Francesco Donnici – Liberainformazione
21 settembre ’18
C’è
un filo sottile, quasi impercettibile, che collega migliaia di storie,
testimonianze, racconti.
È
il filo che scorre lungo la consapevolezza del taciuto, che a volte pesa sulle
coscienze più di qualsiasi parola di accondiscendenza o di facile compromesso.
È il filo che si aggroviglia nella complessa narrazione del presente, della
bellezza e del suo costante deterioramento che necessita di essere raccontato,
quindi contrastato. Negli anni, il racconto delle mafie e l’inchiesta
giornalistica sui fenomeni caratterizzanti il mutamento e l’espansione della
criminalità organizzata, hanno fatto notevoli passi in avanti, ma manca ancora
qualcosa.
Mancano
all’appello alcuni territori che hanno bisogno di essere raccontati, poiché
senza racconto la loro identità rischia di andare perduta; manca la prospettiva
di un immaginario “buono” che si contrapponga al sempre crescente fascino del
male che oggi si nutre anche della semplificazione offerta dalle nuove forme di
comunicazione massiva; manca un comune sentire, la necessità di essere coesi in
una lotta ostentante troppe bandiere che possono tramutarsi in un invincibile
cappio per chi, nei valori della legalità e della giustizia sociale, crede
concretamente; manca, infine, una legislazione che tuteli effettivamente la
verità e la libertà di stampa, contro la paura dell’emarginazione o di pagare
un prezzo troppo alto per le storie che si decide di raccontare.
Pensare
di poter trasporre in poche righe l’intensità e la varietà dei contenuti che
hanno caratterizzato la cinque giorni dell’VIII edizione della Summer School in
Organized Crime tenutasi all’Università di Milano dal 10 al 14 settembre,
sarebbe impossibile.
Nell’epoca
dell’informazione figlia di un’inversione di tendenza dove, per citare Marco
Damilano, “ciò che prima veniva celato col silenzio, oggi viene sommerso dal
frastuono”, appare opportuno riflettere più sulle cose taciute, a volte per
paura, ma più spesso — e forse anche peggio — per compromesso.
A
leggerla così, si appare come perdenti davanti allo strapotere di un fatto
umano che come tutti i fatti umani ha un inizio ed avrà una fine, ma che
proprio in quanto tale, dopo la fine può mutare, evolversi, rigenerarsi.
Se
si presta attenzione al quadro storico, si nota come le mafie abbiano spesso
perso; si siano dovute riorganizzare, cercare — per necessità o per convenienza
— nuovi territori da contaminare e nuovi circuiti dentro ai quali proliferare.
Il
rapporto tra mafia e informazione deve dunque, necessariamente, correre su un
binario parallelo, ma mai divergente. Per non perdere le tracce di questi
fenomeni, il giornalismo ha bisogno di essere supportato dalle Istituzioni, dal
(vero) giornalismo stesso e da persone e comunità che al diritto di conoscere
devono associare il dovere di informarsi.
Nell’epoca
della moltiplicazione dei canali e dei mezzi di informazione, abbiamo a
disposizione fin troppe fonti alle quali attingere e questo, paradossalmente,
può mutare in una crescente disinformazione data dall’insormontabile difficoltà
di discernere tra ciò che è informazione e ciò che non lo è; tra il vero ed il falso; tra il giusto e lo sbagliato.
Ricorrente,
in questi giorni, è stato l’emblematico esempio del caso Montante che grazie
proprio al giornalismo fatto di domande ed indagine della realtà, rappresenta
una cicatrice sul volto di una legalità stuprata. “All’inizio ci siamo cascati
tutti”, sento dire. Ed è vero. Ma per fortuna non proprio tutti ed è grazie a
costoro che oggi conosciamo la verità. Così è anche per due delle più grandi
inchieste di mafia degli ultimi anni — da qualche giorno possiamo dirlo
ufficialmente — ovvero Aemilia e Mafia Capitale che traggono origine proprio
dal racconto di “giornalisti giornalisti” che hanno compreso come le mafie non
debbano essere cercate solo nei territori dove appare facile trovarle per
antonomasia, ma possono annidarsi ovunque; possono proliferare soprattutto
laddove ciò che nei fatti era mafia, tale non poteva essere chiamata.
E
così, abbiamo vinto, laddove con coraggio chiesto in dimensioni eccessive a chi
assolve il semplice compito di raccontare la realtà, abbiamo trovato verità
scomode, ma che hanno accresciuto le nostre coscienze e le nostre conoscenze.
E
così, abbiamo perso, laddove sfogliamo migliaia di pagine di una sentenza che
ci racconta di uno Stato talvolta inginocchiato all’altare della mafia,
talaltra prodigato con essa in un caloroso abbraccio. Ma in pochi hanno
interesse a raccontarlo.
A
me stesso continuo a chiedere se sia più estesa l’eco dell’esplosione che ha
ucciso Daphne Caruana Galizia o il silenzio che molti vogliono imporre intorno
al suo nome. Perché fare il giornalista ha un costo, ma se questo costo diventa
più rilevante del mio lavoro e dei miei valori, giornalista non lo sarò mai.
La
cinque giorni di lezione e dibattito su mafia ed informazione ci lascia spazi
ancora vuoti e luoghi, come la Calabria, che chiamano a gran voce la nostra
penna come quella di chiunque, quegli spazi e quei luoghi, voglia riempire con
occhi bene aperti sulla realtà e sete di verità.

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