Federico Pozzi – Redazione Sinistra
13 settembre 2018
Ieri, sono andato a vedere
"Sulla Mia Pelle", il film sulla morte di Stefano Cucchi, non ho
voluto sfruttare Netflix, ho preferito sinceramente pagarmi il biglietto, al di
là di alcune polemiche sui diritti d'autore ,considero aver pagato il biglietto,
un atto politico, un dovere da cittadino e da romano, bisogna sostenere questi
film di denuncia.
Il film è bello, duro, ovviamente,
essendo un film di denuncia non poteva essere altrimenti, ci si sente immersi
pienamente nel dramma vissuto da Stefano Cucchi, gli ambienti sono oscuri e
poco illuminati, come dovrebbero essere, la performance di Alessandro Borghi
nell'interpretare Stefano è molto convincente, un pugno allo stomaco. Ma la
recitazione di tutti i personaggi è convincente e persino Max Tortora, che non
è un grande attore, riesce a risaltare nel ruolo del padre di Stefano.
La quasi totale assenza di
colonna sonora, ci fa sentire dentro lo psicodramma di Stefano. Il Film è un
enorme flashback, comincia con la morte di Stefano, per ripercorrere i suoi
ultimi giorni di vita che viviamo con angoscia fin dalla scena dell'arresto perché
noi già sappiamo quello che sta per succedere dopo quell'arresto, non è un
film-inchiesta come ad esempio "Indagine su un cittadino al di sopra di
ogni sospetto", non ci sono verità da scoprire, la verità già la sappiamo
e questo rende tutto più angosciante, drammatico, "vero". Quando
vediamo arrivare i carabinieri in borghese non riusciamo a trattenere le
lacrime, la paura, ci sentiamo in trappola come si deve essere sentito Stefano,
il senso di ansia è opprimente, l'angoscia degna del miglior film horror che
abbiate avuto modo di vedere. Assistendo a questa scena la mente è obbligata a
pensare :"Eccoli , ci sono i
picchiatori".
Bisogna dire che il film è molto
delicato su questo, non ci fa diventare spettatori delle scene nelle quali il
povero Cucchi sibisce i pestaggi, non indugia sulla violenza, del resto sarebbe
anche inutile. Ma è durissimo sul resto, una serie di altri personaggi (medici,
carabinieri, il giudice e i secondini) sono tanti automi che agiscono con indifferenza quasi come se quello che stanno
pestando non fosse un essere umano, sono
tante S.S. che stanno semplicemente "facendo il loro dovere", non
guardano, non sentono, non pensano, eseguono meccanicamente le operazioni che
sono state a loro affidate, forse incoraggiate dal comportamento restio dello
stesso Stefano, ma neacne troppo.
Certamente nessuno pare
preoccuparsi di quanto sta succedendo al giovane Stefano, i
"migliori" sembrano interessati solo al fatto che il
"guaio" non li coinvolga in eventuali strascichi legali. Una denuncia che già faceva il docu-film "Stefano
Cucchi, i mostri dell'indifferenza", ma che il film rende meglio .
Gli affannosi tentativi della
famiglia per vedere Stefano ci fanno sentire come i suoi genitori che si trovano
impediti dal vedere il figlio, la nostra ansia cresce con la loro come pure la
nostra rabbia, una rabbia sorda, perché noi sappiamo cosa sta succedendo dietro
il portone blindato dell'ospedale Pertini. Stefano sta morendo, abbandonato,
probabilmente (o almeno così ci fa capire il film), credendosi abbandonato
persino dai suoi familiari per averli delusi ancora una volta, l'ultima.
Una scena straziante quella delle
scuse, mormorate al buio da Stefano, le sue ultime parole del film :"Un fijo
così nun ve lo meritavate", un tragico pensiero che forse ha
effettivamente attraversato la testa di Stefano nei suoi ultimi momenti.
Bisogna dirlo, il film è tremendo,
come ho già scritto "un pugno allo stomaco" in senso drammatico e
psicologico, un tormento che deve essere stato lo stesso tormento di Stefano.
In questo il film noi
"siamo" Stefano Cucchi, siamo lui quando ci rifiutiamo di alimentarci,
siamo lui quando riusciamo a colpire con una battuta (una delle poche del film)
un secondino rispondendo alla domanda :"Ma quando smetteremo di raccontare
sta stronzata delle scale?" con un :"Quanno le scale, smetteranno de
pestacce !". Siamo lui quando chiediamo insistentemente di vedere il
nostro avvocato perché lo riteniamo un legittimo diritto, siamo lui quando ci
rifiutiamo di fermare il verbale dopo il pestaggio, siamo lui quando chiediamo le nostre
pastiglie per l'epilessia.
Il film di Alessio Cremonini ci fa capire perfettamente
che un domani, in una situazione del genere, noi potremmo effettivamente essere
lui e questo ci lascia abbastanza sgomenti e furibondi.
Ne consiglio assolutamente la
visione, reggerne però una seconda visione potrebbe essere difficile per la
stessa intensità del film ,ome "Millon dollar baby" o "Mystic River" di Clint Eastwood,
vederlo una volta è doveroso due molto difficile.
Questo non vuol dire che non comprerò immediatamente il dvd ,quando uscirà ,anzi sicuramente lo farò ,non credo però sarà uno dei film che la sera mi ripasserò.
Questo non vuol dire che non comprerò immediatamente il dvd ,quando uscirà ,anzi sicuramente lo farò ,non credo però sarà uno dei film che la sera mi ripasserò.

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