giovedì 20 settembre 2018

LA MIA OPINIONE Quell'eterna lotta contro la smemoratezza personale e collettiva.

Federico Pozzi – Redazione Sinistra
21 settembre ’18

Quest'articolo è nato vedendo una videointervista pubblicata dal giornale "Repubblica". In essa si presentava un libro dal titolo "Italia 1943". 
Sottolineo che non è l'intenzione di chi scrive polemizzare con lo scrittore (come potrebbe parere), quanto piuttosto di sottolineare come sia facile in Italia cadere nel girone dell'oblio, un oblio perpetuo che continuamente ci autoassolve e ci autogiustifica per citare il collettivo Wu Ming :" In Italia sembra di costruire sulla sabbia, non si riesce a sedimentare niente di nuovo e ogni volta bisogna ricominciare dal punto zero". 
Nel presentare il suo nuovo libro Lucarelli diceva che una delle tante colpe degli italiani davanti al fascismo è stata quella di girare la testa,  vero, sono d'accordissimo. Quale è il problema? Il fatto è che Lucarelli si è evidentemente scordato di quando lui ha girato la testa.
Quando si è trattato di scrivere un libro sulla battaglia di Adua , lo scrittore ha indugiato fin troppo nella mitopoiesi dei "soldatini con le scarpe di cartone", dei poveri contadini, dei figli di mamma mandati a morire lontani da casa e dal profumo di spaghetti. Per finire in un orgia di retorica patriottarda, non degna di Lucarelli, in cui si condannavano gli studenti che protestavano contro il governo Crispi che erano scesi in piazza al grido di "Viva Menelikke!". 
Lucarelli, come altri grandi autori (Rigoni Stern, Bedeschi, ecc...) invece di cercare di analizzare i fatti si è inserito in quella retorica nazionalpopolare che piace tanto agli italiani, noi poveri figli di mamma, vittime sempre inconsapevoli, mentre gli altri sono brutti e cattivi. L'idea che gli altri avessero tutte le ragioni del mondo per combatterci non li sfiora perché sono troppo occupati a difendere un immagine dell’Italia che sa di melenso, di libro "Cuore"e infine la condanna (l'unica possibile in questo bel quadretto) ai soliti spostati, i soliti "cattivi", i soliti Franti della situazione,c he uccidono la madre italica al grido di : "Viva Menelikke !". 
Ho già scritto che questa non è una accusa esplicita a Lucarelli che io continuo a considerare un ottimo scrittore? Quello che si cercherà di fare qui è di analizzare come si possa arrivare a costruire questo tipo di modello, che finisce per alimentare la solita mitopoiesi dell'italianobravogente con la quale favorire l'oblio o l'autoassoluzione di chi queste vaccate (scusate, ma qui ci vuole) scrive. 
Partiamo da un presupposto . L'ideologia dominante nella memoria storica di questo paese fa perno su due grandi temi, il primo (il più noto) è una sorta di bontà innata (razziale, culturale, sociale ) del popolo italiano, un ideologia abbastanza tipica dei paesi troppo deboli militarmente e politicamente per costuirsi un immaginario da grande potenza (Inghilterra , Germania, ecc...) e troppo conservatori per sfruttare l'ideologia della "democrazia" contro la barbarie (Francia, Stati Uniti). Il secondo è una certa tendenza al vittimismo, qualsiasi cosa succeda noi italiani siamo sempre convinti che qualcuno più grande e grosso di noi ci abbia fregato o ci stia fregando o si sia messo a complottare contro di noi. Sia chiaro, a volte è vero ma molto più spesso è una risposta schizofrenica dovuta per altro ad una politica internazionale che spesso e volentieri lo è altrettanto (tanto per fare due esempi: gli accordi con Milosevic ? Il giorno dopo bombardi Milosevic. Fai gli accordi con Gheddafi? Il giorno dopo bombardi Gheddafi). 
Da questi due cardini ideologici diventa facile capire come i discorsi sul :"Ma che colpa abbiamo noi ?" abbiano profondamente effetto e presa sulla memoria del popolo italiano  e quindi a cascata anche sui singoli, bisogna essere ideologicamente corazzati per non cadere in questa trappola che da più di un secolo segna il pensiero italiano, in cui ogni evento diventa la giustificazione del successivo e quando non serve più o stona nella fluida narrazione musicale mitopoietica del paese, semplicemente viene dimenticato (magari per poi essere recuperato anni dopo, in chiave autoassolutoria ,come nel caso della battaglia di Adua). 
In un certo senso, lasciarsi trasportare dalla "melodia" del racconto è rilassante, ti permette di chiudere gli occhi, ma io purtroppo faccio lo storico, il mio mestiere, come diceva Eric J. Hobsbawm è "ricordare ciò che i suoi concittadini desiderano dimenticare", cioé graffiare la lavagna con il gesso. 
La memoria dice Marco Paolini è "un esercizio difficile", perché ci costringe a confrontarci con ciò che non ci piace di noi stessi, ci costringe a farci delle domande che non vogliamo farci perché sono scomode e antipatiche. La tendenza all'oblio dell'italiano medio è fin troppo nota per essere qui rimarcata (basti pensare che ancora oggi c'è gente che va in giro a dire che l'Italia non ha usato i gas asfissianti in Etiopia), il problema è che poi su quell'oblio personaggi di bassissimo rango costruiscono una fortuna, il problema dell'oblio è che poi qualsiasi panzana sia seducente e apparentemente in linea con quella narrazione viene presa per buona, come per esempio quella del fantomatico massacro del Monte Manfrei.
La memoria è sempre sottoposta al dibattito pubblico collettivo, mentre il ricordo è personale e intimistico;  la memoria dipende quasi sempre (per fortuna o purtroppo) dalla discussione, quindi risente del clima socio/politico che la circonda, è quasi inutile dire che negli ultimi anni, in Italia, il clima è diventato sempre peggiore e stiamo assistendo ad un gigantesco "riscaldamento globale" della memoria  che ha conseguenze devastanti quasi quanto i disastri causati dal vero riscaldamento globale. 
Lo sforzo degli storici per opporsi è quasi eroico. Quello che chiediamo alla società civile (e Lucarelli ci sta dentro in pieno) è di "non voltarsi dall'altra parte", ovvero di assumersi ogni tanto delle responsabilità, di rivedere delle cose che sono state scritte anni fa (sicuramente senza nessuna intenzione di nuocere) e ammettere che magari affermare che sono delle cavolate, non c'è niente di male errare è umano. Non c'è niente di male nel cambiare idea, è anzi sacrosanto. Vogliamo parlare del fascismo ,di come siamo arrivati all'uomo forte di Predappio? Perfetto. Cominciamo ad ammettere che le radici vengono (anche) dal colonialismo e dai "soldatini con le scarpe di cartone" mandati in Eritrea inquadrati in un esercito di invasione, ammettiamo che gli unici veri eroi erano gli studenti in piazza che gridavano "Viva Menelikke !", esattamente come spiegava Umberto Eco nel suo "Elogio di Franti". Sono coloro che distruggono, irridono , polverizzano l'immagine degli "italiani brava gente" mentre si indicano nuovi personaggi come eroi,  come Andrea Costa con lo slogan :"Ne un soldo ,ne un voto".  
Chiediamo uno sforzo nell'eterna battaglia contro la smemoratezza individuale e collettiva, in cui nessuno è mai colpevole di niente e siamo tutti sempre vittime, chiediamo uno sforzo per provare a far sedimentare un minimo di coscienza critica che non riproponga un modello che ci siamo sentiti ripetere fin dall'ottocento e che è sempre servito ai ceti dominanti per giustificare alcune delle peggiori nefandezze mai commesse nella storia (e serve ancora per altro, l'ideologia dell'Italia "lasciata sola" ad affrontare le orde dei migranti, deriva esattamente da questo pensiero nazional popolare vittimista).
Vorremmo provare a far sedimentare un minimo di dubbio. Quindi sì ha ragione Lucarelli :"Smettiamo di guardare da un altra parte" . E cominciamo a farci ogni tanto un esame di coscienza, altrimenti vincerà in perpetuo l'oblio.

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