Michele Prospero – Il manifesto
7/08/2018
La decisione del tribunale del
riesame ha una grande importanza per la democrazia italiana a debole cultura
liberale, e con una forte propensione conformistica delle classi dirigenti,
sempre pronte a venerare ogni vincitore occasionale. Dopo la procura di
Agrigento, che contestava a Salvini dei reati contenuti nel suo divertimento
estivo preferito, quello di lasciare i migranti neri a cuocere sotto il sole,
anche a Genova si rammenta al vero capo dell’esecutivo che il successo politico
non cancella i delitti accertati.
Per ora, in mancanza di ogni
opposizione politica e sindacale, l’indipendenza della magistratura garantisce
la tenuta di alcuni pilastri dell’ordinamento. Non è la riproposizione dello
stesso conflitto dei primi anni ’90. Allora la magistratura abbatteva un ceto
politico assai debole, con le manette ai polsi, aggredito dai media unificati.
Oggi le toghe resistono a un potere non già morente, e linciato in maniera
stomachevole con le monetine in piazza, ma a un regime in gestazione che vanta
nei sondaggi un consenso plebiscitario. Così plebiscitario che Salvini
rivendica la pretesa di parlare a nome degli italiani e minaccia il risveglio
dell’ira dei giusti contro i soprusi dei liberi tribunali.
Le reazioni governative alla
decisione del riesame svelano la miseria del giustizialismo. Entrata in
parlamento con le sue truppe padane inveendo contro Roma ladrona, e esibendo in
aula i cappi quale simbolo della esecuzione sommaria della casta politica, la
Lega nella sua voracità di potere si è macchiata di reati
familistico-clientelari così infamanti da far apparire gli inquisiti della
Prima repubblica un esercito di educandi. La pretesa di Salvini di affermarsi
come il nuovo potere legibus solutus confida su un brutto clima che vede la
cosiddetta opinione pubblica appassionarsi più per la caccia grossa al
migrante, guidata dal capo leghista che promette pistole elettriche, che non
per le truffe commesse ai danni di quell’astrazione impersonale denominata
Stato.
Il presidente del consiglio si è
affrettato a escludere delle conseguenze politiche per la vicenda dei 50
milioni spariti. Eppure aveva concesso un’intervista, per raccontare dei suoi
poco memorabili cento giorni a Palazzo Chigi, che si concludeva con un omaggio
al principe dei giustizialisti: «far capire a tutti che la corruzione,
semplicemente, non conviene». I commentatori si sono cimentati per trovare
l’origine della autodefinizione di Conte come «avvocato del popolo».
Qualcuno ha scovato una genesi
giacobina. I giacobini, che erano dei moralisti e incorruttibili per davvero,
non c’entrano nulla con uno scaltro devoto di padre Pio. La paternità della
formula in realtà risale al leader della destra radicale austriaca Haider. Egli
si proclamava «Anwalt des Volkes» e professava le stesse credenze del governo
gialloverde.
I campioni del giustizialismo di
nuovissimo conio, che si erano fatti largo con il grido ritmato
«onestà-onestà», hanno già archiviato le parole solenni del vecchio capo
comico. Egli prometteva: nelle alleanze, secondo il M5S, «le porte per i
partiti, anche per quelli riverginati, sono chiuse, serrate per sempre». Parole
falsamente profetiche di purezza, intransigenza, indisponibilità al
compromesso, subito archiviate dalle prove di disinibito accaparramento dei
posti di comando, divisi con chiunque fosse disponibile alla spartizione delle
spoglie.
Un foglio governativo come il
Fatto ha già trovato la maniera più furbesca per fare finta di nulla dinanzi
alle nefandezze del governo bicefalo: smembrare l’esecutivo in una componente
buona, dalle sembianze grilline, e in una mela marcia da censurare, dal truce
volto salviniano. Peccato che l’indirizzo politico, in una democrazia
parlamentare, non sia suscettibile di simili spartizioni, poiché la responsabilità
politica è sempre azione condivisa.
Gratta il giustizialista, che
gestisce la cosa pubblica nelle stanze del potere in nome del cambiamento o
pontifica nei media in omaggio ai principi della moralità assoluta, e scovi
sempre l’ipocrisia, la mancanza di ogni seria cultura liberale della legalità,
la distanza abissale da una vera moralità politica. Il giustizialista oggi al
comando troverà sempre sotterfugi retorici per sfuggire alla domanda banale:
davvero può restare al Viminale il leader di un partito che ha sottratto tutti
quei soldi alle casse dello Stato e chiede l’immunità perché «lavoro notte e
giorno per aumentare le espulsioni e allontanare migliaia di indesiderati
ospiti»?

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