I trafficanti hanno ripreso le rotte della Turchia,
dell’ex Jugoslavia ed anche quella del canale di Otranto. I prezzi oggi sono
notevolmente più bassi ed un grammo di eroina su piazza costa appena 25 euro.
Questo si deve anche ad una variazione nel consumo di questa droga. Oggi non si
inietta più in vena ma si aspira. Gli effetti sono ritardati ma i costi sono
minori.
E la ‘Ndrangheta gestisce anche
questo traffico?
Storicamente
si è sempre detto che l’eroina è stata in mano a Cosa nostra. Attorno Palermo
c’erano le raffinerie ma anche in Calabria, in provincia di Crotone, su delega
di Cosa nostra si raffinava la droga. Ma già negli anni Settanta la ‘Ndrangheta
faceva arrivare in Italia consistenti carichi di eroina. Ordini tra i cinquanta
ed i cento chili che partivano dal Libano e che venivano sbarcati davanti alle
coste del mar Ionio, in Provincia di Reggio Calabria. Poi, con la crisi di Cosa
nostra, la ‘Ndrangheta è riuscita ad intercettare il business della droga.
Anche se l’asse più forte è quello con il Sud America.
Qual è la forza della
‘Ndrangheta?
Il
denaro. Denaro che proviene in grossa parte dal traffico di stupefacenti ma non
solo. Per anni, colpevolmente, è stata considerata una mafia stracciona, di
pastori con il cappello in mano. Dico colpevolmente perché già nel 1970 nei
processi si parlava di unitarietà della ‘Ndrangheta. Nel 1969, presso la
montagna di Polsi, c’era stato il summit di Montalto. Una riunione a cui
parteciparono i capi locali di ‘Ndrangheta del Mondo. Ci fu un blitz e vennero
arrestati in settanta. Gli investigatori già allora raccolsero con le microspie
questo dato. Un anno dopo, al processo di Locri, il presidente del tribunale,
Marino, scrisse una sentenza in cui si spiegava proprio questo concetto. Poi,
la Corte d’Appello ne fece carta straccia. Siamo dovuti arrivare noi anni dopo,
con l’operazione “Crimine” (prima ancora chiamata "Patriarca") a
riscoprire l’unitarietà della ‘Ndrangheta e la divisione nei tre mandamenti,
Ionico, Tirrenico e della Montagna.
Come si forma il legame con i
cartelli della droga? Ci sono delle locali di ‘Ndrangheta in Sud America?
Noi
abbiamo la prova giudiziaria dell’esistenza di locali all’estero. Sono presenti
in Canada, a Toronto e Montreal, ed anche a New York negli Stati Uniti ma in
Sud America, allo stato, non abbiamo prova di questo. Tuttavia in quei Paesi
dove la cocaina viene prodotta (Colombia, Bolivia e Perù) ci sono decine di
‘ndranghetisti che si sono trasferiti a vivere in quei luoghi in maniera
stabile, che si sono sposati ed hanno anche figli. Il loro compito è quello di
comprare la cocaina al prezzo più basso e saturare il mercato. Dei veri e
propri broker.
Generano un rapporto diretto con
il produttore?
Loro
comprano cocaina con un principio attivo al 98%. Questa può costare fino a
mille euro al chilo. Un prezzo bassissimo. Da un chilo di questa, tagliandola
con la mannite, si possono ricavare quattro chili di cocaina da strada. Se si
considera che in Italia un grammo costa 50 euro ecco che si comprende
facilmente come non possa esistere allo stato un’attività illecita o lecita più
redditizia.
Come viene prodotta la cocaina?
Allo
stato naturale esistono dieci tipi di piante di coca e la migliore è la Boliviana
blanca perché con questa si possono fare tre raccolti all’anno. E’ come una
pianta di nocciole, con un grande cespuglio e foglie spesse. La pasta di coca
si estrae direttamente da queste e per farlo ci possono essere più metodi.
In
Perù, ad esempio, vengono utilizzati dei bambini che, con delle raspe tipo
quelle per il Noce moscato, raspano le foglie. In Colombia, una volta raccolte,
le mettono in una tinozza, frullandole fino a creare una pasta. Questo impasto,
se molle, viene indurito con del cemento di costruzione, come si fa con la
farina per il pane. Una volta creato l’impasto questo viene messo a macerare
nel cherosene o in alternativa nell’urina dei maiali. Quindi si comincia a
lavorare con i reagenti chimici.
Tenuto conto che ciò avviene
all’interno della foresta amazzonica, come riescono a procurarsi reagenti
chimici?
Quando
con il professore Nicaso abbiamo scritto “Oro bianco” e siamo stati in Sud
America ci siamo fatti proprio questa domanda. Per rispondere, forse, dobbiamo
chiederci perché in Paesi come l’Argentina, dove alle industrie farmaceutiche
basterebbe importare un milione e mezzo di tonnellate di precursori chimici, ne
vengono importati 21 milioni di tonnellate? Lo stesso accade in altri stati del
Sud America. Cifre spaventose. Questi precursori vengono prodotti da tre sole
multinazionali. Perché non vengono bloccati? Sarebbe un modo per arginare ed
abbattere il traffico di stupefacenti già alla produzione. Ebbene quando queste
domande le abbiamo poste in Sud America ci è stato risposto che le industrie
chimiche sovvenzionano la campagna elettorale dei Presidenti della Repubblica
Sudamericani.
Produrre cocaina crea anche danni
all’Ambiente?
Sono
tali e tanti i passaggi per i lavaggi e le operazioni dei reagenti chimici
necessari per arrivare alla cocaina che si inquinano interi pezzi di foresta
amazzonica e si avvelenano fiumi. In quei luoghi non cresce più nulla per anni.
Consideriamo che per piantare un ettaro di piante di Coca ci vogliono quattro
ettari di foresta amazzonica disboscati. Spesso però i narcos scelgono un’altra
strada, ovvero sequestrare i campi dei contadini. Per ottenerli sono disposti a
tutto ed attuano torture raccapriccianti. Ho visto con i miei occhi foto di
donne legate ad un palo a cui, con cucchiaio, tolgono gli occhi da vivi. Oppure
bambini di 4-5 anni a cui aprono la pancia con il coltello per poi prendere le
budella ed imbrattare la faccia della madre. Questa la ferocia che viene
mostrata per spaventare e far scappare i contadini che cercando di resistere,
fino alla morte. Loro sanno che abbandonando la terra il loro destino non è
altro che quello di ingrossare le favelas della periferia di Bogotà, dove ci
sono cinque milioni di persone non censite e dove la vita di un uomo vale
quanto una bicicletta o un telefonino.
Quanti possono essere i
laboratori esistenti?
La
stima media è di uno ogni cinque-sei chilometri.
Come sono organizzati i cartelli
della droga?
In
Colombia oggi più che i grandi cartelli, come quello di Calì o Medellín, ci
sono tanti piccoli cartelli e, così come accade in Italia tra le famiglie di
‘Ndrangheta che si mettono d’accordo per l’acquisto, così si consorziano tra di
loro i cartelli per l’acquisto e la raccolta. Una volta essiccata la Coca viene
messa sotto le presse per realizzare i panetti da un chilo. Ma prima di tutto
viene scelto il marchio da imprimere a secco. Può essere una luna, un leone, il
marchio della Toyota, della Yahoo, della Ktm. Il marchio serve per far capire
la provenienza. Se la cocaina che arriva non ha il principio attivo al 97-98%
questa può essere contestata e viene rispedita al mittente.
Come avviene la spedizione?
Da
quando la Colombia ha iniziato un certo tipo di contrasto, la Coca viene fatta
partire da altri porti sudamericani. In particolare dal porto di Santos, in
Brasile, uno dei più grandi in assoluto con 30 km di banchine. E da lì i
container partono per Gioia Tauro, Amsterdam, Rotterdam ed Anversa. Ma prima di
arrivare nei porti sudamericani l’organizzazione criminale deve pagare una
tassa. Per coltivarla parliamo di una tassa di quattro dollari al chilo. Poi
c’è un’altra tassa per il trasporto. Se non si pagano questi dazi si rischia la
vita.
Cioè vengono pagati ad una
struttura superiore?
Sì,
c’è un’altra organizzazione sovranazionale che ha potere su tutti i cartelli
colombiani, boliviani e peruviani.
Una volta arrivata nei porti come
viene imbarcata la coca?
Ci
sono società, in particolare panamensi, che offrono chiavi in mano il carico di
copertura. Una documentazione che comprende tutto: bolle di accompagnamento,
beni viaggianti. E la cocaina viene nascosta all’interno di succhi di frutta,
gelatine, pellami, frutta esotica, anche all’interno delle tavole di legno. Il
metodo più diffuso è quello di inserire dei borsoni da 20-25 kg l’uno prima che
i container siano chiusi. Questi vengono dotati di galleggianti qualora fosse
necessario buttarli in acqua.
Quando arrivano al porto di Gioia
Tauro chi gestisce lo scarico?
Le
famiglie di ‘Ndrangheta che gestiscono il porto fanno scaricare i container
togliendo i borsoni che vengono messi su una macchina o un furgone. Anche loro
si fanno pagare delle mazzette dalle altre famiglie per il “disturbo”, in
genere pari al 20% del valore della cocaina. Intanto i container vengono
richiusi con un sigillo, detto chiodo, che ha lo stesso numero dell’originale
ma che è semplicemente una copia.
Che valore ha la cocaina giunta
in Italia?
Una
volta arrivata al porto di Gioia Tauro ha un valore di 30mila euro al chilo.
Una volta venduta arriviamo a 60mila euro al chilo. Ogni volta che c’è un
passaggio il valore cresce. Teniamo conto che con 100 grammi di cocaina,
aggiunti a trecento di mannite, possiamo produrre 400 grammi di cocaina da
strada. E la ’Ndrangheta gestisce tutto l’affare all’ingrosso. Poi apre alle
varie organizzazioni criminali anche una specie di conto vendita, con la
possibilità di pagare dopo la vendita della droga. Ad esempio nel nord Italia,
in Piemonte, ci sono i cingalesi che comprano la droga dalla ‘Ndrangheta per
poi distribuirla nelle piazze di Torino.
E le altre mafie?
Non
entrano in conflitto con la ‘Ndrangheta. Anche la Camorra riesce a comprare
cocaina dalla Spagna perché ci sono le colonie colombiane. Si tratta di un
mercato talmente aperto che c’è spazio per tutti. Ed il consumo di cocaina in
Europa è tale che questo business non conoscerà mai crisi.
In Colombia, a lungo, hanno
recitato un ruolo politico importante strutture come le Farc (Forze Armate
Rivoluzionarie della Colombia) o le Auc (Autodifese Unite della Colombia). Che
tipo di rapporto c’è tra queste organizzazioni e la ‘Ndrangheta?
Nel
corso delle nostre indagini sono emersi più volte dei collegamenti. Le Auc,
nate nel 1997 con l’intento di creare una struttura che si occupasse
dell’ordine pubblico, nel corso degli anni sono passati dal chiedere mazzette
ai produttori di cocaina al fare affari direttamente con la ‘Ndrangheta. Un
esempio è l’indagine che aveva tra gli indagati Salvatore Mancuso, l'ex capo
delle Auc. Lui trattava per conto della 'Ndrangheta l'acquisto di droga,
occupandosi anche del riciclaggio del denaro sporco in mano ai paramilitari
colombiani. Un giro d’affari che per sua stessa ammissione era di 7 miliardi di
dollari l'anno. Prima di finire in un carcere americano con l'accusa di
traffico internazionale di sostanze stupefacenti, Mancuso stava persino
progettando di trasferirsi in Italia, il paese dal quale era emigrato il padre,
originario di Sapri, in provincia di Salerno. Nel suo computer trovammo 36
parlamentari a libro paga e più volte lui stesso si era recato in Parlamento
durante le trattative per la pacificazione tra i paramilitari ed il governo.
Con le Farc invece?
Anche
qui le indagini hanno mostrato dei collegamenti. E ritengo pericoloso il
processo di pacificazione che è stato fatto dal governo con la garanzia della
famiglia Castro, a Cuba. A mio parere è stata una corsa al ribasso per chiudere
questa partita. A differenza delle Auc, con i paramilitari che si sono fatti
sei anni di carcere, che hanno ammesso di aver sbagliato e che hanno
riconsegnato le armi, le Farc hanno solo consegnato le armi. Non solo. Hanno
rilanciato chiedendo una rappresentanza in parlamento e l’ammissione di zone
franche in alcune zone della foresta Amazzonica. Cosa fanno in quei luoghi? Chi
le controlla? Un conto è se si piantano verdure, un altro se si pianta coca.
Piantando a regime in dieci anni si può diventare potentissimi, persino più
dello Stato. Io credo che si debba stare molto attenti a festeggiare questa
pacificazione. Ho visto che Oslo ha dato il premio Nobel al presidente della
Repubblica della Colombia ma sono certo che si poteva fare di meglio.
Procuratore, tenuto conto della
sua affermazione il traffico internazionale di droga, il contrasto al
narcotraffico, diventa un problema politico a livello mondiale. Fino a che
punto l’organizzazione criminale, la ‘Ndrangheta, può mettere a repentaglio una
democrazia?
La
questione è semplice ed è una questione che riguarda tanto il Sud America
quanto il mondo Occidentale. Il traffico di droga crea un problema non solo sul
piano della salute ma anche sul piano economico. Se io immetto miliardi di euro
sul mercato legale è ovvio che altero le regole del libero mercato e allo
stesso modo posso drogare le regole di una libera democrazia fino a farla
saltare. Io posso comprare alberghi, ristoranti e pizzerie ma se compro pezzi
di giornale e televisioni io acquisisco potere perché posso cambiare il
pensiero della gente.
E’ possibile spezzare questo
meccanismo?
A
mio parere, essendo un problema sovranazionale, servirebbe una riorganizzazione
di una struttura come quella delle Nazioni Unite. Andrebbero messe di fronte
alle loro responsabilità Colombia, Bolivia e Perù che sono i principali
produttori di cocaina. Si dovrebbe intervenire parlando direttamente con i
cocaleros (i contadini coltivatori di coca) proponendo loro un affare semplice
garantendo gli stessi guadagni che hanno coltivando la coca ma imponendo un
altro tipo di coltivazione. Inoltre le Nazioni avrebbero anche il ruolo di
verificare il raccolto. Con meno di un terzo della spesa si risolverebbe un
problema alla sua radice. I tre Stati accetterebbero l’ingerenza dell’ONU sul
proprio territorio? Sono molto scettico.
Ma solo per ingerenza o anche per
i soldi?
Probabilmente
anche per i soldi. Quelli della droga per certi Stati possono essere un grande
indotto per l’economia legale. Però bisogna anche tenere conto di un altro
aspetto. In Sud America viene reinvestito solo il 9% del denaro ottenuto con la
vendita della cocaina. Il resto del guadagno viene speso dai cartelli
colombiani in Europa alla stessa maniera delle nostre mafie che investono e
comprano in Belgio, Olanda, Spagna, Portogallo, e Germania.
Secondo lei perché, dopo tanti
anni, ancora non si riescono a sconfiggere le mafie? E’ possibile che ai
vertici del potere si ritenga la mafia funzionale al sistema per cui, come
diceva un ex ministro, “è meglio conviverci”?
Se
il potere politico pensasse ad un contrasto forte, netto e definitivo contro il
traffico di cocaina è ovvio che per poterlo fare si devono cambiare le regole
del gioco, ovvero le leggi. Nel momento in cui si crea un sistema processuale
penale detentivo per stroncare traffico droga quelle riforme normative devono
essere applicate anche per altri reati come quelli per la corruzione, per i
reati all’interno della pubblica amministrazione ed anche per mafia.
Intervenendo,
ad esempio, con modifiche che vanno a migliorare e velocizzare il processo
penale, magari informatizzandolo, si ha un effetto a cascata anche su altri
generi di reato. Così difficilmente si arriverebbe alla prescrizione dei reati.
Per quale motivo non c’è questa
volontà?
Perché
chiunque ha il potere non vuole un sistema giudiziario forte. Perché così è
difficile controllare il manovratore.
Eppure ogni anno sentiamo parlare
di riforma della giustizia...
Da
trent’anni si parla di riforma e con la bocca tutti dicono le stesse cose. Ma
poco o nulla è cambiato. Un esempio è l’articolato di legge che ho proposto con
la Commissione composta da magistrati, avvocati e professori. Allora suggerimmo
delle modifiche superficiali, quasi ovvie, con la promessa che, qualora fossero
andate a buon fine, in un secondo momento saremmo andati più in profondità.
L’effetto è che di quelle proposte solo un articolo è stato colto: quello sul
processo penale a distanza in quanto portava a un risparmio di 70milioni di
euro all’anno.
Procuratore
il Tribunale del riesame di Reggio Calabria lo scorso agosto ha confermato
l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per Rocco Santo Filippone, di 77
anni, e Giuseppe Graviano, accusati dalla Dda di Reggio Calabria di essere i
mandanti degli attentati compiuti a Reggio contro pattuglie dei carabinieri tra
il '93 ed il '94 che portarono alla morte di due militari ed al ferimento di
altri due. Attentati che, secondo la ricostruzione della Dda, rientravano nella
strategia stragista voluta da Totò Riina agli inizi degli anni '90 per
ricattare lo Stato ed avviare una trattativa con le istituzioni. Anche la
‘Ndrangheta, dunque, ha preso parte a quel piano eversivo?
Premesso
che ancora deve essere avviato un dibattimento, qualora dovesse essere fondato
l’impianto accusatorio ci troviamo di fronte ad alcune famiglie che hanno
aderito a quel piano dopo una riunione che si è tenuta vicino Lamezia Terme. Ad
aderire non sarebbe stata tutta la ‘Ndrangheta. Se tutta la ‘Ndrangheta avesse
partecipato, tenuto conto che già allora c’erano ventimila ‘ndranghetisti
divisi tra tutte le famiglie, vi sarebbe stata una vera carneficina. Resta poi
il fatto che la filosofia dominante criminale dell’organizzazione calabrese è
sempre stata quella di fare accordi con gli uomini delle istituzioni, senza
scontrarsi con lo Stato.
Che tipo di rapporti ci sono con
i poteri esterni?
Con
la politica sicuramente molto forti, fortissimi con la massoneria deviata.
E con il mondo della
comunicazione, con quello economico e delle banche?
Ci
sono delle ipotesi di studio. Posso dire che le incursioni della ‘Ndrangheta
nelle banche sono possibili soprattutto in quelle piccole a carattere locale.
Sono più vulnerabili ed avvicinabili in operazioni di riciclaggio perché i
consigli di amministrazione sono costituiti soprattutto da gente del territorio.
Le grandi banche internazionali e nazionali, invece, non rischiano grandi
riciclaggi.
In passato lei ha detto che la
City di Londra è uno dei centri di riciclaggio...
E
lo confermo perché il sistema normativo inglese è molto permeabile. Il Regno Unito
è diventato una sorta di porto sicuro per gli investimenti dei capitali mafiosi
e, altresì, un luogo dove trovare efficienti servizi per la realizzazione di
complesse strutture societarie create al solo scopo di favorire il riciclaggio
dei soldi sporchi. Ci sono soggetti e società di servizi che si adoperano al
fine di costituire società schermo che vengono vendute “chiavi in mano”.
Forniscono atti costitutivi, edifici, i soci e gli amministratori di facciata
attraverso i quali agevolare la commissione di reati di natura finanziaria,
fiscale e societaria. E le mafie fiutano tutto questo.
Come mai a livello europeo non si
comprende la pericolosità delle mafie?
Perché
non hanno avuto la nostra stessa percezione del fenomeno. Probabilmente se a
Duisburg assieme ai sei italiani fossero morti anche dei tedeschi la storia
odierna sarebbe diversa.
Secondo lei nel prossimo futuro
avremo un Governo, magari composto da gente nuova, con la volontà di porre in
essere una riforma seria della giustizia e di contrasto alla mafia ed alla
corruzione?
Non
sarei tanto ottimista per un semplice fatto. Il mio articolato di legge lo
hanno avuto tutti i partiti, quelli di destra, di sinistra ed anche il
Movimento Cinque Stelle. Un lavoro che non era una relazione sulla mafia e che
era pronto per essere votato, se si era convinti. Poteva essere un modo per
avviare una discussione. Nessuno ha fatto questo.
Il Procuratore Gratteri cosa
chiederebbe come primo atto al prossimo ministro della Giustizia?
La
cosa più semplice e banale che si possa fare: informatizzare il codice di
procedura penale e l’ordinamento giudiziario.
E al Ministro degli Interni?
Una
migliore razionalizzazione delle risorse in modo che Polizia, Carabinieri e
Guardia di Finanza non si ritrovino a fare tutti le stesse cose. E a questo
aggiungerei anche più concorsi perché ci sono dei posti in cui si è arrivati
alla canna del gas a livello numerico ma anche in termini di età. C’è bisogno
di un rinnovamento.
Lei gira molto nelle scuole, ha
scritto diversi libri. Cosa dovrebbe fare il prossimo Ministro dell'Istruzione?
Dovrebbe
investire sull’istruzione, dovrebbe introdurre il tempo pieno a scuola, siano
esse le elementari le medie o i licei. Solo con l’istruzione possiamo colmare
quel gap che abbiamo con gli altri Stati europei. Sarebbe importante per tutti.
Per i nostri ragazzi, per gli insegnanti che al momento sono demotivati e mal pagati,
e ne guadagnerebbe tutto il Paese. Basta vedere ciò che è avvenuto nell’Est
dell’Europa. Paesi come la Polonia sono cresciuti in maniera esponenziale
proprio perché investono nell’istruzione e nella formazione.

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