Duccio Facchini– Altrecomia
08/08/2018
Siamo decisi a liberare la razza
umana dalla tirannia della povertà e vogliamo curare e salvaguardare il nostro
Pianeta. Siamo determinati a fare i passi audaci e trasformativi che sono
urgentemente necessari per portare il mondo sulla strada della sostenibilità e
della resilienza.
Nell’intraprendere questo viaggio
collettivo, promettiamo che nessuno verrà trascurato”.
Il 25 settembre 2018 saranno trascorsi
tre anni dall’adozione dell’“Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile” da parte
dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. L’incedere è ambizioso, in larga misura
trionfalistico, e l’Agenda 2030 non è certamente esente da critiche, anche
severe (come vedremo più avanti), specie riguardo alla sua impostazione tutta sbilanciata
sul protagonismo del settore privato, ormai posto sullo stesso piano di quello
degli Stati e delle organizzazioni internazionali. Sta di fatto che rappresenta
un documento politico e programmatico di respiro globale che ha messo sul
tavolo temi reali, urgenti e drammatici.
Ed è tempo di bilanci.
Il preambolo della risoluzione
(la A/RES/70/1) annunciava solennemente 17 obiettivi -i Sustainable Development
Goals, SDGs-, suddivisi in 169 traguardi - “target”- misurati attraverso più di
200 indicatori aggiornati progressivamente. “Gli Obiettivi e i traguardi –proseguiva
- stimolerannonei prossimi quindici anni interventi in aree di importanza
cruciale per l’umanità e il Pianeta”.
Povertà, fame, salute,
istruzione, parità di genere, acqua pulita e sicura, servizi igienico-sanitari,
energia, lavoro dignitoso, innovazione, disuguaglianze, città sostenibili,
consumo e produzione responsabile, cambiamenti climatici, biodiversità negli
oceani e sulla terra, pace e partnership globali.
I 193 Paesi “firmatari”,
dichiarando d’esser mossi unicamente dall’interesse dei “popoli che serviamo”,
assicuravano sforzi e promettevano “soluzioni integrate” per ciascun cerchio
rosso dell’agenda. “Trasformare il nostro mondo” era lo scopo, con la libertà
garantita a ciascun governo di “decidere come questi obiettivi ambiziosi e globali
debbano essere incorporati nei processi, nelle politiche, e nelle strategie di
pianificazione nazionale”. Responsabilità dei singoli Stati, visione integrata.
I 17 Obiettivi, infatti, devono
essere necessariamente “interconnessi e indivisibili” per bilanciare “le tre
dimensioni dello sviluppo sostenibile: la dimensione economica, sociale ed
ambientale”. Non è un caso che accanto all’adozione dell’Agenda 2030, siano
giunti tra gli altri anche l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici o la Convenzione
quadro di Sendai sulla riduzione del rischio catastrofi.
Oltre a essere integrati, gli
Obiettivi devono essere monitorati. Non è una cosa banale data la mancanza di
dati di riferimento condivisi per numerosi traguardi o immediatamente
applicabili da Paese a Paese. Dal suo lancio, in ogni caso, l’Agenda è oggetto
di un aggiornamento che prende anche la forma di un “SDGs Report”. Obiettivo
per obiettivo, target per target.
Si prenda il primo “Goal”: “No
poverty”, porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo. Si parte dall’analisi
del contesto. Al di sotto della soglia di povertà internazionale fissata
convenzionalmente a 1,90 dollari al giorno, al 2013, vivevano quasi 800 milioni
di persone. Oltre un abitante del Pianeta su dieci, specialmente in Asia
meridionale e nell’Africa Sub-Sahariana. Solo il 45% della popolazione mondiale
può contare su una forma di protezione sociale, mentre nel 2016 erano 32 su 100
i ritirati dal lavoro sprovvisti di una benché minima pensione (in Africa
Sub-Sahariana la percepisce appena il 22% dei potenziali beneficiari).
Non solo. “Le perdite economiche
dovute ai disastri naturali raggiungono attualmente una media di 250-300 miliardi
di dollari all’anno – si legge nel SDGs Report del 2017-. [...] I Paesi più piccoli
e vulnerabili, in particolare i piccoli Stati insulari in via di sviluppo,
avranno un impatto sproporzionato rispetto alle dimensioni delle loro
economie”. Fotografata la realtà attraverso gli indicatori, entro dodici anni
bisognerà quindi “ridurre almeno della metà la quota di uomini, donne e bambini
di tutte le età che vivono in povertà in tutte le sue forme, secondo le
definizioni nazionali” (è uno dei target), “assicurare che tutti gli uomini e
le donne, in particolare i più poveri e vulnerabili, abbiano uguali diritti
alle risorse economiche” o “ridurre la loro esposizione e vulnerabilità ad
eventi climatici estremi, catastrofi e shock economici, sociali e ambientali”.
Nella lista di quel che dovrebbe
esser “cancellato” da qui a 12 anni c’è anche la fame: “Zero hunger”.
Salita impervia considerando che
nel triennio 2014-2016 erano ancora 793 milioni gli individui in stato di
denutrizione. E che da stime del 2016 risultavano intorno ai 155 milioni i
minori sotto i cinque anni la cui crescita sarebbe stata bloccata per cause
legate alla malnutrizione; 52 milioni i bambini sotto peso per la loro altezza (“Wasting”)
e 41 milioni quelli in condizioni opposte (“Overweight”). Di questo passo, ha
riconosciuto l’Onu nel report sugli SDGs 2017, il mondo “non raggiungerà l’obiettivo
della fame zero entro il 2030, nonostante i notevoli progressi compiuti dal
2000”.
Anche in tema di salute (il terzo
Goal) le notizie non sono buone. “Nel 2015 -si legge nel report 2017 sugli
SDGs-, il tasso di mortalità dei bambini sotto i 5 anni in tutto il mondo era
di 43 decessi per 1.000 nati vivi, con una riduzione del 44% rispetto al 2000.
Ciò si traduce in 5,9 milioni di decessi [...]. Nonostante i progressi compiuti
in tutte le regioni, persistono ampie disparità. L’Africa subsahariana continua
ad avere il più alto tasso di mortalità tra i bambini al di sotto dei 5 anni,
con 84 decessi ogni 1.000 nati vivi nel 2015- circa il doppio della media
mondiale”. Al sesto posto c’è la necessità di garantire a tutti “la
disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie”.
Anche ai due miliardi di individui che al mondo versano in una condizione di “stress
idrico” o agli 892 milioni di esseri umani che nel 2015 defecavano ancora
all’aria aperta.
Per questi e tutti gli altri
Obiettivi l’approccio adottato dalle Nazioni Unite è quello della “soluzione”.
E questa lettura è stata talmente
acquisita che nell’ultimo triennio sono stati organizzati presso il quartier
generale dell’Onu a New York eventi internazionali intitolati addirittura “Solutions
Summit”. Dove al centro è posto il raggiungimento di un traguardo tecnico prima1
ancora dell’analisi del contesto politico, economico, di modello di sviluppo.
“Sebbene tutto ciò possa catalizzare il dibattito e stimolare coloro che sono coinvolti negli SDGs ad agire –ha annotato
Katerina Gladkova del centro di ricerca Transnational Institute (TNI, tni.org),
è pur vero che questo oscura le opportunità che guardanoal di là di un discorso
meramente normativo in merito alla soluzione di quei problemi”. Gli SDGs,
infatti, dovrebbero essere “strumenti di governance” e in quanto tali “aperti
all’interpretazione”, anche critica. La riflessione di Gladkova è riassunta in
un titolo efficace: “La soluzione per implementare gli SDGs? Non pensarli in
termini di soluzione”. Semmai coglierli come occasione per affermare modalità
alternative di governance partecipazione,
coinvolgimento delle società civile, uso delle risorse e modelli di sviluppo.
Lo sa bene Nicoletta Dentico,
vicepresidente della Fondazione Finanza Etica, già direttrice di Medici Senza
Frontiere in Italia e coordinatrice della coalizione “Democratising Global
Health” (DGH) che punta a una riforma profonda dell’Organizzazione mondiale
della Sanità. Dentico è protagonista e osservatrice attenta della cooperazione internazionale,
soprattutto nel campo della salute, e frequenta spesso le sedi delle Nazioni
Unite a Ginevra. Ed è proprio al Palais des Nations quando la raggiungiamo a
metà maggio per chiederle un bilancio a quasi tre anni dal lancio degli SDGs.
È seduta a uno dei tavoli del gruppo
di lavoro intergovernativo (Open ended inter-governmental working group) che
dal 2014 sta cercando di dar seguito al difficilissimo mandato di negoziare una
regolamentazione vincolante per le imprese multinazionali in tema di diritti
umani. “Gli SDGs sono una grandissima e per certi versi importante operazione di
comunicazione di un orizzonte globale, in perfetta continuità con gli Obiettivi
del Millennio -spiega Dentico-. Il che ha un valore intrinseco positivo e di
mobilitazione delle coscienze. Ma tutto questo non può distrarre da un fatto
oggettivo: i capi di Stato hanno costruito un sistema molto complesso e
articolato che poggia su una struttura di responsabilità fragile, volutamente indebolita
e in depressione costante”. Dentico si riferisce al ruolo di guida della
funzione pubblica, minacciato da quello che definisce il “peccato originale”
dei 17 Obiettivi lanciati nel 2015. “Dall’inizio del secolo -continua- si è
affermato un nuovo paradigma di gestione del mondo caratterizzato da
partenariati pubblico privati, che stanno ridefinendo totalmente gli assetti della
governance globale. La presenza dei privati, ovvero le grandi multinazionali,
dentro i forum internazionali chiamati a individuare e promuovere politiche
pubbliche globali per affrontare i problemi del Pianeta è ormai istituzionalizzata.
Soprattutto presso le Nazioni Unite”.
È l’ultimo Goal: “Rafforzare gli
strumenti di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo
sostenibile”. Uno dei suoi target punta a “Incoraggiare e promuovere
partnership efficaci nel settore pubblico, tra pubblico e privato e nella società
civile basandosi sull’esperienza delle partnership e sulla loro capacità di
trovare risorse”.
Gladkova
ha bollato questo coinvolgimento come un “esercizio di democrazia di facciata”,
ricordando come già
nell’aprile 2016 il Global Water Justice
Movement avesse spedito una lettera aperta all’allora
segretario generale dell’Onu -Ban Ki-Moon- dichiarando la propria
preoccupazione in merito
alle strategie di privatizzazione riproposte dalla
Banca Mondiale in attuazione del sesto Obiettivo.
“Non sono certo una sostenitrice di un
modello statalista vecchio stampo –chiarisce Dentico-
e sono perfettamente consapevole che gli
attori privati siano importanti e sia per loro immaginabile un ruolo. Il punto però è che
questo
meccanismo funziona in un contesto
completamente asimmetrico,
dove le regole del gioco non sono
affatto chiare. Faccio un esempio: le Nazioni Unite, promotrici degli SDGs, sono
totalmente sguarnite di
una strumentazione che possa regolamentare i
fortissimi conflitti di interesse tra gli interlocutori
seduti ai tavoli. E in tema di contrasto all’elusione
fiscale delle grandi aziende, come noto,
siamo ancora al palo”
Dentro
questa cornice si sta muovendo anche l’Italia. A fine 2016 è stata elaborato il
“Posizionamento dell’Italia rispetto all’Agenda 2030” e successivamente avviato un processo
di
consultazioni multilivello. Poi è stata
predisposta una prima “Proposta”
di Strategia nazionale, giunta
all’attenzione del Foro politico di alto livello0 dell’Onu nel luglio 2017. E soltanto il 22
dicembre
dello scorso anno, il Comitato
interministeriale per la
programmazione economica (Cipe) ha approvato
ufficialmente la “Strategia nazionale per
lo sviluppo sostenibile”, con tanto di strumenti, obiettivi, aree tematiche principali e
indicatori che “dovranno
essere selezionati per monitorare lo
stato di attuazione della Strategia”. Sulla prima pagina del documento approvato dal Cipe c’è il logo del ministero dell’Ambiente, a
sottolineare l’approccio del
Governo allora in carica rispetto al
tema della sostenibilità. Una visione “ristretta”alla sfera ambientale che
l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo
Sostenibile (ASviS), nata il 3 febbraio del
2016 e oggi composta da 180 “tra le più importanti istituzioni e reti della società civile”,
ha
criticato dall’inizio. Non per demeriti del
singolo
ministero, quanto per la necessaria
attenzione da rivolgere anche
a materie diverse. Ed è per questo che
solamente il 16 marzo 2018, mentre il dibattito pubblico era concentrato sull’esito
elettorale, il Consiglio
dei ministri ha approvato una “direttiva” dell’allora
presidente Gentiloni recante gli “Indirizzi
per l’attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e della Strategia
nazionale per lo sviluppo sostenibile”. Il ritardo evidente del ceto politico
nel dare forma, sostanza e contenuti alla struttura nazionale non va esteso a
tutte le realtà impegnate sull’Agenda 2030. L’ASviS, infatti, è un pungolo
efficace per le istituzioni. Ogni anno pubblica un dettagliato rapporto sulla “performance”
italiana -nell’edizione 2017 ha certificato “distanze molto ampie” dell’Italia
nei confronti degli altri Paesi europei nonché “forti disuguaglianze territoriali,
socio-economiche e di genere”- e un Festival ad hoc che quest’anno si è sviluppato
nell’arco di 17 giorni, tanti quanti gli SDGs (dal 22 maggio al 7 giugno).
Ma
il grande lavoro sull’Agenda è la costruzione di un sistema statistico globale:
da un lato per poter affinare la misurazione dello sviluppo sostenibile e
dall’altro per avere un monitoraggio serio dei suoi obiettivi; e questo
percorso, in Italia, lo sta curando l’intero Sistema statistico nazionale (Sistan)
coordinato dall’Istat, membro dell’“High-level Political Forum” (HLPF) in seno
alle Nazioni Unite. La lista degli indicatori che sottostanno ai “target” è arrivata
oggi a livello globale a quota 244. È rinfrescata e rifinita periodicamente, come
accaduto già nel marzo 2017 dopo il lavoro dell’Inter Agency Expert Group on
SDGs e la successiva approvazione della commissione Statistica delle Nazioni
Unite (UNSC), e come avverrà di nuovo nel 2020 e nel 2025. Gli indicatori sono
le lenti poggiate sul naso del Pianeta. E vanno vagliati con attenzione visto
che la strategia globale si rivolge contemporaneamente a Paesi (impropriamente
detti) “sviluppati” o in via di diventarlo. Sono tre i livelli sui quali si
articolano gli indicatori. “Al primo -spiega ad Altreconomia Angela Ferruzza, della direzione centrale
per le
Statistiche ambientali e territoriali
dell’Istat- appartengono tutti gli
indicatori con metodologia e
standard consolidati, e regolarmente prodotti dai Paesi (83 indicatori, 34%, al dicembre
2017,
ndr); nel secondo livello si trovano gli
indicatori che nonostante
abbiano metodologia e standard consolidati,
non vengono regolarmente prodotti (67
indicatori, 27%, ndr); appartengono al terzo gli
indicatori per i quali non sia disponibile una metodologia e degli standard condivisi (88
indicatori, 36%, ndr).
Alcuni indicatori (3%) appartengono a
più livelli, data l’eterogeneità delle loro componenti,
oppure non hanno ancora un’indicazione in
merito”. L’Istat è il referente in Italia per
la produzione dei dati alla base dell’informazione statistica sugli SDGs.
È un “lavoro di processo”
sugli indicatori più adatti e le loro disaggregazioni, come lo definisceFerruzza,
che l’Istat porta avanti in rete in ambito internazionale ed europeo (in
particolare con Eurostat) ma anche su scala nazionale con istituzioni diverse a
seconda della materia. “Nell’immediato -spiega Ferruzza- abbiamo cercato di
utilizzare le informazioni statistiche esistenti per calcolare gli indicatori
richiesti dalle Nazioni Unite o almeno per avvicinarci a questi il più
possibile. Dall’altra parte abbiamo operato per verificare che cosa fosse
possibile produrre assieme alle altre istituzioni e colmare i gap informativi,
Se si tratta di ambiente
sono coinvolti l’Ispra, il ministero dell’Ambiente, l’Istituto nazionale di
geofisica e vulcanologia. Ma anche gli Esteri, Istruzione, il GSE, l’Istituto
superiore di sanità. L’ultimo aggiornamento curato dall’Istat risale al
dicembre 2017. Il prossimo sarà all’inizio di luglio di quest’anno. È come se
per ognuno dei 17 Obiettivi, l’Istat -o per meglio dire il Sistan-, calasse nel
contesto italiano gli indicatori adatti. In tema di povertà, ad esempio,
ricorre al tasso di povertà assoluta -schizzato nel nostro Paese dal 3,3% del
2005 al 7,9% del 2016-. O alla condizione di grave deprivazione materiale: dal
7% del 2004 su scala nazionale al 12,1% del 2016. O alla quota di popolazione
di 16 anni e più che non ha effettuato cure mediche di cui aveva bisogno perché
ritenute troppo costose: il 6,5% in Italia nel 2016, quando nel 2006 era del
3%. In tema di salute, prodotto interno lordo e lavoro, l’Istat può contare su
una solida esperienza a livello di informazione statistica. In altri campi
invece “c’è da lavorare”, come riconosce Ferruzza. È il caso dei cambiamenti climatici,
degli eventi estremi e dei disastri naturali. Con il contributo della Protezione
civile, l’Istat sta cercando ad esempio di misurare con precisione morti,
feriti, beni distrutti,e così gli eventi (terremoti, frane, inondazioni, incendi).
Ad ogni modo la “spinta” in atto registrata da Ferruzza è assolutamente
positiva. Ora la palla è in mano al ceto politico. Ma il fatto che nel
“contratto per il governo del cambiamento” di Lega e Movimento 5 Stelle non sia
stato fatto alcun riferimento all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite non è un buon
segno.



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