Mario Pierro – Il manifesto
08/08/2018
Più che la costosa riduzione da
cinque a tre aliquote di cui si parla da giorni, la Troika economica dalla Lega
composta da Massimo Garavaglia, Armando Siri e Massimo Bitonci ipotizza di
ridurre subito di un punto l’aliquota sullo scaglione di reddito più basso.
Il passaggio sarebbe dal 23% al
22% dell’Irpef e riguarderebbe praticamente tutti i contribuenti e non solo i
redditi da 8 mila a 15 mila euro che oggi rientrano nella prima fascia.
Qualsiasi sia il reddito percepito, per la parte fino a 15 mila euro, le tasse
scenderebbero di un punto, mentre resterebbero ai livelli attuali per la parte
superiore. Secondo vecchie simulazioni il costo si aggirerebbe intorno ai 3
miliardi di euro. Un’ulteriore mini-tassa del 5% sarebbe riservata alle start
up. In questo caso il vantaggio per le imprese – e il costo per l’erario –
sarebbe di circa 1,5 miliardi.
L’ipotesi è estendere il forfait
al 15% fino a un tetto di 65 mila euro di ricavi, facendo salire la tassazione
al 20% sulla parte di ricavi eccedente fino alla soglia 100 mila euro. La
riduzione si applicherebbe sulla prima parte anche dei redditi più alti,
beneficiando «tutte le famiglie» ha spiegato il viceministro dell’Economia
Bitonci. Inoltre si vuole portare al 15% l’Ires sulle aziende «che investono in
posti di lavoro, che patrimonializzano o che riportano in Italia la propria produzione»
sostiene il sottosegretario ai Trasporti Armando Siri. Una misura «trumpiana»,
complementare a quella passata nel «decreto dignità» che penalizza le imprese
che delocalizzano anche se hanno ricevuto incentivi pubblici, Le proposte
saranno discusse in un vertice, previsto martedì prossimo, con Salvini e i
presidenti di commissione Borghi e Bagnai.
Si ipotizzano le conseguenze di
queste decisioni. Una prima previsione è stata redatta da Andrea Dili
(presidente Confprofessioni Lazio) e Marco Leonardi (già consigliere economico
dei governi Renzi-Gentiloni, docente di economia politica alla Statale di
Milano). «Il progetto di estensione della soglia del regime dei minimi per le
partite Iva a 100 mila euro annui – scrivono su La Voce.info – avrebbe costi
stimati sostenibili (dai 700 ai 900 milioni di euro annui), ma gli effetti
rischiano di essere potenzialmente devastanti per la composizione della forza
lavoro, nonché per il rispetto degli obblighi fiscali». «Si determina un
incentivo a “sostituire” il lavoratore dipendente con quello a partita Iva, sia
per il lavoratore, sia per l’azienda». In base ai dati delle dichiarazioni dei
redditi 2016, i contribuenti con reddito fino a 100 mila euro sono stimabili in
3,6 milioni. «Non si può escludere una migrazione dal lavoro dipendente alle
partite Iva, che potrebbe interessare persino il pubblico impiego».
Secondo la Uil con il taglio di
un punto sul primo scaglione Irpef ci sarebbe un beneficio per tutti i
contribuenti, con un alleggerimento compreso tra i 90 e i 150 euro l’anno. Per
un lavoratore con reddito di 9 mila euro l’anno il guadagno fiscale sarebbe,
secondo il sindacato, di 7 euro al mese, pari a 90 euro netti all’anno. La
riduzione d’imposta si stabilizzerebbe a 12 euro netti mensili per i redditi superiori
a 15 mila euro lordi l’anno, con una differenza rispetto al sistema attuale di
150 euro l’anno.
Più complesso lo scenario,
annunciato per i prossimi anni, della riduzione da 5 a 3 aliquote: porterebbe
un vantaggio maggiore per i redditi medio alti. Il beneficio più consistente,
pari a 1.680 euro annui, 129 euro mensili, andrebbe a circa il 2% dei
lavoratori. Il 40% dei contribuenti con redditi tra i 15 mila e i 29 mila euro
avrebbero un beneficio nettamente inferiore, tra i 23 ed gli 83 euro mensili.
«Un approccio profondamente diverso dalla flat tax. Ci sarebbe una
progressività, ma il carico fiscale sui redditi medio bassi resterebbe elevato»
sostiene Domenico Proietti (Uil).
L’Istat ha pubblicato il report
sulla crescita nel secondo trimestre. In vista dei dati del 21 settembre,
importanti per l’aggiornamento del Def, è confermato che la crescita ha ritmi
più contenuti e inferiori a quelli dell’area euro: + 0,2%, in decelerazione
rispetto al trimestre precedente (+0,3%). La crescita è sostenuta dalla domanda
interna e dagli investimenti fissi . Peggiorano il clima di fiducia dei
consumatori e l’indice composito del clima di fiducia delle imprese. La
crescita annua dovrebbe restare all’1,2%.

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