Giuliano Santoro – Il manifesto
08/08/2018
La catena degli sgomberi a Roma
comincia dall’anello più debole. La ruspa colpisce un palazzo nella periferia
orientale di Tor Cervara, occupazione abitativa che si trovava in cima alla
lista dei posti a rischio definita dal comitato per la sicurezza riunitosi
mercoledì scorso. In via Costi fino a poco tempo fa vivevano almeno cento
persone, soprattutto migranti tra i quali molti richiedenti asilo e rifugiati.
Si tratta di un fabbricato di quattro piani che sorge in mezzo a un pezzo di
agro romano degradato, in una zona di Roma che il Piano regolatore destinerebbe
a uso industriale. All’alba sono cominciate le operazioni: camionette di polizia
in assetto antisommossa, pompieri e, appunto, una ruspa che è servita ad
abbattere le baracche appoggiate alle mura. Nessuno ha opposto resistenza, in
molti in verità erano già andati via nei giorni scorsi per evitarsi
l’umiliazione di uno rastrellamento più che annunciato (la notizia anticipata
di questo sgombero portato avanti coi giornalisti a distanza di sicurezza,
peraltro, compariva già ieri nelle cronache romane del Messaggero).
«Sono arrivati alle 8 del mattino
spaccando le porte – racconta uno degli abitanti – Non abbiamo avuto neppure il
tempo di prendere le nostre cose. Non hanno pietà per nessuno, neanche per i
nostri bambini. Come faranno ora ad andare a scuola?». Molti migranti sono
stati caricati su un autobus della polizia e portati in questura per essere
identificati. C’erano anche gli operatori sociali del comune. Ma le soluzioni
proposte hanno soddisfatto pochi. «Hanno offerto una sistemazione solo a donne
e minori – spiega un uomo – Ma noi non vogliamo separarci. Preferiamo vivere in
strada ma insieme. Ci trattano come cani».
SU QUESTO TERRENO scivoloso si
gioca la delicata partita della sindaca Virginia Raggi, tentata dal pugno di
ferro ma consapevole di non dover esasperare l’emergenza dei senza casa. Da
tempo, l’amministrazione grillina ha fatto sapere di non avere intenzione di
riconoscere il diritto alle case popolari agli ex occupanti, soluzione ribadita
in questi giorni anche dal prefetto Paola Basilone. Rimane l’intervento dei
servizi sociali, che però possono consentirsi soluzioni temporanee, che
riguardano più il disagio sociale che il diritto all’abitare. «È questa la
strada che vogliamo percorrere per contrastare degrado, abbandono, soprusi,
illegalità e annullamento dei diritti, assicurando alle periferie centralità
nella nostra azione politica», rivendica Raggi nel pomeriggio. «Adesso
attendiamo un progetto di recupero dello stabile di via Costi, ma anche una
mappatura e un recupero degli immobili abbandonati al degrado, altrimenti la
questione abitativa rimane solo propaganda», afferma il segretario romano
dell’Unione Inquilini, Fabrizio Ragucci. «Quello che ora attendiamo è
l’applicazione della cosiddetta ’linea soft’ annunciata dall’amministrazione –
prosegue Ragucci – Ci aspettiamo l’impegno da parte di Regione e Comune nel
ricollocare le famiglie che questa mattina stanno subendo lo sgombero. Sindaca
e prefetto, è stato fatto il Censimento come previsto dal Decreto Minniti?
Regione, abbiamo definito quali siano le famiglie in disagio economico sociale
da tutelare? Quali sono le sistemazioni messe a disposizione?».
L’OCCUPAZIONE di via Costi era un
insediamento informale, spontaneo, che pure in maniera ufficiosa aveva provato
nei mesi scorsi a relazionarsi con l’amministrazione. Ci si domanda cosa
accadrà quando arriverà il turno di occupazioni portate avanti dalle sigle
storiche che si occupano di lotta per la casa nella città. Che ieri sera si
sono incontrate per un’assemblea nell’ex caserma di via del Porto Fluviale,
luogo occupato tra la via Ostiense e il Tevere ormai da quindici anni, prima
che questo quartiere divenisse uno dei poli della movida romana. Oltre a un
centinaio di nuclei familiari, il Porto Fluviale ospita una ciclofficina, una
sala da tè e diversi laboratori per bambini. Le occupazioni lanciano per il 10 ottobre
una «giornata di mobilitazione nazionale contro gli sfratti e gli sgomberi,
proponendola a tutti i soggetti impegnati nella lotta per la casa e per il
diritto all’abitare».

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