Mondo
del lavoro - Niente parità di genere: donne vittime del gender gap
Cristina Maccarrone – Osservatorio
dei diritti
21 agosto 2018
Con l’espressione «gender gap» si
intendono tutte quelle differenze che si riscontrano a livello di condizioni
economiche, sociali e di istruzione, nonché di accesso al lavoro, e che
riguardano il genere sessuale di appartenenza.
Di solito, quando si parla di
gender gap, a essere penalizzate sono maggiormente le donne. Nonostante
l’articolo 37 della Costituzione accordi alle lavoratrici gli stessi diritti
dei lavoratori, in Italia c’è ancora molto da fare.
A dirlo è l’ultimo Global Gender
Gap del 2017, il rapporto che annualmente è pubblicato dal World Economic Forum
e che analizza la situazione Paese per Paese. L’Italia si trova all’82° posto,
molto sotto rispetto a Ruanda (4° posto) e Filippine (10°).
Pay
gender gap: le donne pagate meno degli uomini
In particolare, quello che emerge
è la disparità dal punto di vista del trattamento economico, che, per usare
un’altra espressione inglese, viene definito «pay gender gap». Una
discriminazione che almeno sulla carta è abolita dal Codice delle Pari
Opportunità, art. 28, che parla di stessa retribuzione del lavoratore quando le
prestazioni richieste siano uguali o di pari valore.
Essere donne in Italia, invece,
vuol dire quasi automaticamente essere pagate di meno. Così come è alta la
quota di lavoro quotidiano non pagato che raggiunge il 61,5% per le donne
italiane, contro il 22,9% per gli uomini. Su questo influisce il fatto che il
lavoro domestico, sulle spalle quasi sempre delle donne, non è retribuito.
Sempre secondo il Global Gender
Gap, l’Italia è al 103° posto per la disparità nel reddito, considerando anche
ogni giorno lavorato: le donne superano gli uomini, 512 minuti contro i 453 di
un collega.
C’è da dire, però, che stando
agli ultimi dati Eurostat del 2017, il divario tra gli stipendi tra i due
generi è inferiore rispetto ad altri paesi europei: si attesa sul 6,1 per
cento. Una percentuale che si basa sulla paga oraria e non tiene conto del
fatto che tra le donne è molto più diffuso il part time (non sempre frutto di
libera scelta). Pertanto, se si va a considerare il salario mensile o annuale,
il divario si allarga.
Inoltre, l’Eurostat ha tenuto in
considerazione solo le donne che lavorano, ma in Italia ce ne sono tante con un
basso titolo di studio non ancora (o mai) entrate nel mercato del lavoro.
Il
44% delle donne in Italia è inattivo
Secondo gli gli ultimi dati Istat
sulla disoccupazione, l’occupazione femminile è leggermente migliorata.
Tuttavia tra i 15 e i 64 anni è occupato il 66,9% degli uomini, contro il 49,2
per cento delle donne. E quelle inattive, come detto, sono il 44%, contro il
25,3% degli uomini.
Le
politiche dell’Italia per favorire la parità di genere
Tornando ai dati del World
Economic Forum (Wef), l’Italia è scesa in classifica negli anni anche a causa
di poche politiche attive per risolvere il gender gap, cosa che invece non
avviene in molto altri Paesi.
L’Islanda, per esempio, al primo
posto della graduatoria del Wef, a inizio 2018 ha stabilito che tutte le
aziende sopra i 25 dipendenti devono dimostrare che donne e uomini sono in
assoluta parità.
Da questo punto di vista l’Italia
non sarebbe così da meno, almeno in punta di legge: il Codice delle Pari
Opportunità, all’art. 46, modificato nel 2010, prevede che sia le aziende
pubbliche sia quelle private oltre 100 dipendenti, devono fornire ogni 2 anni
un rapporto sulla situazione del personale maschile e femminile.
Se
sei madre, niente carriera
La discriminazione non riguarda
solo lo stipendio, ma anche la possibilità di diventare madri.
Se è vero che i contratti in
bianco – che prevedono che una donna firmi le proprie dimissioni al momento
dell’assunzione in modo che siano «pronte» non appena resta incinta – sono meno
frequenti, anche per via del Jobs Act, chi sceglie di diventare madre non ha
vita facile.
A tutti i livelli: da quando
vince una borsa di studio fino a quando ha un contratto indeterminato in tasca.
Nel primo caso, Osservatorio Diritti ha già scoperto come entrare a far parte
della Marie Curie-Skłodowska Actions (Mcsa) e ricevere il finanziamento europeo
del programma Horizon 2020, preveda sì molti vantaggi, ma restare incinte può
voler dire la sospensione della borsa.
La
discriminazione inizia con i colloqui di lavoro
Per non parlare del trattamento
differenziato, in sede di colloquio, tra donne e uomini: cercare lavoro in età
fertile può comportare sentirsi chiedere: «Lei ha intenzione di metter su
famiglia?». Una domanda che viola apertamente l’art.27 del Codice delle Pari
Opportunità.
E qualora si riesca comunque a
ottenere un lavoro, il diritto a essere madri e donne in carriera non è sempre
difendibile.
Maternità
e lavoro: 30 mila le donne che rinunciano
Gli ultimi dati dell’Ispettorato
del Lavoro (pubblicati nel 2017) parlano di quasi 30 mila donne che si
dimettono perché non riescono a conciliare l’avere un figlio (sotto i 3 anni)
con il lavoro. I motivi? L’assenza di familiari che possano dare una mano, la
non accettazione all’asilo nido e, in ultimo, anche i costi per il bambino.
Certo è che, tra i 2 genitori, è sempre più la donna a rinunciare.
Welfare
inesistente per le madri braccianti agricole
Non va meglio per chi lavora
fuori dagli uffici. Anche le braccianti agricole madri non vedono tutelati i
loro diritti. Succede, per esempio in Puglia, dove ActionAid ha denunciato la
situazione di un lavoro mal pagato, precario e che soprattutto non si concilia
con la famiglia. Donne che si alzano prestissimo e si ritrovano a dover
combattere con un welfare inesistente.
Per non parlare poi delle
condizioni di salute in cui versano. Anche il Wef ci ha «bacchettato» per
questo: l’Italia ha subito un peggioramento sul versante «salute e
sopravvivenza»: siamo al 123° posto.
Molestie
sul lavoro: le principali vittime sono donne
E ancora sono molte le storie di
sessismo sul luogo di lavoro e di molestie. Un report ad hoc è stato redatto
dall’Istat e diffuso nel febbraio scorso.
Nella ricerca, che riguarda il
2015 e 2016, emerge che 1 milione e 404 mila donne hanno subito molestie
fisiche o ricatti sessuali sul luogo di lavoro. Sempre stando ai ricatti, pare
che nel corso della loro vita 1 milione e 173 mila di donne ne sia stato
vittima prima di essere assunto, mantenere il posto o fare carriera. Molestie o
ricatti che riguardano, sempre stando ai dati Istat, le donne più giovani e più
istruite.
Un dato confortante, però, c’è:
rispetto agli anni passati, questi episodi sono in diminuzione. Anche se, nella
maggiorparte dei casi, si concludono grazie alla donna che decide di cambiare
volontariamente lavoro o rinunciare alla carriera.
Mobbing:
la situazione in Italia
Sempre restando in tema molestie,
ma non smaccatamente sessuali e non solo di genere, il mondo del lavoro lotta
contro il mobbing e il bossing.
Due parole inglesi per definire
due aspetti del problema: il primo indica i comportamenti aggressivi sia dal
punto di vista verbale sia fisico eseguiti da una o più persone con fine
persecutorio e con l’obiettivo di svilire così tanto una persona da farla
allontanare dal gruppo o dal luogo di lavoro. Il mobbing può avvenire anche tra
i colleghi e qualora sia il capo a perseguitare qualcuno si parla di bossing.
In Italia non ci sono dati
univoci sul problema: vuoi perché una volta a occuparsene era l’Ispels
(Istituto superiore per la prevenzione e sicurezza sul lavoro) e vuoi perché
non tutti denunciano la situazione di mobbing.
Come ha detto Ferdinando
Cecchini, autore del libro Dal mobbing al disagio allo stress correlati al
lavoro, in molti soffrono e subiscono in silenzio, ma questo non vuol dire che
la situazione non sia seria o al limite della sopportazione.
Gli sportelli anti-mobbing della
Uil, nel 2016, hanno ricevuto 1.000 denunce in tutta Italia, il 40% uomini, il
57% donne e il 3% transessuali.
Mentre, secondo l’Osservatorio
Nazionale Mobbing in Italia dal 2013 al 2015 sono state licenziate o costrette
a dimettersi 800 mila donne, di cui 350 mila sono quelle discriminate per via
della maternità o per richieste che tendevano ad armonizzare il lavoro con le
esigenze familiari.
La
mancata legge sul mobbing
Non esiste una vera legislazione
contro il mobbing, anche se il Testo unico sulla sicurezza sul lavoro, d.lgs
81/2000, ha introdotto il tema della valutazione del rischio per la sicurezza e
salute dei lavoratori, comprendendo anche il rischio di stress da lavoro
correlato. Pertanto, nel Documento di valutazione dei rischi che le aziende
devono presentare, tale situazione andrebbe comunque analizzata o quantomeno
segnalata.
Inoltre, chi è vittima di
mobbing, può provare a chiedere il risarcimento danni, purché abbia modo di
testimoniarlo. Come è successo a una professoressa del liceo Pedrotti di Bari
mobbizzata dal preside (risarcimento di 10 mila euro più spese legali) o a una
dipendente di un’azienda tessile di Olbiate (Lecco), che ha ottenuto un
risarcimento di 150 mila euro ai danni dell’ex datore di lavoro.
Discriminazioni
per razza, età, religione
Se ne parla sempre poco, eppure
tra i diritti che non vengono tutelati in Italia c’è quello ad avere un pari
trattamento quando si appartiene a un’altra razza, si professa una religione
diversa o magari si ha un’età diversa.
Stando alla ricerca WorkForce
Europe 2018 condotta da Adp, società internazionale attiva nell’human capital
management e che ha coinvolto 1.300 lavoratori in Italia, nel nostro Paese le
discriminazioni sul lavoro riguardano il 37,8% degli uomini e il 47,4% delle
donne.
Quanto alla nostra legislazione,
l’articolo 3 della Costituzione parla di pari dignità sociale e di cittadini
uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione,
condizioni personali e sociali, nonché colore della pelle e orientamento
sessuale, età, opinioni personali ecc. Così come tutto questo è ribadito anche
dal decreto legislativo 216/2003 con le modifiche apportate nel 2008.
Il
Jobs Act e il reintegro per casi di discriminazione
Tra i pochi casi di reintegro
previsti dal Jobs Act c’è quello in cui ci sia stato un licenziamento per
motivi politici, religiosi, sindacali, razziali, di lingua o di sesso, di
handicap, di età o basati sull’orientamento sessuale o sulle convinzioni
personali.
In Italia, la Corte d’Appello di
Milano qualche anno fa ha dato ragione a una ragazza di Melegnano che non venne
assunta a causa del velo.
Ma la Corte di Giustizia Europea
nel 2017 ha detto che, se un’azienda vieta di indossare segni visibili di
convinzioni politiche, filosofiche o religiose, non si tratta di
discriminazione perché c’è una chiara «volontà del datore di lavoro di adottare
una politica di neutralità è del tutto legittima e non viola il principio di
parità del trattamento».

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