Annamaria Rivera - Redazione Micromega
12 settembre 2018
12 settembre 2018
La vicenda degli ostaggi
sequestrati sulla nave "U. Diciotti" della Guardia costiera italiana,
l'incontro ufficiale, a Milano, tra Salvini e Orbán (che lo ha definito
"il mio eroe"), il tono sprezzante verso la magistratura col quale il
primo ha commentato la notizia della sua incriminazione per sequestro di
persona a scopo di coazione e per altri reati affini: tutto ciò configura in
maniera esemplare la vocazione eversiva che caratterizza il governo
fascio-stellato, in primis il suo ministro dell'Interno. Diciamo eversiva nel
senso che tende a violare e stravolgere elementi basilari della Costituzione e
del diritto internazionale.
Che questo disegno eversivo assuma caratteri
rozzi, sguaiati, farseschi non deve trarre in inganno: in non pochi casi
storici le svolte autoritarie, fino ai totalitarismi, sono state sottovalutate
anche perché si manifestavano con stile di tal genere, quello che, in realtà, ne
permise l'adesione di massa.
Della vicenda della "U. Diciotti",
ampiamente descritta e analizzata da altri, mi soffermerò su un solo
"dettaglio", emblematico e rivelatore. La decisione di deportare
verso l'Albania venti dei centosettantasette profughi sequestrati, oltre che
violare, anch'essa, la Costituzione e il diritto internazionale, non ha altro
senso se non quello squisitamente e grottescamente propagandistico.
E' solo per tale scopo che si compiono gravi
violazioni quali il respingimento collettivo e la denegazione del diritto a
veder esaminata la propria domanda d'asilo dalle autorità del Paese d'approdo o
da un'altra autorità europea.
Quale peso, infatti,
nell'economia dell'invasione – per usare il loro lessico – avrebbero potuto
avere venti persone, in un Paese che conta quasi sessanta milioni e mezzo di
abitanti? In realtà, persone esse non sono, secondo Salvini e seguaci, bensì
pura merce: questa processo che spinge a considerare intere categorie, i
migranti, come oggetto, lo sappiamo, è una delle tendenze più tipiche e
ricorrenti del razzismo.
Un tale processo induce, tra
l'altro, a sottovalutare o a ignorare del tutto a quale apice di orrore sia
giunta quella che da molti anni chiamiamo ecatombe mediterranea. Anch'essa è il
frutto di politiche eversive, di atti del tutto intenzionali, quali la guerra
contro le Ong che praticano ricerca e soccorso in mare. Sicché potremmo
azzardarci a definire genocidio quella strage.
Il più recente rapporto, Viaggi
disperati, dell'Unhcr, l'agenzia Onu per i rifugiati, documenta che, se il
numero di arrivi è nettamente calato, il tasso di mortalità durante le
traversate del Mediterraneo è cresciuto vertiginosamente rispetto al 2017, al
punto da essere oggi giunto a 1 ogni 18 arrivi (1.095 vittime). Si consideri
che nell'anno passato esso era stato di una persona ogni 42. Tutto ciò mentre
in Libia – il "Paese sicuro", col quale l'Italia ha sottoscritto
stringenti accordi di cooperazione "per il contrasto dell'immigrazione
clandestina"– furoreggia la guerra civile.
Ben lungi da suscitare pietas, la sorte delle
persone costrette a emigrare a rischio della vita – i sommersi e i salvati, per
parafrasare Primo Levi – è perlopiù motivo d'incremento del razzismo, grazie
alla propaganda, verbale e fattuale, del governo in carica, soprattutto del suo
vociante ministro dell'Interno. Sicché, dal momento dell'insediamento del nuovo
governo, le aggressioni razziste, fino agli omicidi, vanno susseguendosi con
cadenza costante, quasi quotidiana.
Peraltro ricordo quanto
"classico" e ben strutturato sia il razzismo salviniano, se è vero
che – per fare un solo esempio ben noto – il 9 aprile del 2008, da capogruppo
leghista del consiglio comunale di Milano, osò affermare in pubblico “I topi
sono più facili da debellare degli zingari, perché sono più piccoli”, usando
una delle metafore zoologiche più tipiche dell'antisemitismo, più in generale
del razzismo nazista.
Di fronte a tutto questo vi sono degli
intellettuali, illustri o quasi, più o meno di sinistra, che dnegano il peso
che una tale propaganda martellante possa avere sugli orientamenti e i
comportamenti di massa. Qualcuno di loro è arrivato a sostenere che l'attuale
intensificazione del razzismo, verbale e fattuale, non configurerebbe altro che
"una fase congiunturale, falsata dalla sensazione". Altri si
dichiarano insofferenti verso le accuse di razzismo rivolte a Salvini e ai suoi
accoliti, poiché non sarebbero accompagnate da alcun tentativo di analizzare il
consenso di cui essi godono tra le "masse" (come si diceva un tempo),
perfino tra la classe operaia.
Per soddisfare questi ultimi, si
potrebbe proporre qualche analogia storica, non priva di pertinenza, traendola
da Le origini del totalitarismo di Hanna Arendt (1948/1999), opera della quale
– conviene precisare – non tutto è condivisibile. Nondimeno, per spiegarci come
mai la propaganda salviniana abbia fatto breccia anche tra i meno privilegiati,
si potrebbe far ricorso alla teoria che Arendt propone riguardo alla
dissoluzione delle classi, propriamente intese, in favore della plebe, che, per
causa soprattutto della crisi economica, si era formata mediante i declassati
provenienti dai più vari strati sociali. Come sostiene ancora Arendt, fu questa
plebe "disorganizzata e amorfa", ormai slegata dai partiti
tradizionali, costituita da individui colmi di risentimento nonché attratti
"dall''uomo forte', a costituire uditorio e massa di manovra della
propaganda nazista.
Quanto alla propaganda razzista
odierna, rischia d'essere rafforzata dalla "pornografia dei circuiti e
delle reti", come la definì quasi profeticamente Jean Baudrillard nel
lontano 1987 (L'altro visto da sé, 1987/1997:14), la quale riduce tutti gli
eventi, gli spazi, le memorie a una sola dimensione, quella della comunicazione
immediata, incrementando così alienazione e individualismo, e indebolendo senso
critico e partecipazione.
Dal canto suo, lo storico Walter
Laqueur, autore de La Repubblica di Weimar (1974/1977), sottolinea fino a qual
punto il demagogismo nazionalistico – com'egli lo definisce – dei nazisti
esercitasse un forte richiamo sulle masse. Ciò accadeva in un contesto rispetto
al quale l'attuale situazione italiana presenta analogie inquietanti: "la
paura della proletarizzazione nutrita dai ceti medi", la presenza di ben
sei milioni di disoccupati, il calo dei salari e dei sussidi di disoccupazione,
il fatto che "la stragrande maggioranza di laureati" non avesse
"alcuna prospettiva di trovare un'occupazione entro un futuro
prevedibile".
Si potrebbe obiettare che questi
nostri frammenti di analisi manchino del riferimento al passato più recente, se
non aggiungessimo che, certo, la situazione attuale è anche il retaggio – o il
frutto marcio, si potrebbe dire – di ciò che i governi precedenti hanno
seminato in abbondanza. Esemplificative delle loro politiche sono le due leggi
dell'aprile 2017: la 46, detta Minniti-Orlando ("Disposizioni urgenti per
l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale,
nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale") e la 48, detta
Minniti ("Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città"),
accomunate dalla medesima, miope ideologia disciplinare, sicuritaria e
repressiva.
Ciò per non dire dell'abbandono
delle periferie e dei quartieri popolari da parte delle formazioni di sinistra,
con qualche eccezione, cioè della rinuncia a compiere quel "lavoro di
massa", fatto anche di partecipazione e convivialità, che un tempo la
contraddistingueva. Oggi essa, ridotta a uno stato frammentario e di estrema
debolezza, fatica perfino a immaginare la possibilità di organizzare una
manifestazione nazionale contro il governo fascio-stellato. E' dunque del tutto
opportuno e benemerito l'appello, lanciato dal manifesto, in favore di una tale
iniziativa.

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