Terremoto.
A differenza de L'Aquila, dove tutto il potere era nelle mani dell’allora capo
della protezione civile Guido Bertolaso, nella gestione post sisma del Centro
Italia non si capisce chi sia a comandare e ogni decisione è un calvario di
burocrazia e scaricabarile
Mario Di Vito – Il manifesto
23 agosto 2018
Uscito malconcio dall’emanazione
del suo primo decreto sul terremoto, bastonato da Mattarella che l’ha firmato
solo con riserva, il governo gialloverde nei prossimi giorni dovrà trovare la
quadra sul nuovo commissario alla ricostruzione. Il mandato di Paola De Micheli
(Pd) scadrà a inizio settembre, e già si registra una coda piuttosto lunga per
la sua successione.
Il nome che più ricorre è quello
di Giuliano Pazzaglini, ex sindaco di Visso e senatore della Lega, che dalla
sua ha un consenso mostruoso nel maceratese e una raccolta di firme online
arrivata a centinaia di adesioni. Il suo nome circola da un po’, ma i primi a
storcere il naso sono i quasi amici di Forza Italia. Il senatore Andrea
Cangini, eletto anche lui nelle Marche, è stato il primo a mettere sul chi va
là i leghisti: «Pazzaglini dovrebbe dimettersi per aver deluso i terremotati a
causa del suo silenzio sui temi del sisma». Una bordata che non lascia
presagire nulla di amichevole per quella che sarà la trattativa sul
commissariato alla ricostruzione. Pazzaglini, comunque, ha offerto una risposta
sprezzante («Cangini non sa nulla di questo territorio, è un paracadutato che
fa speculazioni per provare a resuscitare Forza Italia») e conserva ancora i
favori del pronostico.
Alle sue spalle, però, si agitano
anche quelli del Movimento Cinque Stelle, che hanno almeno due nomi buoni per
lo stesso ruolo: quello dello jesino Mauro Coltorti (che a un certo punto
sembrava dover diventare ministro delle Infrastrutture) e quello della deputata
di Fabriano Patrizia Terzoni.
Negli ambienti del Pd, forse più
per vana speranza che per realtà politica, vedono una situazione del tutto
diversa e ipotizzano addirittura un reincarico a De Micheli, che ha un buon
rapporto con i sindaci del territorio e sta effettivamente mettendo ordine nel
mare delle ordinanze. L’ultima ipotesi, già vagheggiata un anno fa, prevede
l’abolizione della figura del commissario e la spartizione delle funzione tra i
presidenti delle quattro regioni coinvolte.
In effetti, il commissario in questi
due anni di doposisma è apparsa a più riprese come una figura superflua:
governo, protezione civile, regioni e comuni sono una fanfara che ha lasciato
poco spazio sia a Errani sia a De Micheli. Che di fatto non hanno mai potuto
commissariare nulla e spesso sono apparsi come dei parafulmini: quando c’è un
problema la colpa è del commissario, quando si fa una cosa giusta il merito è
sempre di qualcun altro. Il punto è che in due anni il fronte istituzionale non
è mai stato stabile: si sono succeduti infatti tre governi, due commissari e
due capi della protezione civile, e ciascuno ha cambiato le carte in tavola
rispetto a quello che c’era prima.
Questa è anche la principale
differenza tra la gestione delle vicende di L’Aquila e quella dell’Appennino:
tanto è stata accentratrice la prima (con tutto il potere all’allora capo della
protezione civile Guido Bertolaso) quanto appare spezzettata e incerta la
seconda, dove non si capisce chi sia a comandare e ogni decisione è un calvario
di pratiche, documenti e discussioni sulle competenze dell’uno o dell’altro
ente.

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