Nuovo
ponte, Gronda, Terzo Valico. Oltre al fattore emotivo, ad aiutare Bucci
nell'impresa anche i poteri speciali affidati per l'emergenza al presidente
della Regione Liguria con la possibilità di deroghe alla normativa ordinaria in
materia di gare
Giulia Mietta – Il manifesto
22 agosto 2018
Quando a caldo, un paio d’ore
dopo il disastro di ponte Morandi, il sindaco Marco Bucci aveva dichiarato
«Genova non è in ginocchio e non rinuncia al suo sogno di sviluppo» a qualcuno
era apparso fuori luogo. La città era in ginocchio, eccome. Lo è tuttora e
forse lo era anche prima del crollo. Ma quello di Bucci non era il discorso del
manager fissato con il corporate coaching né la sua retorica di
#genovameravigliosa della campagna elettorale. Il sindaco aveva ben chiaro
invece che la sciagura, per portata, effetti e risalto internazionale, avrebbe
messo il capoluogo ligure nelle condizioni di chiedere qualsiasi cosa. E quindi
per 210 metri di asfalto sfracellati al suolo, si rilancia con decine di
chilometri tra strade, tunnel, binari, in una sorta di bulimia infrastrutturale
che sta contagiando anche chi le grandi opere sembrava disdegnarle. A partire
dal Movimento 5 Stelle. Accelerare sul terzo valico Genova Milano, sbloccare la
Gronda di ponente, completare a tempo record il cosiddetto lotto10, ossia la
viabilità di collegamento tra porto e lo svincolo autostradale della A10 in
città, e ancora rilanciare l’idea del tunnel della Val Fontanabuona, nel
Levante. Senza contare il nuovo viadotto in acciaio che dovrà sostituire il
Morandi.
Oltre a quello “emotivo” ci sono
alcuni fattori che potrebbero spianare la realizzazione di questi progetti. Il
primo è la nomina a commissario straordinario del presidente della Regione
Liguria Giovanni Toti, siglata dal capo dipartimento della Protezione civile
Angelo Borrelli. Il provvedimento riguarda poteri speciali e deroghe alla
normativa ordinaria in materia di gare. A breve, ha annunciato Borrelli, ci
sarà pure una modifica al Codice degli appalti per poter effettuare determinati
interventi in urgenza. Un esempio pratico? I cantieri che già oggi sono avviati
all’interno delle aree dell’Ilva di Cornigliano per ampliare la rete stradale
di collegamento tra porto, aeroporto e autostrada. Il secondo fattore porta il
bollino dell’Ue ed è legato alle reti Ten-t nel bilancio comunitario 2021–2027.
Genova, in quanto terminale del corridoio ferroviario con Rotterdam, potrebbe
accedere più facilmente – ora che i riflettori sono puntati su di lei – a circa
800 milioni di euro, un investimento pari a quello della tav Lione-Torino.
Il terzo valico è completato al
40% e appaltato all’80%. Secondo Rfi sarà pronto nel 2023. La Gronda di
Ponente, riconosciuta nel 2017 come opera di interesse nazionale, dopo anni di
discussioni e dietrofront ha ultimato l’iter autorizzativo, le ultime battute
del ministero Delrio. «I cantieri, quelli grossi, li vedrete l’anno prossimo»,
diceva l’ad di Autostrade Castellucci nel maggio scorso nella sala Trasparenza
della Regione Liguria, lo stesso spazio dove oggi si affrontano ben altri
argomenti. Ma non è un mistero che quel progetto non sia più a portata di mano,
nonostante l’ottimismo di Bucci. Intanto perché la fattibilità economica era
basata anche sui pedaggi che Autostrade avrebbe dovuto incassare fino al 2042,
e poi perché le aree che avrebbero dovuto ospitare lo “smarino” della Gronda –
72 nuovi chilometri, 23 gallerie, 13 viadotti – oggi accolgono le macerie di
ponte Morandi e le carcasse delle auto distrutte.
In una città dove i movimenti No
Tav e No Gronda si sono ridimensionati ma restano attivi e presenti, il timore
è che si perdano di vista le priorità. «Da sempre siamo contrari alle grandi
opere inutili anche per il fatto che portano via risorse economiche agli
interventi veramente necessari – scrivono i No Gronda in un comunicato che
risponde agli attacchi del dopo crollo – come la manutenzione dell’esistente e
agli interventi di riassetto idrogeologico».

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