Infrastrutture.
L’Italia non ha bisogno di grandi progetti per il trasporto. Manca invece la
capacità di formare le competenze, per nuovi lavori e occupazione
Guido Viale – Il manifesto
23 agosto 2018
Invece di discutere utilità e
rischi delle Grandi opere, il crollo del ponte Morandi – uno dei tanti
gigantismi che ha fatto del ‘900 “il secolo dell’automobile” – sembra averlo
chiuso: per lo meno nel mondo politico e sui media: occorre farle tutte e
subito, il Tav, il terzo Valico, il Tap, le autostrade, il ponte sullo stretto,
prima di un altro ripensamento. «La competizione internazionale lo esige», «Il
progresso non si può fermare», «Non ci si può opporre alla modernità»,
«Vogliamo tornare al medioevo?».
Difficilmente troverete sulla
bocca dei politici o nei commenti della stampa qualche argomentazione meno
vacua di queste. Ma siamo sicuri che la modernità, qualsiasi cosa si intenda
con quel termine, sia proprio questo? Che il progresso debba portarci
necessariamente verso la moltiplicazione dei disastri (e verso quello che li
ricomprende tutti: un cambiamento climatico irreversibile)? E che l’unica
regola che deve governare il mondo, e le nostre vite, sia la competizione e non
la cooperazione?
UN RECENTE SAGGIO, CHIARO e
sintetico, di Sergio Bologna, uno dei pochi esperti capace di un approccio
intermodale ai temi del trasporto – sul sito di Officina dei saperi – mette una
pietra tombale su tutte le Grandi opere. L’Italia non ha bisogno di nuove
grandi infrastrutture di trasporto; ne ha già persino troppe.
Quello che manca è la capacità di
utilizzarle a fondo; mancano le competenze logistiche e gli operatori per
accorpare e smistare i carichi utilizzando al meglio i mezzi e le
infrastrutture a disposizione. Oltre, ovviamente, agli interventi per rendere
operative le interconnessioni modali.
Promuovere quelle competenze è un
compito che dovrebbe tenere impegnati per anni Associazioni di categoria,
Camere di commercio, Enti locali, Ministeri (non solo quello delle
Infrastrutture), Università e Istituti di ricerca. E potrebbe creare decine, se
non centinaia, di migliaia di posti di lavoro qualificati al posto delle poche
migliaia di addetti impiegati nella costruzione delle tante Grandi opere
inutili e dannose.
SONO LE COMPETENZE NECESSARIE
anche per promuovere il passaggio del trasporto merci dalla strada alla
ferrovia (o alle autostrade del mare). Un passaggio di cui Sergio Bologna
riconosce le potenzialità, ma su cui rimane scettico, soprattutto perché un
sistema produttivo frammentato come quello italiano ha mille motivi per
preferire il trasporto su strada; motivi che non sono solo quelli indicati in
quel saggio. Il trasporto su strada da impresa a impresa è più flessibile di
quello su ferrovia o di cabotaggio perché non richiede la composizione e la
scomposizione di carichi molto complessi (ma richiede comunque la rottura dei
carichi quando le merci arrivano in città, dove i tir non possono entrare, e
dove occorre comunque ricorrere a sistemi di city-logistic finale più o meno
organizzati). Ma è più flessibile anche perché si regge su una organizzazione
del lavoro che sfrutta a fondo i trasportatori.
DIFFICILMENTE UNA PICCOLA impresa
si rivolge direttamente a un camionista per spedire il suo carico. C’è quasi
sempre l’intermediazione di uno spedizioniere, che sono per lo più grandi
imprese multinazionali, che a loro volta subappaltano il servizio a uno
spedizioniere più piccolo, e questi a un altro, fino a raggiungere i
“padroncini” proprietari di uno o di qualche camion e autisti loro stessi:
operatori che spesso non rispettano gli standard sulla sicurezza del veicolo,
né quelli sulle ore e le modalità di guida, né quelli tariffari (per di più,
con un ingresso crescente di operatori e di autisti dell’est europeo, ancora
meno controllabili, che lavorano però per spedizionieri italiani o dell’europa
occidentale). Insomma, l’intermediazione dei carichi c’è già, ma la fanno i
grandi spedizionieri che trovano più conveniente sfruttare a fondo il sistema
attuale piuttosto che promuoverne il rinnovamento.
L’ALTERNATIVA, IN LINEA TEORICA,
è semplice: bisognerebbe che sia gli utenti, cioè i produttori, che gli
operatori del trasporto merci, cioè la moltitudine disperata dei trasportatori,
si consorziassero, mettendo in piedi strutture in grado di organizzare i
carichi complessi necessari all’utilizzo di un convoglio ferroviario. Non
sarebbe, per i camionisti, un “tagliarsi l’erba sotto i piedi”; perché il
trasporto ferroviario e il cabotaggio possono coprire solo alcuni, e solo una
parte, dei tragitti che le merci devono compiere: molti itinerari e “l’ultimo
miglio” (che per lo più di miglia ne include parecchie) dovrebbero comunque
essere coperti con camion e furgoni. Invertire rotta richiederebbe un impegno
politico e culturale che manca completamente a chi ha in mano le redini del
paese: non solo le istituzioni pubbliche ma anche, e soprattutto, quelle imprenditoriali.
Si tratta in ogni caso di una
prospettiva più realistica e praticabile dell’alternativa ventilata da Sergio
Bologna: quella della riduzione dell’intensità di trasporto. Un obiettivo
pienamente condivisibile, che costituisce un pilastro della conversione
ecologica del sistema produttivo, ma che richiede ben più che il potenziamento
delle competenze impegnate nella supply-chain, perché coincide con uno degli
obiettivi centrali dell’approccio territorialista, anche se i suoi cultori si
sono finora impegnati poco nell’affrontare la dimensione industriale del loro
programma.
PER RIDURRE L’INTENSITÀ di
trasporto occorre rilocalizzare – e, quindi, spesso anche ridimensionare – una
grande quantità di attività produttive oggi disperse ai quattro angoli del pianeta;
ma anche promuovere, tra imprese e territori contigui, rapporti il più
possibile diretti, fondati su accordi di programma che facciano da argine alle
oscillazioni e alle turbolenze dei mercati. E per questo ci vuole un sistema di
gestione delle imprese che veda coinvolti i rappresentanti degli enti locali,
delle associazioni territoriali, delle università e dei centri di ricerca,
oltre che, ovviamente, delle maestranze: cioè l’organizzazione della produzione
come bene comune. insomma, un “socialismo” del ventunesimo secolo, ecologista e
federalista; anche se il termine socialismo è sviante, perché è storicamente e
culturalmente legato all’esatto opposto – produttivismo, gigantismo e
centralismo – di ciò che oggi andrebbe perseguito.

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