Dai
contratti agli sportelli d'ascolto, dai settori più colpiti alle sentenze e ai
risarcimenti: ecco che cosa significa "molestie sessuali sul lavoro"
oggi in Italia, che cosa fare e a che punto è arrivata la giurisprudenza
Cristina Maccarrone – Osservatorio
dei diritti
21 agosto 2018
«Spianare la strada per garantire
dei posti di lavoro completamente liberi dalle violenza e dalle molestie». È
questo l’invito che Guy Ryder, direttore generale dell’Organizzazione
internazionale del lavoro (Ilo), ha rivolto ai partecipanti della 107esima
conferenza mondiale su questo tema terminata l’8 giugno.
E già, perché sarà stata la
campagna #Metoo, o sarà che le molestie sul lavoro non diminuiscono, fatto sta
che l’attenzione verso questi temi è sempre più alta.
Molestie
sessuali sul lavoro per oltre 1 milione di donne
I dati non sono incoraggianti. Se
è vero che l’Istat parla di una leggera diminuzione rispetto ai 3 anni
precedenti per le molestie e i ricatti sessuali subiti dalle donne
indipendentemente dal luogo, basta però leggere i numeri per vedere come
l’ambiente di lavoro continui a essere il posto in cui si ricevono ricatti
sessuali, apprezzamenti pesanti, si vivono situazioni in cui si viene toccati,
baciati e accarezzati contro la propria volontà.
Ad avere vissuto una situazione simile
almeno una volta nella vita sono, secondo l’istituto di statistica, sono 1
milione 404 mila donne, ossia l’8,9% del totale, di cui 425 mila solo negli
ultimi 3 anni.
Un fenomeno che sembra colpire
particolarmente il Centro Italia e i comuni di grande dimensione così come, per
quanto riguarda le regioni, in particolare il Lazio (16,4%) seguito dalla
Toscana. A essere vittime sono spesso giovani donne (3,1% tra i 25 e i 34 anni
di età, 3,3% tra le 35-44enni) e il 3,8% di laureate.
I settori più colpiti:
impiegatizio, commercio e servizi
Ma non finisce qui: si stima che,
sempre nel corso della vita, 1 milione 173 mila donne abbiano ricevuto molestie
e ricatti per essere assunte, mantenere il posto o ottenere avanzamenti di
carriera.
Al momento dell’assunzione sono
colpite da queste forme di ricatto in particolare le donne impiegate (37,6%) o
le lavoratrici nel settore del commercio o dei servizi (30,4%), oltre a chi
cerca lavora nel settore delle attività professionali, scientifiche e tecniche
(20%) o nel lavoro domestico (18,2%).
Nella maggior parte dei casi,
l’autore del ricatto è un uomo, spesso la stessa persona che ripete un atto
quotidianamente (il 32,4%) o più volte alla settimana, in misura inferiore una
volta a settimana (il 17,4%), mentre il 29,4% qualche volta al mese. Le
dinamiche però non sono tutte uguali e variano anche a seconda dei settori.
Molestie
sessuali sul lavoro anche dai clienti
«Che tra i settori più colpiti ci
siano commercio e servizi, purtroppo non è un caso. Qui giocano diversi fattori:
non solo quello del rapporto gerarchico tra dipendente e superiore, ma c’è
anche la questione del cliente, così come la relazione con l’esterno», spiega
Elena Vanelli della Fisascat, la Federazione della Cisl che rappresenta i
lavoratori dei settori commercio, terziario, turismo e servizi.
«Sono settori in cui l’ambiente
di suo è particolarmente predisposto. Basti pensare agli alberghi, ai villaggi
turistici o a tutte quelle situazioni in cui le lavoratrici si trovano in piani
sotterranei o fanno dei turni in cui si trovano spesso da sole, come quando
puliscono gli uffici, locali, negozi ecc. Così come può capitare spesso che una
cameriera si trovi da sola con un cliente in un ambiente che possiamo definire
“oscurato”, ossia in cui è difficile venire a sapere cosa sta succedendo o
monitorare la situazione».
«C’è, poi, da considerare il
fatto che per molti lavoratori del commercio o dei servizi, l’ambiente di
lavoro non è unico, cioè non solo l’ufficio, ma sono continui gli spostamenti,
le trasferte e più ci si sposta, più inevitabilmente il problema assume forme
diverse».
Altra cosa da tener presente è
che, in particolare in questi ambiti, la molestia e la violenza sessuale
travalicano i confini: «I clienti – spiega ancora la sindacalista – arrivano da
tutte le nazioni quindi con storie e culture diverse. Come sindacato stiamo
facendo delle indagini su questi aspetti per cercare di capire meglio il
fenomeno e come tutelare al meglio le donne in Italia, anche perché non
possiamo risolvere la situazione alla radice, ma proteggere una donna che
lavora, questo sì. Ecco perché siamo in contatto con diversi Paesi».
In
aumento i contratti aziendali “anti-molestie”
Che cosa possono fare le aziende
per evitare situazioni simili? A dire il vero, anche dal punto di vista dei
contratti, qualcosa si sta muovendo alla luce di accordi presi tra diverse
società e i sindacati per riconoscere il fenomeno e difendere il lavoratore, o
quantomeno tutelarlo.
Diverse aziende hanno infatti
recepito di recente l’accordo sottoscritto a gennaio del 2016 tra Cgil, Cisl,
Uil e Confindustria che parte dall’assunto che ogni genere di molestia è
inaccettabile e va denunciata. Altro punto tutt’altro che trascurabile è il
fatto che le imprese devono contribuire in ogni modo a mantenere un luogo di
lavoro in cui venga rispettata e tutelata la dignità di ognuno.
Un’intesa che è stata recepita
dalla pubblica amministrazione, dai trasporti, dalle poste e anche da diverse
società che stanno proponendo, e hanno proposto, specifici codici di condotta.
Qualche nome: Starhotels, FS, Alpitour e tante altre.
Cosa prevedono, in concreto,
questi contratti? Per esempio, in molti casi è stata stabilita un’estesione del
periodo di congedo per le vittime di molestie e, in alcuni casi, della
copertura economica.
In Alpitour è previsto un congedo
non retribuito di 6 mesi oltre quelli previsti dalla legge. In Comifar, il
congedo arriva a un anno. Interessante il caso di Sodexo o di Starhotels
perché, recependo l’intesa internazionale fatta dal gruppo di servizi francesi,
con il sindacato europeo Uita, si punta all’impegno delle parti a rispettare i
diritti fondamentali sui luoghi di lavoro e sulle attività di contrasto alla
violenza di genere. Ma soprattutto a cercare di risolvere il problema alla
radice, puntando su attività di formazione, monitoraggio e azioni concrete.
Accordi
regionali contro le molestie sul lavoro
A livello regionale, è stato
raggiunto un accordo tra Alleanza delle cooperative, Cgil, Cisl e Uil con la
Regione Emilia Romagna e il recente accordo, del maggio scorso, tra Confapi
Industria Emilia Romagna e Cigl, Cisl e Uil. In questo accordo, oltre a
dichiarare inaccettabile la molestia e la violenza sul luogo di lavoro, si
punta in particolare sui datori di lavoro, dei quali è necessario aumentare la
consapevolezza e cui bisogna fornire un quadro di azioni complete per
individuare, prevenire e gestire problemi di questo tipo.
Riflettori puntati, in
particolare, sulla prevenzione, tramite iniziative di informazione e formazione
da realizzare nei territori e nelle imprese. Inoltre, le parti hanno
individuato negli uffici delle Consigliere di Parità, strutturate a livello
regionale e territoriale, alle quali le vittime possono rivolgersi.
Anche in Friuli Venezia Giulia è
stato sottoscritto un patto tra Confcommercio e sindacati in cui, per mantenere
la pari dignità tra uomini e donne nell’ambiente di lavoro, si adottano misure
per risolvere la situazione anche dal punto di vista organizzativo, come
l’eventualità di trasferimenti in via temporanea tra reparti e uffici o in
altre unità produttive, compatibilmente con le esigenze organizzative
dell’azienda e nel rispetto del contratto di lavoro.
Chi
sono le Consigliere di Parità
Una menzione a parte meritano le
Consigliere di Parità che, sebbene si conoscano poco, sono state istituite per
la prima volta con l’art. 8 Legge n. 125 del 1991. I loro uffici sono diffusi a
livello nazionale, provinciale e regionale e svolgono, o almeno dovrebbero
svolgere, funzioni di promozione e controllo dell’attuazione dei principi di
uguaglianza, pari opportunità e non discriminazione per donne e uomini nel
lavoro.
Sono pubblici ufficiali, nominati
con decreto del ministero del Lavoro, che possono restare in carica 4 anni
(nominate una sola volta) con l’obbligo di segnalazione all’autorità
giudiziaria per i reati di cui vengono a conoscenza.
Stando però a quanto denunciato
dalla consigliera nazionale di parità Francesca Bagni Cipriani a Il Fatto Quotidiano,
spesso operano in regime di “prorogatio”, ossia con mandato scaduto.
Molestie sul lavoro: situazioni
non facili da riconoscere
«C’è da dire che nell’ultimo
periodo», aggiunge la Vanelli, «c’è una maggiore attenzione sulla tematica
delle molestie, cosa che, dopo l’importante intervento che c’era stato negli
anni ‘90, quando sono state costruite norme e strumenti, era passata in secondo
piano con l’avvento della crisi».
Quanto alle aziende, è
sicuramente importante fare un passo in avanti nell’ottica della
consapevolezza.
«Ho trovato molta più resistenza
ad affrontare il tema da parte di capi del personale o capi dipartimento. E
questo perché riconoscere che c’è una situazione simile, vuol dire in un
qualche modo riconoscere che è successo anche a se stessi, o perché si è subita
una molestia o perché, magari, si è avuto un atteggiamento che si pensava non
fosse molesto e invece si scopre che poteva essere considerato come tale. E
ammetterlo sicuramente non è facile».
Gli
sportelli di ascolto
Oltre a questi accordi sul
territorio nazionale, sono in aumento anche gli sportelli di ascolto,
all’interno dei sindacati e non solo. Come quello creato dalla Cisl Vicenza dal
nome “Buonlavoro”, o quelli aperti a Monza e a Lecco, solo per citarne alcuni.
Anche se, come rilevato
dall’Istat, nell’80,9% dei casi chi subisce un ricatto sessuale difficilmente
ne parla con qualcuno: solo il 15,8% lo fa magari con i colleghi, molto meno
con il datore di lavoro, con i dirigenti o con i sindacati.
Quasi nessuno, invece, fa denuncia
alle forze dell’ordine. Questo perché chi subisce ha una scarsa
percezione della gravità dell’episodio (27,4%), non ha fiducia nelle forze
dell’ordine (23,4%) o ha paura di essere giudicata e trattata male al momento
della denuncia (12,7%). O, cosa che capita di frequente, la situazione si
risolve perché le vittime rinunciano volontariamente a lavoro e carriera come
capita nel 33,8% dei casi nel corso della vita, il 32% negli ultimi 3 anni.
Definizione
di molestie sul lavoro
Fin qui i numeri. Ma che cosa si
intende per molestia sessuale sul lavoro? E quando si può pensare di esserne
davvero vittime? Il Codice delle Pari Opportunità dà questa definizione di
molestia:
«Ogni comportamento di carattere
sessuale o fondato sull’appartenza di genere che risulta indesiderato da una
delle parti e ne offende la sua dignità».
Dal punto di vista del lavoro, le
molestie sono «quei comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni
connesse al sesso, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una
lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile,
degradante, umiliante o offensivo».
Molestie
sessuali sul lavoro: cosa fare secondo la legge
Cosa succede a un dipendente
(donna o uomo, poco importa) che denuncia il datore di lavoro per molestie
sessuali o discriminazioni? Che non può più essere licenziato o trasferito, a
meno che non abbia agito in mala fede.
A dirlo è la legge di bilancio
del 2018, che ha introdotto due misure innovative che sono andate a integrare
il Codice delle Pari Opportunità, ossia il divieto di licenziamento dopo una
denuncia per molestie e un incentivo per l’assunzione di donne vittime di
violenza di genere da parte delle cooperative sociali.
Chi subisce una molestia può
presentare una denuncia penale, fare causa civile per il risarcimento del danno
o rivolgersi al sindacato. O, ancora, alla consigliera di parità di riferimento
andando sui siti regionali.
Quello che conta è parlare di
questa vicenda, anche con i colleghi, oltre che con la famiglia, per capire se
è una situazione che si sta perpetrando da tempo anche con altre persone e,
soprattutto, prendendere una decisione sul da farsi in fretta.
Il diritto di querela, infatti,
va esercitato entro 3 mesi se si tratta di molestia, 6 mesi di violenza
sessuale.
Sentenze
che fanno giurisprudenza e risarcimento
Spesso si ha paura di denunciare
perché ci si spaventa, come abbiamo visto, di non essere credute o di entrare
in un vortice senza fine in cui si perde se stesse e la propria dignità. Eppure
ci sono anche storie a lieto fine.
Come l’imprenditore condannato
dal tribunale di Como a risarcire la sua ex lavoratrice con 105 mila euro più
le spese legali. La donna, che lavorava in un’azienda tessile, aveva denunciato
l’imprenditore nel 2013 per poi dimettersi nel 2014.
L’imprenditore, a capo di
un’azienda con una ventina di dipendenti, aveva a sua volta denunciato la donna
per calunnia dicendo che in azienda si viveva un clima informale e goliardico.
C’è voluto del tempo, ma alla fine il tribunale non gli ha dato ragione e ha
riconosciuto alla donna il suo status di vittima.

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