Redazione- Rassegna sindacale
11 settembre 2018
L'accordo firmato la scorsa
settimana sull’Ilva stabilisce che in Italia si continuerà a produrre acciaio
senza penalizzare l’occupazione, il salario e i diritti. Dopo sei anni di
lotte, tavoli e di scontri istituzionali, per Maurizio Landini, segretario
confederale della Cgil, si tratta di “un lieto fine”. “Si è trovato un
compromesso notevole – ha spiegato ai microfoni di RadioArticolo1 –, anche
perché l’intesa prevede quasi 4 miliardi di investimenti nei prossimi anni, e
afferma che si può produrre acciaio senza inquinare, né uccidere nessuno dentro
o fuori dalla fabbrica”.
Per Landini, però, è chiaro che
“quell’accordo andrà applicato e gestito”. Ma la sintesi finale è “comunque
positiva. Anche se ora bisogna ricostruire una fiducia nel rapporto con i
lavoratori e con la città”. Adesso è il momento delle assemblee dei lavoratori
che voteranno il testo, “un passaggio decisivo che impegna Mittal ad applicare
i patti e allo stesso tempo legittima il ruolo delle organizzazioni sindacali”.
Il testo siglato è comunque molto
chiaro: “Vengono assunte subito 10.700 persone, e tutti, se non avranno altre
collocazioni o non avranno accettato gli incentivi, alla fine del piano
dovranno essere impiegati da Mittal”. Non ci sono licenziamenti, spiega
Landini, “e in più vengono garantiti diritti, compreso il famoso articolo 18”.
La Cgil ha chiesto al governo anche che “una quota delle azioni diventi
pubblica”, perché “sarebbe utile se accanto a Mittal ci fossero soggetti di
garanzia e di controllo sul piano. Questo accordo deve essere infatti
utilizzato anche per ricostruire un rapporto di fiducia con il territorio e con
la città”.
La sintesi tra lavoro e ambiente,
tra occupazione contro salute, era un obiettivo della Fiom e della Cgil sin dal
principio della vertenza. “L'accordo sulle emissioni dell'altoforno – a detta
di Landini – dimostra che l’ambiente è un problema vero e va affrontato. C'è la
possibilità di farlo, ma servono investimenti sia per bonificare il territorio,
sia per l’utilizzo di tutte le tecnologie migliori per abbattere le emissioni”.
Nel testo, poi, si prevedono investimenti anche per la realizzazione di un
centro di ricerca per tutto il gruppo a Taranto, “con l'obiettivo di verificare
tecnologie alternative all'uso del fossile”.
Eppure, quando si parla di Ilva
non c'è solo Taranto. “Ci sono anche Genova, Alessandria, Milano e Racconigi:
si tratta complessivamente di 14.000 persone”, ha spiegato Landini. In
particolare su Genova “c'è l’impegno di Mittal per un incontro a breve sull'applicazione
dell’accordo di programma. Evidentemente l’idea per cui la cancellazione
dell'articolo 18 e dei diritti era funzionale agli investimenti è stata
smentita. L’accordo ci dice esattamente l'opposto: il più grande gruppo
multinazionale dell'acciaio al mondo investe in Italia applicandolo. Quindi, se
è utile aver difeso l'articolo 18 a Taranto, allora il governo può anche agire
per ripristinare ed estenderlo in tutta Italia, così come da tempo la Cgil
chiede”.
La chiusura della vertenza Ilva,
quindi, può diventare una lezione importante “per affrontare il progetto di un
nuovo modello di sviluppo dell’Italia”. “La visione di una politica industriale
italiana – conclude Landini – deve essere inquadrata in un’idea di
sistema-Paese. Il governo, l'università, le imprese, i lavoratori e le
organizzazioni sindacali devono discutere e decidere insieme su come
riorganizzare i processi produttivi e lavorativi. In questo processo, però, la
Cgil vede la necessità di un intervento pubblico, così come l'affermazione di
un lavoro di qualità e con diritti”.

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