Redazione – Amnesty International Italia
21 settembre ’18
“Mohammad
Jan Azad ha avuto il coraggio di raccontare la sua storia in modo che
diventasse un film, così io e Basir Ahang abbiamo trovato il nostro di coraggio
per partecipare, per affrontare questo film che ci faceva ricordare il nostro
passato, il nostro viaggio, soprattutto il nostro dolore“.
Sono
le parole di Dawood Yousefi che ci parla del film “Sembra mio figlio“, di
Costanza Quatriglio, che ha avuto il patrocinio di Amnesty International e che
sarà nelle sale italiane dal 20 settembre.
Il
film racconta la storia di due fratelli (Basir Ahang e Dawood Yousefi),
appartenenti alla minoranza Hazara, scampati da bambini alle persecuzioni in
Afghanistan, rifugiati in Italia, e della loro ricerca della famiglia perduta e
della madre, un ritorno verso Oriente che segnerà il destino di entrambi.
Come sei arrivato al film?
Sono
stato contattato per la prima volta nel 2016, da Basir Ahang, colui che oggi è
l’altro protagonista del film.
A
luglio abbiamo fatto molti provini e i primi giorni di settembre mi hanno
selezionato.
Cosa hai pensato quando hai letto
la storia?
C’è
una regista che ha deciso di portare avanti un progetto, di raccontare il
genocidio del popolo Hazara e cosa ha spinto queste persone a lasciare
l’Afghanistan.
Costanza
Quatriglio è stata forse la prima persona a raccontare la storia vera di Mohammad
Jan Azad, a farlo in un film, sia a livello europeo che mondiale.
Il
film racconta il dramma che vive il popolo Hazara in Afghanistan, ma
soprattutto in Pakistan. Un popolo pacifico che ha cercato sempre nella storia
di usare il cervello, il dialogo piuttosto che l’uso delle armi.
Purtroppo
è finito per essere sempre vittima, prima da parte dei talebani, poi da parte
dell’Isis.
Da quanto va avanti questa
persecuzione?
Questa
situazione ha avuto inizio più di cento anni fa con il re dell’Afghanistan che
ha cominciato a uccidere più del 60 per cento del popolo Hazara.
È
li che ha avuto inizio il genocidio, da allora ogni governo ha calpestato i
diritti fondamentali del popolo Hazara, come quello all’abitazione. Anche tanti
genocidi sono stati compiuti durante le guerre civili, e dalla nascita dei
talebani il massacro in qualche modo è andato avanti.
L’Is,
presente in Afghanistan da oltre tre anni, ha avuto un ruolo molto importante:
per loro uccidere o far sparire il popolo Hazara è una vera e propria missione.
Non
lo considerano un popolo dell’Afghanistan. E uno dei pochi popoli a maggioranza
sciita. Gli attacchi vanno avanti a Kabul, centinaia, e i grandi media non
hanno raccontato bene quanto accaduto. Gli attacchi non avvengono in un campo
di guerra, succedono nelle scuole, per strada, nei mercati, nelle moschee,
nelle palestre, durante le manifestazioni pacifiche organizzate dal popolo
Hazara.
Anche
solo viaggiando, le persone vengono fermate per strada. Ricordo che gli Hazara
come me hanno tratti facilmente riconoscibili.
Sei venuto in Italia diversi anni
fa, cosa si prova a recitare una storia che in parte hai vissuto?
La
storia di “Sembra mio figlio”, in cui viene narrata la vicenda di Mohammad Jan
Azad, somiglia molto alla mia storia e a quella di Basir Ahang, e alle storie
di tanti ragazzi che hanno deciso di uscire dal paese alla ricerca di una vita,
per non uccidere e non essere uccisi a 13, 14 anni in un paese come
l’Afghanistan.
Il
nostro popolo ha sempre cercato di studiare, la maggior parte dei laureati sono
Hazara, nonostante le difficoltà e la povertà. Ma arriva il momento in cui
decidi di lasciare tutto: la terra, i genitori, per non morire, per non essere
ucciso in un modo brutale.
Quello
che succede in Afghanistan oggi non è una guerra faccia a faccia.
Anche tu hai dovuto lasciare
tutto..
Mentre
studiavo e lavoravo, davo una mano alla Croce Rossa Internazionale. Andavo a
soccorrere le vittime subito dopo gli attentati. Poi è arrivato il momento in
cui quello che facevo dava fastidio. Troppo fastidio.
Ho
ricevuto minacce e ho visto morire compagni di scuola, così ho deciso di
lasciare tutto.
Cosa hai provato mentre recitavi
il film?
All’inizio
non è stato facile ma siamo rimasti forti, insieme, sia io che Basir capivamo
che era un sogno che poteva diventare realtà. Ossia che finalmente esisteva un
film che racconta il genocidio del popolo Hazara.
Si
parla ancora troppo poco del popolo Hazara.
Le
organizzazioni internazionali ancora non riconoscono questo come un genocidio.
Non
è stato facile. Costanza Quatriglio e gli altri sono stati i primi a girare un
film in Iran (dove si sono girate le scene), dopo 50 anni. Ci sono stati
problemi anche per le autorizzazioni.
Gli
Hazara sono il primo popolo a livello mondiale rifugiato di richiedenti asilo
provenienti dall’Afghanistan, oltre 1 milione in Iran, in Pakistan altri
milioni.
Quando è stata la prima volta che
lo hai visto e cosa hai sentito dentro di te?
La
prima volta ho visto il film a Festival di Locarno. È stato bello perché ho
visto concretizzarsi i 4 mesi di lavoro. È stato emozionante perché ho avuto la
certezza che il progetto era andato a buon fine.

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