venerdì 21 settembre 2018

MONDO Hazara - Gli esclusi

Phil Zabriskie – National Geographic Italia
21 settembre ’18


Nel cuore dell’Afghanistan c’è un vuoto, un’assenza che non si può fare a meno di notare, là dove si ergeva il più grande dei due Buddha di Bamiyan. Nel marzo del 2001 i Taliban, dopo aver bersagliato le statue per giorni con i lanciamissili, vi hanno piazzato cariche d’esplosivo e le hanno fatte saltare. Quei Buddha dominavano la provincia di Bamiyan da circa 1.500 anni.
Sotto i loro occhi sono andati e venuti mercanti della Via della Seta e missionari d’ogni fede. Emissari di vari imperi - mongoli, safavidi, mogul, inglesi, sovietici - hanno attraversato la provincia, spesso lasciandosi dietro scie di sangue. Si è formata una nazione chiamata Afghanistan, e più di un regime è nato, è caduto o è stato rovesciato. Le statue sono rimaste lì per tutto quel tempo. Ma per i Taliban i Buddha erano solo idoli non islamici, eresie scolpite nella roccia. Non temevano di essere considerati brutali, né l’ulteriore isolamento che ne sarebbe conseguito. Distruggendo i Buddha, hanno voluto sottolineare la supremazia della loro fede sulla storia e la cultura.
Non solo. Hanno anche voluto dimostrare il loro potere nei confronti della gente che viveva sotto le statue, gli Hazara, abitanti di una zona isolata dell’Afghanistan centrale nota come Hazarajat. Questa è la loro terra, anche se non del tutto per loro scelta. Pur costituendo un quinto della popolazione dell’Afghanistan, gli Hazara sono sempre stati considerati degli estranei. In un paese a larga prevalenza sunnita, loro sono in maggioranza sciiti. Sono considerati da sempre grandi lavoratori, eppure svolgono i lavori meno allettanti. I loro lineamenti asiatici - occhi stretti, naso schiacciato, viso largo - li hanno di fatto relegati a una casta inferiore, e questa presunta inferiorità viene loro ricordata così spesso che alcuni finiscono per accettarla.
I Taliban che nel 2001 governavano il paese - in prevalenza fondamentalisti sunniti d’etnia pashtun - consideravano gli Hazara alla stregua di infedeli, bestie, diversi, sia per via delle fattezze, così diverse da quelle degli altri afghani, sia perché - secondo loro - non pregano come deve pregare un musulmano. Un detto taliban sui gruppi etnici non pashtun dell’Afghanistan recita così: “I Tagichi in Tagikistan, gli Uzbechi in Uzbekistan e gli Hazara in goristan”. Ossia, al cimitero. Non a caso, quando i due Buddha sono stati abbattuti l’esercito taliban stava assediando l’Hazarajat, dando alle fiamme interi villaggi per rendere la provincia inabitabile. Con l’approssimarsi dell’autunno di quell’anno, la gente dell’Hazarajat cominciava a domandarsi se avrebbe superato l’inverno. Poi è arrivato l’11 settembre, una tragedia lontana che al popolo hazara è parsa come una promessa di salvezza.
Sei anni dopo la caduta dei Taliban la terra degli Hazara mostra ancora le cicatrici di quel periodo, ma si intravedono prospettive inimmaginabili solo 10 anni fa. Oggi la provincia è tra le più sicure dell’Afghanistan, e le piantagioni di papavero da oppio, così diffuse in altre aree del paese, qui sono praticamente inesistenti. A Kabul, sede del governo centrale di Hamid Karzai, c’è un nuovo ordinamento politico, e oggi gli Hazara hanno accesso alle università, a impieghi nell’amministrazione pubblica e a possibilità di carriera che sono sempre state loro precluse. Uno dei vice presidenti della nazione è hazara, come lo è il parlamentare più votato, nonché la prima e unica governatrice donna del paese. Persino il bestseller internazionale Il cacciatore di aquiloni (da cui è stato tratto anche un film) racconta la storia di un Hazara, per quanto immaginario.
Mentre il paese, dopo decenni di guerra civile, è impegnato in una faticosa opera di ricostruzione, sono in molti a credere che l’Hazarajat possa costituire il modello di una nuova società non solo per gli stessi Hazara, ma per tutto il popolo afghano. Un ottimismo mitigato però dai ricordi del passato e dalle frustrazioni del presente: strade mai costruite, la rinascita dei Taliban e crescenti ondate d’estremismo sunnita.
Il progetto di ricostruzione dei due Buddha, che prevede la raccolta delle migliaia di frammenti di roccia che li componevano, è stato avviato. Qualcosa di simile sta avvenendo tra gli Hazara, che cercano di ricomporre il loro passato frantumato, ma c’è una differenza non trascurabile: dei Buddha distrutti esistono fotografie, mentre gli Hazara non hanno un modello del passato cui ispirarsi; non hanno idea di come può essere un futuro libero dalle persecuzioni.
Musa Shafaq vuole vivere in quel futuro. Ha 28 anni, capelli neri fino alle spalle e i lineamenti tipici degli Hazara, non molto diversi da quelli dei Buddha. Lo incontro davanti all’entrata dell’Università di Kabul; indossa un maglione rosso, jeans neri e occhiali da vista. Tra due mesi si laureerà, un traguardo notevole per qualsiasi afghano, data l’instabilità del paese. E poiché è Hazara, il suo successo è il segnale di una nuova era. Shafaq si aspetta di laurearsi con il massimo dei voti, e questo dovrebbe garantirgli il lavoro che più d’ogni altro desidera, un posto d’insegnante all’Università di Kabul.
«È hazara la gioventù più entusiasta, istruita e progressista, pronta ad afferrare le opportunità offerte dalla nuova situazione», spiega Michael Semple, un irlandese dalla barba rossa che lavora all’ufficio di rappresentanza speciale dell’Unione Europea in Afghanistan. Shafaq ha contribuito alla fondazione del Centro per il dialogo, organizzazione studentesca hazara che conta 150 iscritti. L’associazione pubblica una rivista, organizza eventi per promuovere “umanità e pluralismo” e si occupa del monitoraggio delle elezioni insieme alle organizzazioni per la tutela dei diritti umani.
«Si sono schiuse nuove prospettive», dice Shafaq, «ma non sappiamo per quanto tempo». Questo figlio dell’Hazarajat è il tipico ragazzo di campagna che si trasferisce nella grande città e riesce a fare strada. Suo padre era agricoltore nel villaggio di Haft Gody, nel distretto di Waras, a sud della provincia di Bamiyan, dove gestiva anche un ristorante. Nel distretto di Waras la tradizione vuole che i figli si sposino molto giovani, restino vicino alla casa dei genitori e badino ai campi di patate. Ma Shafaq voleva di più. Quando non era impegnato ad aiutare il padre, leggeva voracemente: romanzi, storia, filosofia, traduzioni di Abraham Lincoln, John Locke e Albert Camus.
Per chi vive qui, l’Hazarajat è una terra difficile dalla storia difficile, in cui è complicato persino sopravvivere. L’inverno, quando arriva, dura sei mesi. La neve rende le strade impraticabili anche con la trazione integrale e le catene, e chiude gli alti valichi montani che separano i vari distretti. Malgrado le promesse fatte qualche anno fa dal governo e dai donatori internazionali di asfaltare le strade da Kabul al Bamiyan e dal Bamiyan al distretto di Yakawlang, ancora oggi molte di queste strade non sono che semplici mulattiere. Durante l’inverno, il numero di donne che muoiono di parto aumenta perché non si riesce a prestare soccorso in tempo, e anche con le migliori condizioni meteorologiche gli agricoltori non riescono mai a portare il raccolto ai mercati.
Mohammed Akbar è un agricoltore hazara dagli occhi grigioazzurri che s’intonano al turbante ben stretto sul capo e al viso dai lineamenti delicati incorniciato da una barba bianca. Vive a Lorcha, un minuscolo villaggio nella parte occidentale del distretto di Yakawlang. Su un promontorio che sovrasta un fiumiciattolo si abbarbicano gruppi serrati di case dalle pareti di fango. Alcune furono date alle fiamme dai Taliban nel 2001; oggi molte sono state ricostruite. Gli abitanti del villaggio hanno anche raccolto denaro per una nuova moschea. I soldi sono pochi, ma l’anziano del villaggio ha convinto gli agricoltori a resistere alla tentazione di coltivare papaveri. «È haram», dice Akbar, proibito dalla legge islamica
La scorsa primavera, quando la neve ha cominciato a sciogliersi, molte zone hanno subito violente inondazioni. Ma Akbar (tutto l’Hazarajat, in realtà) ha sperato che quell’acqua segnasse la fine della terribile siccità degli ultimi anni, che aveva impoverito i raccolti e costretto molte famiglie a vendere gli animali. In una mite giornata di fine primavera, Akbar irriga un piccolo appezzamento coltivato a grano appena fuori del villaggio. Tutto intorno, la vallata è un mosaico di simili campi carichi di patate, fieno e grano in crescita. La strada più vicina è al di là del torrente. Il piccolo ponte pedonale che conduceva alla strada è stato spazzato via dall’inondazione. A cavallo del torrente sono stati posti tre tronchi sui quali passano genitori con i figli sulle spalle in cammino verso la scuola.
In questo minuscolo insediamento - come in tutto l’Hazarajat - l’istruzione è una priorità. Anche quando la scuola è una tenda o un edificio senza porte e finestre, anche quando l’insegnante ha studiato solo per pochi anni, i genitori vogliono che i loro figli studino, molto più che nel resto del paese. Hussain Ali vive in una grotta nella provincia di Bamiyan, dove lui e la sua famiglia dormono su materassi sottilissimi e le pareti sono tutte annerite di fuliggine. I suoi figli potrebbero portare del denaro in più, ma lui vuole che vadano a scuola. «Io sono vecchio, il mio tempo è passato», dice, «ma i miei figli devono imparare qualcosa».
Negli ultimi anni sono state costruite molte scuole nella provincia, principalmente a opera di organismi assistenziali e della Squadra di ricostruzione provinciale del Bamiyan, finanziata dalla Nuova Zelanda. L’Hazarajat è molto conservatore, ma tutt’altro che fondamentalista. Qui le donne «vanno a scuola, hanno i loro interessi e la loro libertà», dice Ryhana Azad, membro del consiglio distrettuale di Daykundi.
Col tempo, forse, questi semi daranno frutti dei quali potrà godere tutta la società afghana, ma per adesso la gente ha questioni più urgenti da affrontare. Spesso questo significa emigrare in luoghi in cui si trova lavoro. Nei villaggi si vedono le donne spalare la neve dai tetti delle case o raccogliere da sole i prodotti nei campi perché gli uomini sono tutti andati a lavorare come avventizi in Pakistan o in Iran, a Herat o a Kabul. È dura per chi va, ed è dura per chi resta
Per molti l’alternativa è Kabul, dove oggi quasi il 40 per cento della popolazione è hazara. Hossein Yasa, direttore del quotidiano Daily Outlook, sottolinea che ci sono stazioni televisive e giornali di proprietà hazara, e che è in costruzione un enorme complesso con madrassa e moschea sciita. «La classe media hazara sta crescendo molto in fretta», dice.
Tuttavia, ai margini della società, c’è una vasta categoria sommersa di manovalanza hazara che vive nei quartieri della zona ovest di Kabul e non ha né elettricità né acqua. «Stiamo parlando di ghetti», commenta Niamatullah Ibrahimi, ricercatore alla London School of Economics.
Ogni giorno, i conducenti di carri hazara vengono sulla via principale del quartiere di Dasht-e Barchi nella spernza di rimediare qualche lavoro. All’alba e al tramonto, d’inverno e a primavera, d’estate e in autunno, loro aspettano, sperando che qualcuno noleggi i loro carri per trasportare qualcosa: legname, materiali edili, sacchi di grano, fusti d’olio da cucina, telai di finestre, vivande per banchetti di nozze... qualunque cosa.
Pahlawan, Baba, e Assadullah sono tre dei tanti che fanno questo lavoro per mancanza di alternative. Pensano d’essere invisibili, che nessuno si accorga di loro, ma per molti versi sono il volto pubblico degli Hazara di Kabul, coloro che fanno i lavori che nessun altro vuol fare. In una giornata buona guadagnano tra i 200 e i 250 afghani, tre o quattro euro. Ma non possono mai contare su una giornata buona. 
Secondo alcuni osservatori la discriminazione cui gli Hazara sono soggetti a Kabul potrebbe riaccendere quel senso d’unità che da tanto tempo manca in Afghanistan, magari persino un desiderio di democrazia. «Ritengo che ci sia molto più nazionalismo fra gli Hazara di Kabul che nell’Hazarajat rurale, perché a Kabul la gente vive quotidianamente questa discriminazione tra Hazara e non Hazara», dice Ibrahimi. Sima Samar, direttore della Commissione afghana indipendente per i diritti umani, concorda: «Gli Hazara sono più adattabili alla democrazia, perché soffrono più degli altri. Sono discriminati. Desiderano davvero uguaglianza e giustizia sociale».
Se i Buddha fossero stati ancora lì lo scorso maggio, avrebbero visto un giovane camminare lungo la via principale della città di Bamiyan, una strada non asfaltata e piena di buche con negozi su entrambi i lati che vendono olio da cucina, medicine e materiali edili. Musa Shafaq è tornato nella terra degli Hazara; non ha avuto il posto che sognava di trovare all’Università di Kabul.
Come se non bastasse, Shafaq ha ricevuto anche un’altra cattiva notizia: non potrà sposare la sua ragazza del Waras. «Io amo lei e lei ama me», dice. «Ma quando ho mandato mia madre a chiedere al padre il permesso di sposarla, lui ha rifiutato. Perché sono un Hazara».
E così Shafaq si ritrova solo, nell’Hazarajat, a insegnare all’Università di Bamiyan, dove anche tutti gli altri professori sono Hazara. Come i loro studenti, gli insegnanti sono persone serie, motivate, intelligenti... ma un po’ spaventate. Da quando ha riaperto nel 2004, l’università è cresciuta. L’insegna sulla facciata dell’edificio è scritta in tre lingue: inglese, dari (la lingua più diffusa in Afghanistan) e, infine, a caratteri più grossi, in pashtu, la lingua dei Pashtun.
Dopo tante speranze e tante promesse, oggi gli Hazara si sentono ignorati dal nuovo governo, che è guidato da un presidente pashtun. In tutto l’Hazarajat riecheggia una domanda: perché non c’è stato più sviluppo e più interesse verso una provincia più sicura delle altre, dove la popolazione sostiene il governo, dove la corruzione non è diffusa, dove le donne hanno un ruolo nella vita pubblica, dove non proliferano piantagioni di papavero da oppio? Non è affatto raro sentire gli agricoltori che parlano di coltivare il papavero, magari anche di creare un po’ di disordine sociale, pur di riuscire ad attirare l’attenzione del governo.

Forse in Afghanistan emergerà finalmente una nuova generazione di leader in grado di condurre il proprio popolo oltre le logiche della guerra, dei signori della guerra e della jihad. Ma molto dipende da quanto cresceranno i Taliban, dal grado di interesse della comunità internazionale, e dal modo in cui le tensioni tra Stati Uniti e Iran (paese a maggioranza sciita) si ripercuoteranno sugli Hazara. Qualunque cosa accada, c’è in gioco molto più del solo destino del popolo hazara. Come osserva Dan Terry, un cooperante americano che vive in Afghanistan da 30 anni: la storia degli Hazara «non è solo la storia di questo popolo. È la storia di un intero paese. È la storia di tutti».

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