Nel
suo viaggio in Italia, la leader indigena del popolo di Sarayaku, un territorio
e un villaggio dell’Amazzonia ecuadoriana, ha raccontato le minacce (e le
violazioni dei trattati internazionali) che subiscono i Kichwa. In un incontro
al quartiere romano della Garbatella, sono venute alla luce le ben note
pratiche illegali, violente e prepotenti che caratterizzano il modello
estrattivista e le multinazionali del petrolio, a cominciare dall’italiana Eni.
L’associazione A Sud, che ha promosso l’incontro, annuncia l’apertura di un
Focus Eni sul suo sito, ci manterrà informati sull’azione del gigante energetico
in Italia (in Val D’Agri), in Nigeria e in Ecuador
Maura Peca – Comune.info
20 agosto 2018
20 agosto 2018
La scorsa settimana, a Le
CaSette, a Garbatella, diverse realtà associative hanno conosciuto e ascoltato
Patricia Gualinga. Attivista, luchadora e difensora dell’ambiente e della
cultura dei popoli indigeni, Patricia è una delle leader del popolo Kichwa di
Sarayaku (una comunità indigena dell’Amazzonia ecuadoriana). Per essersi sempre
opposta all’appropriazione indebita da parte di imprese estrattive (prima
argentine ora cinesi) nel territorio Sarayaku, per essere stata sempre dalla
stessa parte e per aver sempre detto, senza peli sulla lingua, qual era la sua
posizione e quella della sua comunità, il 5 gennaio di quest’anno è stata
minacciata di morte dopo un’aggressione alla sua abitazione nel Puyo.
Il popolo Kichwa di Sarayaku,
però, non è conosciuto solo per aver difeso le proprie terre e il proprio stile
di vita dall’appropriazione illecita dei territori ancestrali per la
realizzazione di progetti estrattivi, ma anche per una vittoria storica legata
alla loro lotta e alla loro persistenza. Nel 2012, a causa dell’ingresso di una
compagnia argentina sul loro territorio, senza che ci fosse stata una
preventiva consultazione degli abitanti, la Corte Interamericana dei Diritti
Umani ha stabilito che l’Ecuador ha violato il diritto della comunità sarayaku
ad essere consultata, all’identità culturale e alla proprietà comune dei
terreni in questione. Una sentenza, storica che ha creato un precedente
fondamentale per tutte le comunità indigene. Nonostante ciò, come sottolineato
dalla stessa Patricia, questa è stato solo un tassello della lotta che
continuamente sono costrette a combattere le popolazioni locali. Una vittoria
importante nella miriade di concessioni concesse in barba alla volontà delle
comunità.
La storia di Patricia e della sua
comunità è rappresentativa di quanto sta succedendo in Ecuador in questo
momento. In un territorio prossimo a quello di Patricia, a 4 minuti di avioneta
(un piccolo aereo da 3 – 4 persone) o a 1 giorno a piedi (non ci sono strade
per arrivarci), c’è il cosiddetto Blocco 10. Per collocare territorialmente le
zona di sfruttamento petrolifero infatti si è deciso di dividere le aree in
blocchi senza considerare le comunità, senza nessun riferimento ai territori
delle varie nazionalità, senza tener conto della popolazione che
quotidianamente vive quel territorio. Il blocco 10 è l’unico blocco petrolifero
nella regione ecuadoriana in mano a ENI (conosciuto in Ecuador come Agip- Oil).
Nel 2010 è stato rinegoziato il
contratto tra il governo ecuadoriano e l’ENI prevedendo una modifica dei
confini dell’area, che adesso include anche i giacimenti di Onglan, Moretecocha
e Jimpikit. Tutto ciò senza che il governo abbia avviato la consultazione
preventiva delle popolazioni coinvolte come stabilito dall’articolo 57 della
Costituzione Ecuadoriana. Tale modifica farà sì che verranno investite
dall’espansione estrattivista altre 5 Nazionalità indigene tra cui anche il
popolo Sarayaku, su cui vige ancora la sentenza della Corte interamericana dei
diritti umani secondo cui bisognerebbe seguire delle procedure specifiche in
termine di consultazione. Anche in
questo caso, un’altra attivista, Salome Aranda, è stata minacciata insieme alla
sua famiglia per aver ampiamente criticato ENI per le attività estrattive
operate per più di 20 anni dall’azienda e per la volontà della stessa di
allargare la sua attività in nuovi territori.
Sembra ci sia quasi una prassi
consolidata sul modo di procedere delle aziende sul territorio ecuadoriano,
pare che il fatto di ignorare la volontà popolare sia pratica comune nonostante
la violazione fissata dalla Costituzione. Stesse sono anche le conseguenze sul
territorio e sugli abitanti: la criminalizzazione degli attivisti, in
prevalenza donne, e gli impatti ambientali e sanitari sulla cittadinanza.
Per tale ragione, per provare a
raccontare al meglio in che modo l’ENI sta lavorando sui vari territori,
nazionali e internazionali, come A Sud, da una parte stiamo provando a seguire
i vari conflitti territoriali, e dall’altra stiamo provando a creare delle
connessioni tra queste. Per diffondere
tutto quanto sta accadendo, abbiamo deciso di aprire un Focus Eni nel nostro
sito che ci manterrà informati sull’azione di Eni in Italia (in Val D’Agri), in
Nigeria e in Ecuador.
Fonte: A Sud Onlus

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