Redazione Cronache di ordinario
razzismo
13 settembre 2018
Sembra che il 2018 sia destinato
a passare alla storia come l’anno della violenza razzista, delle aggressioni e
della «caccia al nero». Ma c’è davvero
un “allarme razzismo”?
Da due giorni, dopo l’annuncio di
Michelle Bachelet, Alto commissario Onu per i diritti umani (ne abbiamo parlato
qui), di voler inviare un team in Italia per verificare le ragioni del picco di
violenza razzista degli ultimi mesi, sembra che il problema sia solo una
questione di dati, numeri e percentuali.
Su di una cosa dobbiamo
convenire, per una volta, con il Ministro dell’Interno: in effetti, non c’è
nessun “allarme” e nessuna “emergenza” razzismo. Ma non per le stesse ragioni
da lui addotte. E vi spieghiamo perché.
La colpa non è certo della
«immigrazione di massa permessa dalla sinistra negli ultimi anni». Né tanto
meno possiamo affidarci soltanto ai numeri e alle statistiche ufficiali sulle
violenze razziste sbandierate in ogni dove. «Le forze dell’ordine smentiscono
che ci sia un allarme razzismo», dichiara il ministro dell’Interno. Secondo gli
analisti della Polizia (vedi le recenti dichiarazioni del capo Gabrielli), più
che di “emergenza”, si deve parlare di fenomeni “emulativi”. Quindi, è solo una
questione di “percezioni” (termine sempre più abusato) o di “episodicità”? O vi
è qualcosa di più profondo?
Nel Quarto libro bianco sul
razzismo in Italia, ma anche nelle sue edizioni precedenti, scrivevamo che “il
razzismo è qualcosa di ben più complesso, diffuso e debordante di un fenomeno
misurabile e osservabile con i semplici numeri”. Non potremo mai sapere con
certezza quanti sono i casi in cui offese, minacce e aggressioni razziste
restano confinate all’esperienza subita dalla vittima, per timore, o quanti
sono gli omicidi che “nascondono” un movente razzista.
Potremmo tornare con la memoria
ai mesi scorsi, e ricordare quanto accaduto a Macerata, con la tentata stage
messa in atto da Luca Traini, o Firenze, con l’omicidio di Idy Diene. Ma
potrebbero bastare anche solo i casi di quest’estate. Da Nord a Sud. A Vibo
Valentia, dove il sindacalista Soumaila Sacko viene ucciso mentre raccoglie
delle lamiere in una fabbrica dismessa. A giugno, a Caserta, dei ragazzi
sparano contro due immigrati maliani. A luglio, a Roma, una bambina Rom viene
colpita alla schiena con un pallino di gomma. Mentre a Vicenza, un 40enne
ferisce con un colpo di carabina un operaio africano al lavoro. Ad agosto, a
Pistoia, sono dei ragazzi italiani a sparare un colpo su un giovane del Gambia
che sta facendo jogging. A Partinico, a ferragosto sei minori stranieri non accompagnati
vengono picchiati da un’intera famiglia. A Mortara, il 1 settembre tre uomini
di circa 50 anni aggrediscono un giovane del Benin accusandolo di “non potersi
permettere” il monopattino su cui andava. E non ultimo il pestaggio di Sassari
di due giorni fa (ne abbiamo parlato qui).
Un fatto è certo.
In Italia, così come in altri
paesi europei, le violenze e le discriminazioni razziste sono sempre più
frequenti. Affermare che siano o meno in crescita rispetto al passato sulla
base dei dati non è possibile per diversi motivi: a) i dati ufficiali
disponibili non consentono un’analisi accurata e disaggregata per movente; b) i
dati recenti sui reati di matrice razzista del Ministero della Giustizia
continuano a non essere accessibili, c) ma soprattutto molte sono le violenze
razziste che restano invisibili. Quello che è certo però, e i casi sopra
ricordati lo esemplificano molto bene, è che nel 2018 vi è stata una frequenza
inusuale di violenze razziste gravi. E questo dovrebbe bastare a riconoscere
che nel nostro paese il razzismo c’è e assume forme sempre più violente che
hanno conseguenze gravi sulle persone che lo subiscono.
Non sono dunque i numeri su cui
dovrebbero concentrarsi i media e i vari commentatori, ma sul clima sociale,
economico, politico e culturale che genera i mostri che vanno in giro a
picchiare “neri”, rom, richiedenti asilo e rifugiati. Ed è un clima che non
nasce oggi né è nato il 4 marzo.
Non è certo rimandando al
mittente le “accuse” fatte dal Commissario Bachelet con discorsi (“Ragioneremo
con gli alleati sull’utilità di continuare a dare questi 100 milioni di euro
per finanziare sprechi, mangerie, ruberie per un organismo che vorrebbe venire
a dare lezioni agli italiani e poi ha paesi che praticano tortura e pena di
morte”, ha dichiarato il Ministro dell’Interno, ndr) che è possibile affrontare
il problema con “misure” adeguate.
Il razzismo non è un’“emergenza”,
è un fenomeno che ha profonde radici storiche nel nostro paese che qualcuno
sembra aver dimenticato. Oggi assume forme più violente rispetto al passato.
Ma le vere emergenze sono la
legittimazione istituzionale che ne viene data, l’uso che se ne fa nella
retorica politica (sconfinando spesso nella vera e propria istigazione al
razzismo) e il grande consenso che sembra trovare in una parte dell’opinione
pubblica. Chi derubrica tutto questo citando le statistiche per minimizzare la
gravità di quanto accade, ci inganna. E lo sa.

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