Federico Pozzi – Redazione Sinistra
21 settembre ’18
Quest'articolo
è nato vedendo una videointervista pubblicata dal giornale "Repubblica".
In essa si presentava un libro dal titolo "Italia 1943".
Sottolineo
che non è l'intenzione di chi scrive polemizzare con lo scrittore (come
potrebbe parere), quanto piuttosto di sottolineare come sia facile in Italia
cadere nel girone dell'oblio, un oblio perpetuo che continuamente ci
autoassolve e ci autogiustifica per citare il collettivo Wu Ming :" In Italia
sembra di costruire sulla sabbia, non si riesce a sedimentare niente di nuovo e
ogni volta bisogna ricominciare dal punto zero".
Nel
presentare il suo nuovo libro Lucarelli diceva che una delle tante colpe degli
italiani davanti al fascismo è stata quella di girare la testa, vero, sono d'accordissimo. Quale è il
problema? Il fatto è che Lucarelli si è evidentemente scordato di quando lui ha
girato la testa.
Quando
si è trattato di scrivere un libro sulla battaglia di Adua , lo scrittore ha
indugiato fin troppo nella mitopoiesi dei "soldatini con le scarpe di
cartone", dei poveri contadini, dei figli di mamma mandati a morire
lontani da casa e dal profumo di spaghetti. Per finire in un orgia di retorica
patriottarda, non degna di Lucarelli, in cui si condannavano gli studenti che
protestavano contro il governo Crispi che erano scesi in piazza al grido di "Viva
Menelikke!".
Lucarelli,
come altri grandi autori (Rigoni Stern, Bedeschi, ecc...) invece di cercare di
analizzare i fatti si è inserito in quella retorica nazionalpopolare che piace
tanto agli italiani, noi poveri figli di mamma, vittime sempre inconsapevoli, mentre
gli altri sono brutti e cattivi. L'idea che gli altri avessero tutte le ragioni
del mondo per combatterci non li sfiora perché sono troppo occupati a difendere
un immagine dell’Italia che sa di melenso, di libro "Cuore"e infine
la condanna (l'unica possibile in questo bel quadretto) ai soliti spostati, i
soliti "cattivi", i soliti Franti della situazione,c he uccidono la
madre italica al grido di : "Viva Menelikke !".
Ho
già scritto che questa non è una accusa esplicita a Lucarelli che io continuo a
considerare un ottimo scrittore? Quello che si cercherà di fare qui è di
analizzare come si possa arrivare a costruire questo tipo di modello, che
finisce per alimentare la solita mitopoiesi dell'italianobravogente con la
quale favorire l'oblio o l'autoassoluzione di chi queste vaccate (scusate, ma
qui ci vuole) scrive.
Partiamo
da un presupposto . L'ideologia dominante nella memoria storica di questo paese
fa perno su due grandi temi, il primo (il più noto) è una sorta di bontà innata
(razziale, culturale, sociale ) del popolo italiano, un ideologia abbastanza
tipica dei paesi troppo deboli militarmente e politicamente per costuirsi un
immaginario da grande potenza (Inghilterra , Germania, ecc...) e troppo
conservatori per sfruttare l'ideologia della "democrazia" contro la
barbarie (Francia, Stati Uniti). Il secondo è una certa tendenza al vittimismo,
qualsiasi cosa succeda noi italiani siamo sempre convinti che qualcuno più
grande e grosso di noi ci abbia fregato o ci stia fregando o si sia messo a
complottare contro di noi. Sia chiaro, a volte è vero ma molto più spesso è una
risposta schizofrenica dovuta per altro ad una politica internazionale che
spesso e volentieri lo è altrettanto (tanto per fare due esempi: gli accordi
con Milosevic ? Il giorno dopo bombardi Milosevic. Fai gli accordi con Gheddafi?
Il giorno dopo bombardi Gheddafi).
Da
questi due cardini ideologici diventa facile capire come i discorsi sul
:"Ma che colpa abbiamo noi ?" abbiano profondamente effetto e presa
sulla memoria del popolo italiano e quindi
a cascata anche sui singoli, bisogna essere ideologicamente corazzati per non
cadere in questa trappola che da più di un secolo segna il pensiero italiano,
in cui ogni evento diventa la giustificazione del successivo e quando non serve
più o stona nella fluida narrazione musicale mitopoietica del paese, semplicemente
viene dimenticato (magari per poi essere recuperato anni dopo, in chiave
autoassolutoria ,come nel caso della battaglia di Adua).
In
un certo senso, lasciarsi trasportare dalla "melodia" del racconto è
rilassante, ti permette di chiudere gli occhi, ma io purtroppo faccio lo
storico, il mio mestiere, come diceva Eric J. Hobsbawm è "ricordare ciò
che i suoi concittadini desiderano dimenticare", cioé graffiare la lavagna
con il gesso.
La
memoria dice Marco Paolini è "un esercizio difficile", perché ci
costringe a confrontarci con ciò che non ci piace di noi stessi, ci costringe a
farci delle domande che non vogliamo farci perché sono scomode e antipatiche.
La tendenza all'oblio dell'italiano medio è fin troppo nota per essere qui rimarcata
(basti pensare che ancora oggi c'è gente che va in giro a dire che l'Italia non
ha usato i gas asfissianti in Etiopia), il problema è che poi su quell'oblio
personaggi di bassissimo rango costruiscono una fortuna, il problema dell'oblio
è che poi qualsiasi panzana sia seducente e apparentemente in linea con quella narrazione
viene presa per buona, come per esempio quella del fantomatico massacro del
Monte Manfrei.
La
memoria è sempre sottoposta al dibattito pubblico collettivo, mentre il ricordo
è personale e intimistico; la memoria
dipende quasi sempre (per fortuna o purtroppo) dalla discussione, quindi
risente del clima socio/politico che la circonda, è quasi inutile dire che
negli ultimi anni, in Italia, il clima è diventato sempre peggiore e stiamo
assistendo ad un gigantesco "riscaldamento globale" della
memoria che ha conseguenze devastanti
quasi quanto i disastri causati dal vero riscaldamento globale.
Lo
sforzo degli storici per opporsi è quasi eroico. Quello che chiediamo alla
società civile (e Lucarelli ci sta dentro in pieno) è di "non voltarsi
dall'altra parte", ovvero di assumersi ogni tanto delle responsabilità, di
rivedere delle cose che sono state scritte anni fa (sicuramente senza nessuna
intenzione di nuocere) e ammettere che magari affermare che sono delle
cavolate, non c'è niente di male errare è umano. Non c'è niente di male nel
cambiare idea, è anzi sacrosanto. Vogliamo parlare del fascismo ,di come siamo
arrivati all'uomo forte di Predappio? Perfetto. Cominciamo ad ammettere che le
radici vengono (anche) dal colonialismo e dai "soldatini con le scarpe di
cartone" mandati in Eritrea inquadrati in un esercito di invasione, ammettiamo
che gli unici veri eroi erano gli studenti in piazza che gridavano "Viva
Menelikke !", esattamente come spiegava Umberto Eco nel suo "Elogio
di Franti". Sono coloro che distruggono, irridono , polverizzano
l'immagine degli "italiani brava gente" mentre si indicano nuovi
personaggi come eroi, come Andrea Costa
con lo slogan :"Ne un soldo ,ne un voto".
Chiediamo
uno sforzo nell'eterna battaglia contro la smemoratezza individuale e collettiva,
in cui nessuno è mai colpevole di niente e siamo tutti sempre vittime, chiediamo
uno sforzo per provare a far sedimentare un minimo di coscienza critica che non
riproponga un modello che ci siamo sentiti ripetere fin dall'ottocento e che è
sempre servito ai ceti dominanti per giustificare alcune delle peggiori nefandezze
mai commesse nella storia (e serve ancora per altro, l'ideologia dell'Italia
"lasciata sola" ad affrontare le orde dei migranti, deriva
esattamente da questo pensiero nazional popolare vittimista).
Vorremmo
provare a far sedimentare un minimo di dubbio. Quindi sì ha ragione Lucarelli
:"Smettiamo di guardare da un altra parte" . E cominciamo a farci ogni
tanto un esame di coscienza, altrimenti vincerà in perpetuo l'oblio.

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