Giovanni Tizian – L’Espresso
17 Settembre 2018
In Italia c’è un ministro che
terrebbe in ostaggio i migranti a oltranza. Il protocollo Salvini è stato
applicato più volte, l’ultima a farne le spese è stata la nave Diciotti della
Guardia costiera. Quante volte accadrà ancora? Difficile dirlo, di certo Matteo
Salvini proseguirà nell’applicazione del suo metodo che fa da lievito al suo
consenso elettorale. E lo farà nonostante sia stato indagato dalla procura di
Agrigento con l’accusa di sequestro di persona. A bordo della nave della
Guardia costiera si contavano 177 migranti, tutti provenienti da Somalia e
Eritrea. All’ottavo giorno è arrivata l’autorizzazione allo sbarco dei minori
non accompagnati. Già, perché tra gli ostaggi di questo cinico sequestro di
Stato c’erano anche 27 tra bambini, bambine e adolescenti. Per otto giorni
nessuna pietà, neppure per loro: per quasi una settimana in mare aperto e poi
altri tre giorni fermi nel porto di Catania.
C’è voluta la dura presa di
posizione della procura e del tribunale per i minorenni di Catania, che hanno definito
illegale il trattenimento, per sbloccare la situazione. Così bambini e
adolescenti sono finalmente sbarcati. Ma ormai la legge e le convenzioni erano
già state violate. Salvini applica un codice tutto suo, non scritto. Il codice
del più forte contro i più vulnerabili, usati come scudi umani per trattare con
i Paesi e le istituzioni dell’Unione Europea. Si accanisce sui più deboli per
convincere i potenti a trattare. Il suo obiettivo non è tanto fermare gli
sbarchi ma semplicemente ostacolarli. Mostra i muscoli, il ministro, con
scheletri in fuga da guerre, miserie e fame. Poi tace sugli alleati sovranisti
di Visegrad che rifiutano le quote di ripartizione dei migranti.
Sulla Diciotti così come sulle
altre navi, militari e no, finora bloccate per giorni in mare dal governo
grilloleghista, i drammi di chi emigra sono scolpiti nelle storie dei
protagonisti che hanno attraversato il Mediterraneo dopo lunghe soste in Libia.
L’Espresso ha raccolto le testimonianze di due ragazzi e due ragazze, ostaggio
per otto giorni del Viminale. A queste si aggiungono altri cinque racconti,
drammatici e duri, di ragazzi e ragazze giunti in Italia tra il 2015 e il 2016.
Sono storie, recenti e passate, legate alla brutalità libica, a soprusi barbari
come ai tempi dei negrieri, alla guerra da cui fuggono, alla povertà dei
villaggi da cui provengono.
I minori più fortunati scesi
dalla Diciotti hanno trascorso minimo un anno e mezzo nell’inferno libico, i
più sfortunati sono rimasti in balia dei trafficanti e dei militari tre anni.
Un’umanità in fuga, disarmata e avvilita, che nella narrazione sovranista è diventata
il nemico pubblico numero uno. Tra i ragazzi scesi dalla Diciotti, per esempio,
due hanno rispettivamente 14 e 17 anni. Il più giovane è somalo, l’altro è
eritreo. Entrambi hanno attraversato il deserto da soli, senza genitori. Da
soli coi trafficanti. Sul corpo del quattordicenne i medici di primo soccorso e
gli operatori di Save the Children hanno trovato ferite da arma da fuoco. Che
cosa era successo durante il viaggio?, gli hanno chiesto i volontari. «Mi
trovavo nel deserto», ha spiegato al mediatore e allo psicologo, «nella zona
Sud, in un centro di raccolta immigrati. A un certo punto si è scatenato il
caos, è iniziato un conflitto tra bande di trafficanti, si contendevano la
merce, cioè noi. Nella confusione sono riuscito a salire su un camion di una
banda e siamo partiti per attraversare il deserto. Dopo ore e ore di viaggio
nessuno ci dava da bere. Abbiamo chiesto un po’ d’acqua e allora i criminali
hanno iniziato a sparare in aria. Uno però mi ha preso alla spalla». Fuggito
dalla Somalia, dal regime e dai focolai di violenza quotidiana, si è ritrovato
nel deserto e nella gabbia libica. Il colpo che lo ha ferito gli ha provocato
un danno irreversibile alla mano, che non riesce più a muovere.
Insieme a lui è stato un ostaggio
del governo sulla Diciotti il diciassettenne eritreo. È scappato dalla sua
terra per lo stesso motivo che spinge molti suoi coetanei a farlo: evitare il
durissimo servizio militare, che lì vuol dire guerra A differenza del compagno
di viaggio somalo, lui ha vissuto per 8 mesi in un container al buio in Libia,
aspettando il giorno della partenza. Sigillati come sardine in una scatola di
ferro. «Da allora non vedo più bene», ha spiegato ai medici e volontari
presenti al porto di Catania. Ha, poi, raccontato alcuni dettagli della
permanenza in Libia e della traversata: «Il mio gruppo è stato rivenduto per
tre volte a bande di trafficanti diversi. Ogni volta abbiamo dovuto pagare.
Siamo rimasti bloccati in Libia moltissimo tempo».
Gli esperti e gli addetti ai
lavori hanno notato un aumento dei tempi di permanenza in Libia dei migranti
che aspettano di attraversare il Mediterraneo. Soprattutto eritrei e somali
rimangono nel limbo per anni. E quando arrivano in Italia sono degli scheletri,
«arrivano in uno stato davvero terribile», ci spiega una delle operatrici
umanitarie che accoglie nelle comunità questi giovanissimi migranti. Senza
considerare il percorso in barca per raggiungere l’Europa: «Ho viaggiato su un
peschereccio, sono stato tre giorni nella stiva, incastrati l’uno con l’altro a
formare una spina di pesce. Non potevamo muovere né gambe né piedi».
Dopo il sequestro subito dallo
Stato italiano, entrambi sono stati accolti in comunità. Tuttavia non vogliono
restare in Italia, proveranno a raggiungere i parenti che vivono nel Nord
Europa. In quei Paesi, cioè, con il tasso più alto di accoglienza per numero di
abitanti.
Dalla Diciotti sono sbarcate
anche due ragazzine. Una somala di quindici anni e l’altra eritrea di
quattordici. La prima è apparsa subito come la più provata. Anche perché
durante il lungo viaggio durato due anni dalla Somalia ha avuto un grave
incidente. Per entrambe il tempo trascorso in Libia è stato scandito da
violenze e percosse. La ragazzina somala ha raccontato di abusi in un grande
campo dove attendevano il giorno dell’imbarco. In Italia non ha nessun parente
ad attenderla. Appena arrivata in comunità - dopo l’estenuante attesa sulla
nave della Guardia costiera - ha chiamato la madre in Somalia. Una telefonata
commovente, la descrivono gli operatori che seguono le due ragazze. La madre,
infatti, la credeva morta da tempo. E mai avrebbe immaginato di sentire di
nuovo la voce della sua piccola. La ragazza ora vorrebbe raggiungere la sorella
in Svizzera.
C’erano 141 minorenni soli anche
sulle navi sbarcate a Pozzallo il 16 luglio scorso. Anche in quel caso il
governo, Salvini e Toninelli, lasciò passare alcuni giorni prima di concedere
l’autorizzazione ad attraccare. Ai ministri interessava poco che tra i migranti
a bordo ci fosse un bambino di due anni segnato dalle violenze subite nei lager
della Libia. E un quindicenne nigeriano, partito con lo zio e testimone di
violenze atroci nel viaggio lungo il deserto. Nel tragitto lo zio è morto per
la fame e la sete. Con lui molti altri compagni di viaggio. «Ho proseguito il
viaggio da solo fino alla Libia, dove sono rimasto finché non ho raccolto i
soldi per pagare la traversata», ha raccontato una volta entrato in una comunità
per minori non accompagnati.
Sono queste le storie di cui sono
portatori i migranti non graditi dal governo grilloleghista. Usati come merce
di scambio per trattare con l’Europa.
Sono storie che ritroviamo su
ogni nave che attracca nei nostri porti. Alcune testimonianze di minori raccolte
tra il 2015 e il 2016 ripercorrono le stesse tappe di violenza e odio riportate
dai loro coetanei sbarcati nell’era del protocollo Salvini. Alassane, oggi
maggiorenne, due anni fa alla commissione territoriale per ottenere lo status
di rifugiato ha, per esempio, rivelato le vessazioni subite prima nel suo
Paese, in Costa d’Avorio, e poi in Libia: «Ci sparavano per strada perché
eravamo neri». E che dire della determinazione di due ragazzine nigeriane di
quindici anni, sbarcate a Reggio Calabria l’anno scorso, entrambe in stato di
gravidanza: nel centro di detenzione libico le donne venivano scelte a sorte e
abusate da gruppi di trafficanti. Loro due erano diventate le vittime
preferite.
Atrocità all’ordine del giorno
nello Stato dove il ministro dell’Interno minaccia di rispedire i migranti
giunti in acque italiane. Bambini e adolescenti fragilissimi, che questo
governo umilia, in nome della patria.

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