Shuki Sadeh – Invicta Palestina
6/08/2018
Majid al-Mashharawi, 24 anni, è
cresciuta nella Striscia di Gaza. Una
vita di intifada, di chiusure e di blocchi. A 13 anni, visse un evento
particolarmente doloroso: vide un uomo in procinto di lanciare una bomba da una
finestra, ma la bomba esplose tra le sue mani. Nonostante la dura realtà,
continuò a studiare ingegneria presso l’Università Islamica di Gaza, dopo di
che decise di diventare imprenditrice.
Un anno fa Mashharawi e i suoi
soci hanno lanciato il progetto SunBox – un sistema economico e leggero a
energia solare in grado di fornire energia a piccoli frigoriferi, laptop e
smartphone. Investì molto tempo nel progetto e si recò in Giappone per incontrare alcuni
esperti. Ha installato il sistema gratuitamente in alcune case di Gaza e
attualmente sta raccogliendo fondi per consentire le vendite sovvenzionate del
dispositivo; questo ridurrebbe il prezzo da 350 a 250 dollari.
Circa un mese fa l’iniziativa era
pronta per il lancio: 200 kit erano arrivati dalla
Cina e avrebbero dovuto entrare a Gaza attraverso il valico di Kerem Shalom, il
principale punto di transito tra Israele e la Striscia. Ma proprio quel giorno
il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Avigdor
Lieberman annunciarono la chiusura del valico. I cinque impiegati che erano già
stati assunti e che avrebbero dovuto installare i sistemi, sono rimasti senza
lavoro.
Mashhawari pensò allora di
cambiare la definizione del prodotto, definendolo non più tecnologia, ma aiuti
umanitari. Alcuni clienti erano disabili su sedie a rotelle motorizzate e
prevedevano di utilizzare l’elettricità del dispositivo per ricaricare le
sedie.
Ma due settimane fa la salvezza è
arrivata da una diversa direzione. Dopo più di un mese, Lieberman, in
considerazione della relativa calma, decise di riaprire il valico e centinaia
di camion entrarono a Gaza. Tuttavia, i
commercianti di entrambe le parti sanno che, dopo un’apertura, ogni giorno il
valico potrebbe nuovamente essere chiuso.
La storia di Mashharawi suscitò
interesse in tutto il mondo e fu intervistata dal Guardian. Quando ha
parlato con Haaretz, era negli Stati
Uniti per una conferenza. “Vedo com’è la vita con l’elettricità 24 ore al
giorno, e non c’è motivo per cui non dovremmo avere questa stessa vita nella
Striscia di Gaza”, dice.
Le difficoltà che Mashhawari deve
affrontare, sono solo un esempio degli stravolgimenti che riguardano Gaza e la
sua economia. Dopo il rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit nel 2006
(liberato in uno scambio di prigionieri nel 2011) l’elettricità è fornita per
poche ore al giorno. E dal 2007, quando Hamas è andato al governo, Gaza subisce
il blocco. E Hamas non ama le iniziative di cooperazione tra imprenditori di
Gaza e uomini d’affari israeliani.
Hamas, che impone tasse molto
pesanti, ha rifiutato offerte come quella della Israel Water Authority di
posizionare grandi tubi a Gaza in modo che Israele possa vendere la sua acqua.
Inoltre, le restrizioni sulla circolazione delle merci e il fatto che Israele
permetta a soli 5.000 commercianti, la maggior parte con grandi imprese, di
lasciare Gaza, contribuiscono a strangolare l’economia.
“Parlare di un’economia nella
Striscia di Gaza al giorno d’oggi è un’utopia”, dice il tenente colonnello
(res.) Michael Sirulnik, un ex intermediario per l’economia tra Israele e Gaza.
“Un tempo a Gaza producevano per l’industria tessile e del mobile israeliana,
ma dopo il 2007 lo Stato ha spazzato via ogni possibilità di sviluppo
economico. Tutti i governi israeliani hanno attuato una dura politica per
ferire Hamas, affamando e facendo soffrire la popolazione di Gaza, ma la realtà
dimostra che questo non serve”.
Tra il 2007 e il 2010, Israele ha
anche stabilito quali prodotti possono essere ammessi nella Striscia, compreso
il cibo. In alcuni periodi il bestiame non fu permesso. Il maggiore Amos Gilad,
all’epoca coordinatore delle attività governative nei territori, era solito
dire ai colleghi: “Non voglio che gli Hamasniks di Gaza mangino entrecôte”.
(Gilad ha spiegato ad Haaretz : “Il contesto era il rapimento di Shalit:
pensavo che fosse immorale, con un soldato loro prigioniero, consentire
l’ingresso di un cibo di lusso.”).
Oggi le merci entrano a Gaza, ma
ne escono pochissime. Nella prima metà del 2018, nella Striscia sono entrati
quasi 50.000 camion carichi di merce, mentre ne sono usciti solo 1.580. La
maggior parte di ciò che usciva erano prodotti agricoli diretti in
Cisgiordania, mentre solo 396 camion avevano Israele come destinazione finale,
la maggior parte dei quali trasportava rottami metallici. La settimana scorsa,
con l’apertura del valico, Israele ha permesso l’entrata di 700 camion. Il
Ministero della Difesa ha annunciato che i camion trasportavano materiali da
costruzione, tessuti, frutta e verdura, gasolio, gas da cucina, benzina e
prodotti per l’igiene.
Dal 2010, a causa dell’incidente
della Mavi Marmara (in cui 10 passeggeri della nave che tentava di rompere il
blocco di Gaza furono uccisi e 19 soldati israeliani feriti), le regole per
spostare le merci dentro e fuori Gaza cambiarono nuovamente. Ci fu un
allentamento, soprattutto per il cibo, ma non fu attuata una politica chiara in
merito alle restrizioni e ai divieti di commercio rispetto alle altre merci.
“L’intero sistema decisionale e ciò che c’è dietro resta sconosciuto. Fino a
questa settimana, ad esempio, non era possibile portare merci attraverso Kerem
Shalom, ad eccezione di alcuni articoli che Israele definiva come umanitari “,
dice Shai Grunberg, portavoce del Gisha Legal Centre for the Freedom of
Movement.
“Dopo la guerra di Gaza del 2014
divenne possibile commercializzare tessuti, mobili e rottami metallici in
Israele. Perché questi prodotti e non ciò per cui c’è mercato? L’esportazione
di prodotti alimentari trasformati, ad esempio, è vietata e, tra ciò che si coltiva
a Gaza, solo pomodori e melanzane possono essere esportati in Israele, e in
quantità limitata. Le decisioni sono arbitrarie e totalmente disconnesse dalla
sicurezza”
Rischi
del “doppio uso”
C’è anche un elenco di beni
definiti a doppio uso; cioè oggetti che possono servire per fabbricare armi,
come le palline di deodorante per il bagno, di cui è vietato l’ingresso. I
commercianti che non sono aggiornati con l’elenco, spesso si ritrovano con la
merce confiscata perché definita a doppio uso o perché inviata nello stesso
camion dei prodotti a doppio uso.
L’avvocato Guy Zahavi, che
rappresenta i commercianti di Gaza, afferma che nel prossimo futuro la Corte
Suprema valuterà se sia lecito allo Stato confiscare in modo draconiano le merci solo perché in un camion sono state
affiancate ad altre merci.
“Al valico di Kerem Shalom hanno
sequestrato un carico di 32 generatori prodotti da Caterpillar per un valore di
2 milioni di dollari affermando che erano per uso terroristico. Solo dopo un
anno e mezzo di discussioni in tribunale Israele ha accettato di restituire i
generatori “, dice Zahavi.
“Ci sono dozzine di storie
simili. I più danneggiati sono i commercianti che spediscono merci su cui non
c’è alcun sospetto. A volte, al fine di ridurre i costi, non hanno altra scelta
se non quella di unirsi ad altri commercianti per trasportare le merci su un
unico camion, ma poi potrebbero rischiare che tutto il contenuto venga
confiscato”.
Dal 9 luglio, durante il periodo
in cui il valico di Kerem Shalom rimase chiuso, solo beni definiti umanitari,
come cibo e benzina, entravano a Gaza. I beni che erano diretti a Kerem Shalom
furono trasferiti in un deposito ad Ashdod o in magazzini privati vicino a
Gaza. Nel frattempo, i commercianti di Gaza cominciarono a calcolare le loro
perdite perché in una tale situazione l’importatore palestinese subisce una
duplice perdita – deve pagare lo stoccaggio e subisce un calo delle entrate
perché non ha merci da vendere.
Un uomo d’affari di Gaza, Nabil
Bawab, proprietario di un laboratorio di cucito che fornisce beni alle catene
di abbigliamento israeliane, dice che da quando è stato chiuso il valico ha
perso 2 milioni di shekel ( 550.000 dollari).Quando il valico è aperto, impiega
600 lavoratori, ma quando è chiuso, solo 100. Circa tre settimane fa, quando fu
annunciata l’apertura limitata del valico, Bawab vi si recò nella speranza che
i suoi camion pieni di vestiti ricevessero un permesso per attraversare – ma
invano.
La settimana scorsa, dopo più di
un mese, Bawab ha finalmente inviato i suoi beni in Israele. Dice che
l’apertura del valico di Kerem Shalom è stato uno sviluppo positivo, ma non
sufficiente.
“Speriamo per il meglio, ma nella situazione
attuale nella Striscia di Gaza abbiamo
bisogno di ben altro. Dopo un mese intero, 700 camion giornalieri sono
normali, dopo i 400-500 al giorno che sono entrati l’anno scorso. Per Eid
al-Adha abbiamo bisogno di oltre 2000 camion al giorno e anche di recuperare le
carenze derivanti dalla chiusura”.
Mohammed Abu Nahla, un piccolo
imprenditore che importa apparecchiature di telecomunicazione per grandi
centraline (come quelle per gli ospedali), dice che quando il valico restò
chiuso, licenziò tutti e undici i suoi lavoratori.
“Si fa affidamento sul fatto che
ci siano sempre soldi in arrivo, ma fino a due giorni fa tutto era bloccato”,
dice. “A causa di ciò devo aggiungere anche il pagamento per lo stoccaggio. Per
minimizzare le perdite, preferisco inviare la merce in Cisgiordania.”
Dalla parte israeliana, vicino a
Gaza, decine di piccoli imprenditori forniscono servizi di trasporto e deposito
– e di fatto si guadagnano da vivere grazie al valico di Kerem Shalom. Yair Moshe
possiede la più grande azienda della zona, i magazzini presso lo snodo Magen.
Quando Kerem Shalom è aperto, guadagna trasportando le merci al valico. Durante
la chiusura, guadagna, se pur meno, dallo stoccaggio.
Moshe dice che anche lui è stato
danneggiato dalla situazione; quando il valico rimase chiuso, perse dai 2,5 ai
3 milioni di shekel. “Lieberman ha dichiarato che non permetteva il passaggio
di pannolini usa e getta e di prodotti per la pulizia o di qualsiasi altra
assurdità si inventasse, dimenticandosi che questa è la nostra unica fonte di
reddito”, dice Moshe.
“Cosa dovrei fare, licenziare i
miei 60 dipendenti? Migliaia di persone si guadagnano da vivere da Kerem Shalom
– autisti, garage, distributori di benzina – e lo Stato non pensa affatto al
risarcimento.”
Ma non tutti ci perdono dalla
situazione. Chi quasi sempre trae profitto sono le compagnie petrolifere, che
durante gli anni di tensione tra Israele e Gaza sono state quelle che vendevano
benzina, gasolio e gas da cucina. Attualmente il mercato del carburante per la
Striscia è diviso equamente tra Paz e Oil Refineries Ltd., con Paz che
rappresenta l’85% del mercato del gas da cucina e il resto che va alla Oil
Refineries. Nel 2017, secondo il rapporto annuale di Paz, le vendite all’Autorità
Palestinese hanno raggiunto l’1,24 miliardi di shekel; si stima che il 20% di
tale importo provenga dalle vendite a Gaza.
Ma queste società non hanno
sempre goduto dell’esclusività. Fino a qualche anno fa, molta benzina a buon
mercato arrivava a Gaza attraverso i tunnel del Sinai; quest’alternativa,
tuttavia, è stata bloccata dagli Egiziani.
Il mercato del carburante nella
Striscia funziona secondo regole proprie. Da un lato, le persone e le
istituzioni pubbliche sono obbligate ad acquistare carburante per i generatori
a causa di una grave carenza di energia elettrica dovuta allo scarso
funzionamento di un’unica centrale elettrica. Dall’altro, dal momento che Hamas
si rifiuta di pagare il carburante all’Autorità Palestinese, quest’ultima
spesso riduce le quantità che acquista per Gaza. Tuttavia, le riduzioni nella
quantità di carburante sono calibrate – sia perché per Gaza il carburante è
un’ancora di salvezza, sia perché l’AP guadagna dalle tasse presenti su di
esso.
Dal punto di vista del cittadino
medio, e certamente da quello degli uomini d’affari, la situazione del
carburante e dell’elettricità non è altro che una catastrofe. Bawab, ad
esempio, paga una bolletta elettrica di 8.000 shekel al mese quando la sua
fabbrica è collegata alla rete elettrica palestinese. Se utilizza il
generatore, questa cifra sale a 35.000 o 40.000 shekel.
Pretesti
di salute pubblica?
Un’altra attività che ha sofferto
a causa della tensione tra Gaza e Israele è l’agricoltura, che per molti anni è
stata un importante pilastro dell’economia di Gaza. Negli anni ’90, circa l’8%
delle verdure consumate in Israele proveniva da Gaza, ma l’eliminazione della
vegetazione da parte dell’esercito israeliano nella parte settentrionale della
Striscia ha contribuito a danneggiare l’attività.
Gli abitanti di Gaza esportano
abbondante frutta e verdura in Cisgiordania, tra cui peperoni, melanzane,
pomodori, cetrioli, patate dolci, datteri e fragole. In Israele è permesso
esportare solo pomodori e melanzane, e in quantità limitate – 200 tonnellate di
melanzane e 250 tonnellate di pomodori al mese, il che non è molto.
Negli ultimi anni, con l’aumento del prezzo dei pomodori, i
ministeri delle finanze e dell’agricoltura hanno permesso l’importazione di
pomodori dalla Turchia e dalla Giordania. Perché non permettere l’esportazione
da Gaza di tutti i tipi di verdura e per
tutto l’anno, aiutando così sia gli abitanti di Gaza che i consumatori
israeliani? Secondo il ministero dell’Agricoltura, la ragione è la salute
pubblica.
“Nel decidere quali prodotti far
entrare in Israele, si tiene in considerazione anche la protezione da malattie
e da parassiti che potrebbero infestare l’agricoltura israeliana”, ha detto il
ministero. “In un’indagine di gestione del rischio condotta presso il
ministero, è stato determinato che le probabilità di trasmettere parassiti e
malattie attraverso le importazioni di pomodori e di melanzane sono minori
rispetto al resto dei prodotti vegetali”.
Tuttavia, chi ha familiarità con
la situazione di Gaza, sa che la ragione per limitare le importazioni deriva da
considerazioni esclusivamente politiche. Ad esempio, Avraham Herzog, che con un
partner palestinese commercializza frutta a Gaza e conosce bene il valico di
Kerem Shalom e il commercio agricolo tra Israele e Gaza, definisce la risposta
del Ministero dell’Agricoltura ” cinica politica “.
“Dicono che a Gaza irrigano con acque reflue,
ma a Gaza non ci sono bacini di raccolta di acque fognarie, quindi è
impossibile utilizzarle per l’agricoltura “, dice Herzog.
“Si potrebbe parlare di pesticidi
e di prodotti chimici, ma Israele limita l’ingresso di tali sostanze a Gaza
perché sono considerate a doppio uso. Fondamentalmente, qualsiasi cosa abbia a
che fare con la Striscia di Gaza, è politica. ”
Gershon Baskin, il fondatore
dell’ Israel/Palestine Center for Research and Information, conosce molto bene
il potenziale agricolo di Gaza. “Indubbiamente
sarebbe possibile coltivare molti
più pomodori nella Striscia di Gaza, se lo volessero” dice.
“Anche nei bei giorni di Oslo,
quando il prezzo dei pomodori crollò, improvvisamente scoprirono problemi
sanitari nelle coltivazioni di pomodori o altri tipi di problemi che rendevano
necessario limitare l’ingresso di verdure”.
Ma quando i prezzi della frutta
in Israele sono troppo bassi, ecco che questa viene esportata a Gaza. Herzog si
aspetta che nel prossimo anno ci sarà molta frutta nella Striscia. “L’anno
prossimo ci saranno un sacco di mele, banane e avocado”, dice
“Tutte e quattro le
organizzazioni dei grandi coltivatori lo stanno pianificando attraverso il
comitato di produzione. L’anno prossimo ci sarà così tanta frutta che non sarei
sorpreso se alcuni dei prodotti verranno inviati a Gaza gratuitamente per non
far crolalre il livello dei prezzi in Israele “.
“Chiaramente”, aggiunge Sirulnik,
“nel momento in cui ci sono eccedenze di prodotti agricoli, queste sono mandate
nel bidone della spazzatura di Israele – che si chiama Striscia di Gaza.
Nell’Ufficio del Coordinamento e Collegamento si occupano anche dei regolamenti
concernenti i prezzi di frutta e verdura in Israele. È vero che l’esercito
dovrebbe occuparsi solo di questioni di sicurezza e non interferire con i
prezzi, ma quando si tratta della Striscia di Gaza, queste sono disposizioni
fondamentali”.
“Gaza è un mercato di eccedenze”,
afferma Avraham Ehrlich, direttore del “dipartimento ortaggi” del Plant Council
e lui stesso agricoltore. Poiché per molti abitanti di Gaza i prezzi di frutta
e verdura sono alti, è naturale che i prodotti inferiori siano mandati nella
Striscia, anche se il problema è semplicemente la dimensione o la forma, dice.
“Alcuni anni fa, su
incoraggiamento del Ministero dell’Agricoltura, io e altri agricoltori
coltivammo degli agrumi di una varietà chiamata Odem “, afferma Ehrlich.
“Scoprimmo però che agli Israeliani non piacevano perché anche se il frutto era
dolce, era piccolo. Moltissimi coltivatori lo vendettero a Gaza al ridicolo
prezzo di 1 shekel a chilogrammo, riducendo così le perdite “.
Il commercio tra Israele e Gaza –
in particolare il commercio agricolo – non funziona secondo regole chiare, e in
questo vuoto s’infilano mediatori e intermediari, sia Israeliani che
Palestinesi. La caotica situazione a Gaza e il fatto che i commercianti si
vedano spesso rifiutare l’ingresso in Israele, determinano anche lo
sfruttamento da parte di settori israeliani, come le agenzie doganali. A volte,
da parte israeliana, si lamenta il fatto che gli uomini d’affari palestinesi
sfruttino la terribile situazione di Gaza.
Il Coordinatore delle attività
governative nei Territori ha dichiarato: “Dal 2007 la Striscia di Gaza è
controllata dall’organizzazione terroristica Hamas, che sta cercando di
danneggiare la sovranità e la sicurezza di Israele attraverso la cinica
manipolazione della popolazione di Gaza, usata anche come scudo umano per atti
di terrorismo nei confronti di cittadini israeliani.
“Nelle ultime settimane, alla
luce dell’intensificarsi dell’attività terroristica contro Israele, il ministro
della Difesa ha ordinato l’imposizione di restrizioni sull’attività del valico
di Kerem Shalom, fatta eccezione per l’ingresso di cibo, medicine, benzina e
gas da cucina.
“Riguardo all’esportazione di
merci da Gaza, sottolineiamo che qualsiasi merce dichiarata sicura e approvata
può essere sdoganata e commercializzata. Per quanto riguarda l’esportazione
dalla Striscia di Gaza verso Israele degli alimenti trasformati, i prodotti devono
rispettare gli standard obbligatori stabiliti dal Ministero della Salute.
“Non vi è alcuna restrizione
nella presentazione di una domanda per ottenere un permesso a scopo di
commercio. Tuttavia, ogni domanda deve soddisfare i criteri dettagliati elencati
sul sito web del Coordinatore delle attività governative nei Territori e sarà
approvata in base a un controllo di sicurezza. Per quanto riguarda i prodotti a
doppio uso, le richieste di questo tipo sono approvate in base a una licenza e
sono esaminate caso per caso. Non siamo a conoscenza del fatto che l’ingresso
della merce sia ritardato quando tali beni si trovano nello stesso camion dei
prodotti a doppio uso. ”
Trad: Grazia Parolari “contro
ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invictapalestina.org
Fonte: http://archive.is/bB8N6

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