Sergio Farris– Rassegna sindacale
19 settembre ’18
Il 15 Settembre 2008 è la data
convenzionalmente associata all'inizio dell'ultima Grande crisi finanziaria e
alla Grande recessione (anche se, nel corso dell'anno e mezzo precedente, vi
erano stati in vari Paesi diversi fallimenti di istituti finanziari), i cui
effetti si sono propagati fino a oggi. Quel giorno venne dichiarato l'avvio
della procedura fallimentare del quarto gruppo bancario di investimento
statunitense, Lehman Brothers, travolto dalle perdite legate alla crisi dei
mutui immobiliari.
La Grande recessione ha
definitivamente spezzato l'incantesimo di un mondo globale armonioso, cioè
l'ordine – promosso e propagandato – del cosiddetto “Consenso di Washington” (e
ha indotto l'insorgenza di movimenti politici tendenzialmente intolleranti
verso le istituzioni democratiche). Persino Alan Greenspan, già presidente
della Federal Reserve e acceso sostenitore dell'economia di mercato, ha dovuto
ammettere il suo stato di incredulità davanti al fatto che, “un sistema il
quale aveva funzionato per 40 anni eccezionalmente bene” fosse giunto al
collasso. In realtà, durante i 40 anni cari a Greenspan – quelli connotati
dalla liberalizzazione e deregolazione dei flussi di capitale – non è che le
crisi finanziarie fossero scomparse.
La crisi del 2008, però, per il
suo carattere sistemico, nonché per la sua ampiezza e profondità, andava a
smentire tutta la pluridecennale retorica relativa all'efficienza del mercato
che – dilatato fino a coprire la dimensione globale e supportato dai più
recenti ritrovati della tecnologia delle comunicazioni e dell'ingegneria finanziaria
– avrebbe dovuto assicurare una crescita economica ininterrotta ed equilibrata.
È noto che le economie
capitalistiche si basano sul debito. Anche quando – nell'ambito del relativo
quadro regolatorio – l'intermediazione finanziaria si svolge in modo abbastanza
fluido, succede con ricorrenza che alcuni tipi e quantità di titoli finanziari
diventino insostenibili. Nell'ambito del mercato, si compiono valutazioni
errate, oppure le condizioni di mercato mutano repentinamente o, ancora, le
informazioni a disposizione degli operatori sono distorte. In presenza di uno
shock, le aspettative dei creditori si modificano al ribasso e le attività
finanziarie possono essere cedute per ripianare le perdite.
Peggio ancora, se uno shock è
generalizzato e si temono perdite ingenti, subentra il panico. I debitori vanno
incontro a perdite di ricchezza e contrazione delle prospettive economiche e i
creditori si catapultano in una corsa alla chiusura delle loro posizioni
finanziarie. Se il mercato è aperto al mondo (e, come si sa, l'apertura dei
mercati è stato uno dei tratti distintivi della globalizzazione liberista), le
incertezze prima riportate si propagano molto facilmente, come un virus
contagioso. Un'epidemia diviene una pandemia.
Euforia, panico e crolli sono
endemici in un sistema basato sui mercati privati. Ecco perché il “Consenso di
Washington”, con i suoi corollari di innovazioni nel campo finanziario (come le
cartolarizzazioni e gli strumenti derivati), intensa deregolamentazione a
livello nazionale e mutamento di indirizzo delle politiche pubbliche
(abolizione delle restrizioni ai movimenti dei capitali) non poteva mancare di
rivelarsi l'incubatore di rischio sistemico e della peggiore crisi avutasi dopo
quella del 1929.
Eppure, a dieci anni dalla nuova
conferma dell'instabilità intrinseca del capitalismo globale – e specialmente
del settore finanziario – molto poco è stato fatto all'indirizzo di una seria
riforma. Addirittura il presidente Usa Donald Trump, pur essendo egli il
prodotto e l'emblema planetario della “reazione popolare” – seppure di destra –
ai guasti della globalizzazione, e che si prodiga in un ripiegamento verso
politiche protezionistiche e di chiusura, ha, fin dal suo insediamento,
annunciato appoggio incondizionato alla deregolamentazione del settore
finanziario, inoltrandosi fino al drastico ridimensionamento dei timidi
interventi regolatori fatti approvare da Barack Obama (il Dodd-Frank Wall
Street reform and consumer protection Act). E analoghe constatazioni possono
farsi per le altre aree del mondo (perfino in Cina prevale un orientamento
rivolto a un'ulteriore e piena liberalizzazione del mercato finanziario).
Ma soprattutto nulla è stato
fatto per ovviare alla causa strutturale della crisi. Un ipertrofico processo
di sostituzione di debito privato rispetto alla dinamica stagnante – o calante
– dei redditi da lavoro. Le relazioni industriali sono ovunque troppo
sbilanciate a sfavore dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali e i
“nuovi lavori” – soprattutto nei servizi –, sebbene caratterizzati dall'impiego
delle più moderne piattaforme e tecnologie informatiche, non danno luogo a
significativi aumenti di produttività.
Le grandi banche sono state
salvate con risorse pubbliche e, grazie all'inondazione dei mercati con denaro
a bassissimo costo, le agenzie di rating da loro stesse possedute continuano a
pontificare e a tenere sotto ricatto – tramite il possibile declassamento dei
titoli – interi Stati “sovrani”, e i corsi azionari delle principali Borse
mondiali sono risaliti fino a picchi superiori ai livelli pre-crisi.
Altrettanto non può dirsi per quanto concerne i salari e le condizioni di vita
della popolazione lavoratrice (con le conseguenze, sul piano politico, che
constatiamo anche in Italia). La fine della recessione, con il rilevamento
statistico del miglioramento dei dati riguardanti il Pil e la disoccupazione,
nonché il miglioramento delle condizioni del sistema creditizio, non implicano
che la maggior parte della gente comune stia meglio.
Così, a distanza di dieci anni,
si può ricavare che, se la gestione della crisi del 2008 fosse stata improntata
a una vera regolamentazione finanziaria ai fini della stabilizzazione del
settore e a un indirizzo politico all'insegna della rimozione delle
disuguaglianze, avremmo avuto una più genuina ripresa e avremmo avuto gli
strumenti per non essere colti impreparati quando sopraggiungerà la prossima
crisi.

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